Cherimus. Caro Giacomo, la festa come forma dell’arte

A Perdaxius, nel Sulcis-Iglesiente, l’arte contemporanea arriva in un luogo dove le distanze hanno un peso concreto. È un territorio segnato dallo spopolamento, dalla fragilità economica e dalla lunga storia industriale del Sulcis, lontano dai principali centri della produzione culturale. È proprio qui che Cherimus ha scelto di mettere radici, portando in un piccolo paese dell’entroterra sardo una domanda nata a Milano: cosa può succedere quando l’arte entra nella vita di una comunità e diventa un’occasione per costruire qualcosa insieme?
La scelta di Perdaxius non è casuale. È il paese natale di Emiliana Sabiu, una delle fondatrici di Cherimus, e diventa il luogo nel quale un gruppo di artisti formatosi negli ambienti dell’arte contemporanea milanese può misurarsi con una realtà concreta, fatta di relazioni, memorie e rapporti quotidiani. L’associazione viene costituita ufficialmente nel 2007, ma la sua storia comincia qualche anno prima, tra gli studenti del corso di Alberto Garutti all’Accademia di Brera. Emiliana Sabiu, Matteo Rubbi, Andrea Rossi e Marco Colombaioni condividono in quegli anni un ambiente nel quale la pratica artistica si confronta con lo spazio pubblico e con le persone che lo abitano. Tra il 2005 e il 2006 prende forma la decisione di trasferire quella ricerca in Sardegna, cercando di tenere insieme gli stimoli dell’arte contemporanea internazionale e la realtà di un paese rurale del Sulcis.
Fin dall’inizio, Cherimus si interroga sul ruolo della comunità nella produzione dell’arte. Gli abitanti possono diventare committenti, interlocutori e parte attiva di un processo creativo. I primi anni mostrano però quanto sia complesso costruire questo rapporto. Nel 2008, durante la prima edizione del progetto, un’opera di Colombaioni viene sfregiata l’ultima sera della festa. L’artista decide di lasciarla esposta con la sua ferita. Quell’episodio, destinato a trasformarsi negli anni anche nella traccia materiale di un mosaico in pietra, apre una frattura. L’anno successivo arrivano nuove critiche e una resistenza più esplicita da parte degli abitanti, che faticano a riconoscersi in opere percepite come estranee. Cherimus comprende allora che il problema riguarda il modo stesso in cui l’arte entra in relazione con un luogo.

La risposta sono i laboratori. Si parte dai bambini della scuola, con l’idea di costruire attraverso di loro un rapporto con le famiglie e con il paese. È un cambio di metodo che diventerà parte integrante dell’identità dell’associazione. Dopo un periodo di interruzione dato dalla scomparsa di Colombaioni, nel 2012 il festival Caro Giacomo torna a Perdaxius. Da allora la relazione con il paese continua a trasformarsi, mantenendo una componente di fragilità che Cherimus considera parte stessa del proprio lavoro: ogni anno la fiducia deve essere rinnovata e la presenza dell’associazione nuovamente negoziata.
È dentro questa storia che Caro Giacomo acquista il suo significato più preciso. La festa patronale diventa il luogo nel quale l’arte prende forma, incontrando persone, ricordi e gesti quotidiani. Negli ultimi anni il progetto ha coinvolto una nuova generazione di artisti e professionisti del Sulcis, soprattutto tra Carbonia e Sant’Antioco. Martina Celani, Roberta Soldi, Gioia Matta, Laura Ennas, Anna Auricchio, Jacopo Longu, Elia Longu e Francesco Portas, insieme agli altri collaboratori, rappresentano una nuova leva che contribuisce a rinnovare lo sguardo dell’associazione sul territorio.


Oggi Cherimus continua il proprio lavoro attraverso un nucleo che comprende la cofondatrice Emiliana Sabiu, Fiammetta Cime, impegnata nell’amministrazione, nella logistica e nel coordinamento, il musicista Carlo Spiga e i membri storici Matteo Rubbi e Andrea Rossi. È una struttura che tiene insieme generazioni e competenze diverse, mantenendo aperta la possibilità di coinvolgere nuove figure.
Nel 2025 la ricerca si è allargata con Le persone sono la festa, una mappatura fotografica degli abitanti, lavori tessili collettivi e una collaborazione più sistematica con bar, negozi e attività commerciali. I luoghi della vita quotidiana diventano così anche luoghi in cui l’arte può apparire.
L’edizione del 2026[1] ha avuto luogo dal 23 al 26 luglio portando questa direzione a una nuova maturità. Il Manifesto Infinito, donato da Stefania Galegati e realizzato insieme a dodici ragazzi del territorio, convive con Il Gioco dell’Oca di Perdaxius, costruito attraverso il laboratorio Oca Local e alimentato dalle memorie orali degli anziani che vengono restituite attraverso un’installazione audio. Marmellata MIDI nasce dalla collaborazione tra i ragazzi e il trio Trigaríu, mentre Caccia allo scatto vol. 2 accompagna i bambini nella fotografia analogica della processione di Sant’Anna.

Un altro passaggio significativo di questa edizione riguarda il rapporto con i commercianti di Perdaxius, coinvolti direttamente nella scelta e nella realizzazione delle opere destinate ai loro spazi. Alla fioraia del paese è stato affidato un dipinto raffigurante San Giacomo realizzato dal pittore Jacopo Longu , mentre alla fruttivendola è arrivata una scultura in ceramica di Carlo Spiga.
Sono lavori diversi per linguaggio e strumenti, accomunati da una stessa idea: il patrimonio prodotto dalla festa può essere un’opera, una fotografia, una musica, un racconto, ma anche una relazione che prima non esisteva. Bambini e ragazzi, anziani, commercianti, artisti e abitanti entrano nello stesso processo creativo. La comunità diventa committente e protagonista di una memoria che continua a trasformarsi.


Forse è proprio qui che si trova la forza di Cherimus. La sua storia porta con sé l’eredità di Alberto Garutti, il padre artistico dal cui corso di Brera prende avvio una parte fondamentale di questa esperienza. Accanto a lui, si può scorgere in modo più silente ma radicato l’influenza di Maria Lai: la Sardegna come origine, la pazienza del fare, il rapporto con le comunità, la capacità di trasformare una pratica artistica in un’occasione di incontro.
E poi ci sono le esperienze internazionali di arte partecipativa, da Oda Projesi a ruangrupa, che hanno contribuito a spostare l’attenzione dell’arte verso forme di produzione collettiva, territori e comunità. Se la pratica collettiva e territoriale diventa una delle direzioni decisive dell’arte contemporanea – come hanno dimostrato i ruangrupa con documenta fifteen – realtà come Cherimus possiedono già gli strumenti curatoriali, organizzativi e politici per assumere un ruolo istituzionale. Forse il punto, allora, non è immaginare Cherimus dentro una Biennale, ma chiedersi cosa potrebbe accadere a una Biennale se a curarla fosse una realtà che ha imparato il proprio mestiere partendo da una festa patronale, da un paese e dalle persone che lo abitano.
[1] Nel 2026 Caro Giacomo si è sviluppato nell’ambito di un progetto triennale, SPES (Sperimentazione Educativa nel Sulcis-Iglesiente), finanziato dalla società Con i Bambini Impresa sociale S.r.l. nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, da Enel Cuore e dalla Fondazione di Sardegna.