Ljubljana come laboratorio del Nuovo Est: arte contemporanea e istituzioni nella capitale post-jugoslava

Nel 1996, in una scena del documentario Liebe Dein Symptom wie Dich selbst, Slavoj Žižek appare sul Ponte dei Calzolai di Ljubljana indicando il punto in cui finirebbe l’Europa centrale e comincerebbero i Balcani: «Non fatevi ingannare dalle apparenze, questo fiume è il limite geografico tra Balcani e Mitteleuropa. Da quel lato c’è un dispotismo orientale tremendo», e giù a sciorinare stereotipi sull’homo balcanicus violento e guerrafondaio. La boutade del filosofo mette in scena una linea di confine simbolica; quella che trasforma i Balcani in una periferia interna al vecchio continente, costruita dallo sguardo occidentale. Per la Slovenia, e per la sua capitale in particolare, un posizionamento del genere non è mai stato neutro, ma la sorpresa sta proprio qui: ultimo avamposto dell’Europa centrale a contatto diretto con lo spazio post-jugoslavo, negli ultimi decenni Ljubljana si è trasformata in un nodo strategico nella mediazione tra scene creative post-socialiste e sistema internazionale dell’arte. Al netto del balcanismo di Marija Todorova, la Slovenia si è sempre trovata così vicino all’Ovest da poterne condividere codici e aspirazioni, ma anche abbastanza coinvolta nelle vicende del Sud-est europeo da non potersene mai veramente chiamare fuori.
Così, Ljubljana è diventata capofila nel mettere in circolazione e integrare il meglio della produzione artistica legata alla Jugoslavia, all’Unione Sovietica e ai suoi stati satelliti; d’altro canto, la città non è una metropoli né