Diva. Intervista a Francesco Vezzoli

Francesco Vezzoli (1971, Brescia) vive e lavora a Milano. Il video e il ricamo costituiscono i principali mezzi espressivi della sua ricerca, spesso popolata da icone pop e dive del cinema. Attraverso questi dispositivi, l’artista rielabora l’effimero mediatico riportando in scena volti e figure sospese tra memoria e oblio, in un continuo slittamento tra mito e costruzione.
Iacopo Ceni La prima diva di cui hai memoria?
Francesco Vezzoli Le prime due dive di cui ho ricordo sono sicuramente Mina e Raffaella Carrà. Il ricordo è molto nitido, è il divano giallo a casa della nonna Maria e io sono un piccolo bambino ipnotizzato dalla televisione, ipnotizzato dalla trasmissione Milleluci. Credo sia superfluo ricordarlo, ma Milleluci è stato sicuramente il varietà più glorioso mai prodotto dalla Rai in tutta la sua storia. Una specie di enciclopedia della storia dello spettacolo italiano, interpretata però dalle sue medesime glorie viventi. Una messa cantata, officiata divinamente dalle due dee Raffaella e Mina e diretta dal Baz Luhrmann del varietà italiano: Antonello Falqui. Quale miglior folgorazione per un artista sulla via delle sue ossessioni future?
I.C. La prima diva incontrata?
F.V. La prima diva italiana incontrata è stata sicuramente Iva Zanicchi. Era l’inizio assoluto dei miei primi progetti video. Ero oggettivamente ossessionato dalla fase tardiva della cinematografia viscontiana e volevo fare un omaggio al film Gruppo di famiglia in un interno. Il film era interpretato da Silvana Mangano, Helmut Berger e Burt Lancaster. Ancor più che in altri suoi film, Visconti in quest’occasione aveva deciso di usare brani della musica pop italiana degli anni ’70 che probabilmente funzionavano a contrasto con l’ambientazione oppressiva opulentissima e super sofisticata del set. Nella scena chiave del film, un abbozzo di tenera orgia tra i protagonisti più giovani del film e l’ormai vecchio professor Lancaster, alter ego dichiarato del professor Mario Praz, risuona nella stanza la meravigliosa canzone Testarda io interpretata da Iva Zanicchi. Il contrasto è stridente; allora decisi che avrei dovuto fare un video dove Iva Zanicchi si recava personalmente dentro il museo di Mario Praz per poter cantare una propria canzone. Scrissi lettere, mandai libri, mandai fiori finché molto gentilmente la signora Zanicchi si presentò all’appuntamento. Aveva letto i libri del professor Praz si era preparata con una indimenticabile generosità. E con una altrettanto indimenticabile generosità accettò di partecipare a questo progetto che senza dubbio doveva risultare, ai suoi occhi, perlomeno strampalato. Non dimenticherò mai il suo affetto, la sua naturalezza e l’iniezione di coraggio che la sua disponibilità mi diedero. Tuttora ci scriviamo e la mia gratitudine per lei è completamente immutata.

I.C. I tuoi lavori con i ritratti delle dive, così come gli altri soggetti da te trattati, sono caratterizzati da un intervento; la lacrima ricamata a mezzo punto. È un modo di partecipare al loro – troppe volte ignorato – dolore?
F.V. Questa domanda sulla lacrima è una costante di tutte le interviste. E tutte le volte si ripete in me il medesimo meccanismo; ho centinaia di informazioni, di ricordi e di aneddoti legati alla produzione dei miei progetti. Sono capace di articolare lunghe risposte sulla formazione intellettuale che ho ricevuto nelle università che ho frequentato, e sono tuttora capace, credo, di affrontare una dialettica anche oppositiva su temi di politica o politica dell’arte, o anche, semplicemente, sono felice di fare un po’ di singolar tenzone con chi non ama tanto il mio lavoro. Però, non sono mai riuscito a capire o individuare con precisione come, quando, e perché sia nato il gesto della lacrima. Sicuramente poi l’ho elaborato, e come dici tu, è la perfetta metafora del dolore delle donne, probabilmente un dolore troppo spesso dimenticato, in questo senso penso che il mio lavoro agli inizi sia nato come una rivendicazione del melodramma. Quindi, non soltanto una rivendicazione delle lacrime delle donne, ma anche una rivendicazione totale di tutti quei temi, di tutti quegli stili, di tutte quelle narrative che mettevano le emotività e i sentimenti al centro del dibattito come un cuore pulsante.
I.C. I lavori sulle dive sono un modo di dialogare con la storia della società contemporanea?
F.V. Non so se questi ritratti siano come tu li definisci una «dialettica con la società contemporanea». Posso solo aggiungere che sono anche una dichiarata rivendicazione della centralità del glamour. L’arte contemporanea, per decenni e decenni, ha rifiutato il glamour e il divismo come temi inaccettabili da un punto di vista accademico e concettuale. Oggi ci ritroviamo in una società plasmata sul narcisismo e sul divismo, e forse una larga parte dell’arte del dopoguerra del XX secolo non è stata assolutamente in grado di vedere arrivare il segno che questi linguaggi avrebbero lasciato nella storia.
I.C. Quale è il rapporto tra cinema e dive? Trovi che le dive siano ancora i «miti d’oggi» (per citare Roland Barthes)?
F.V. Citare Roland Barthes è assolutamente obbligatorio. Basta rileggere quel brano meraviglioso nel quale lui dichiara tutta la sua ossessione per il volto della Garbo. Si potrebbero fare mille riflessioni a riguardo. Probabilmente, io non sarei nemmeno all’altezza di semiologie adeguate. Mi piace pensare che in quell’ossessione Roland avesse anticipato l’ossessione e il narcisismo di Instagram. Il riquadro digitale che diventa uno specchio digitale che deve riflettere la perfezione di un volto. Ecco, un volto perfetto, levigato da creme più costose di diamanti, e scolpito da chirurghi come quelli che hanno operato la madre di Kim Kardashian e adesso la fanno apparire più giovane della figlia. Ecco, sono proprio sicuro che tanti intellettuali francesi, tedeschi, forse soprattutto italiani, e ahimè anche molti americani, quando hanno letto quel testo lo abbiano completamente sottovalutato. E invece, oggi ci troviamo governati da un’oligarchia globale, i cui protagonisti hanno costruito le proprie ricchezze sulle fragilità del narcisismo altrui. Miti di ieri che ispirano mitologie d’oggi però private della magia originaria, private del mistero, finalizzate solo all’incasso. Nuove mitologie, forse anche un po’ tristi, perché prive di autentico desiderio, censurabile proprio come un capezzolo su Instagram.

I.C. Alle volte, come per le fotografie a doppia esposizione, compari tu sullo sfondo, dietro alle dive: come mai?
F.V. Per quanto riguarda la mia presenza dentro i video e anche all’interno di alcuni dei ritratti ricamati mi piace sempre ricordare con stima il ruolo che Germano Celant ha avuto nel mio lavoro. Tutte le volte che mi accingevo a fare un nuovo progetto video Germano insisteva molto perché io, per quanto molto timido e ritroso, inserissi la mia presenza davanti alla cinepresa o telecamera. E Germano sapeva spiegare molto bene l’importanza di quella presenza. Sosteneva infatti che un video o una fotografia o un ricamo per quanto perfetti, per quanto ben eseguiti, per quanto mimetici, sarebbero rimasti pur sempre solo degli esercizi stilistici o estetici, e io penso che lui detestasse questo tipo di approccio all’arte. Invece, ricordo con precisione quando lui asseriva che se dentro l’opera ci avessi messo la mia fisicità avrei dato un valore aggiunto; se “ci mettevo letteralmente la faccia” ovvero facevo un gesto più politico, più personale, possibilmente avrebbe reso l’opera più unica e più duratura. Questo è sicuramente il consiglio di Germano che porto con me con maggior intensità.
I.C. La tua diva contemporanea?
F.V. Per quanto mi riguarda, se dovessi dire chi è una diva che oggi possa essere definita tale, davvero non me ne viene in mente neanche una. Il mondo del cinema con una certa ipocrisia dice di aborrire il divismo. Le attrici americane o europee si danno da fare con abnegazione, a tratti ridicola, pur di risultare impegnate, colte, sofisticate, concentrate su ogni tipo di causa umanitaria, insomma, delle donne che possano essere accusate di tutto, ma non certo di vanità. Pertanto, cercare nuove dive nel mondo del cinema è uno sport inutile. Le nuove dive e i nuovi divi sono nel mondo digitale. Un mondo, dove, appunto le narrative sono brevissime, pochi minuti, pochi secondi. Il tempo di fruizione dello spettatore è brevissimo e connotato da un passo di estrema superficialità. All’interno di questa scansione temporale, emotiva e creativa, l’impatto dell’immagine è tutto. La foto che compare in quel riquadro di Instagram deve vincere un nemico feroce: lo scroll. Quindi, se il viso non è perfetto o perfettamente imperfetto, oppure immediatamente scandaloso allora nasce il rischio che questa immagine non venga ritenuta degna di quei cinque secondi necessari per appuntare un like sull’immagine medesima. Un’immane tragedia. Ecco, dentro questo spazio psicologico, assurdo, feroce, surreale, inimmaginabile, si consuma la guerra del consenso. Dentro questo Colosseo della vanità e del narcisismo i veri gladiatori sono gli influencer, sono le star che, come unico terreno della propria espressione mediatica, hanno il campo digitale. Di sangue sentimentale vero, ne sgorga poco. E di lacrime, soprattutto, non se ne vede nemmeno l’ombra.
diva
s. f. [dal at. diva; v. divo2]. – 1. poet. Dea, divinità pagana femminile: Cantami, o Diva, del Pelide Achille L’ira funesta (V. Monti); Facean dubbiar, se mortal donna o diva Fosse (Petrarca). Per estens., appellativo di donna che, per doti proprie o nel sentimento del poeta, si innalzi sopra le altre: Or te piangon gli Amori, Te fra le Dive liguri Regina e Diva! (Foscolo). 2. Cantante o attrice teatrale o cinematografica che abbia raggiunto grande notorietà (cfr., con lo stesso sign. e uso, stella): una d. del cinema, del varietà, della canzone; le d. del muto; il rapido tramonto di una diva. ◆ Dim. divétta, attrice o cantante giovane, che ha già un certo successo, o (con leggero senso spreg.) che cerca di raggiungerlo pur non avendo sufficienti qualità artistiche; in passato, anche (per traduz. del fr. divette) cantante di caffè-concerto, canzonettista.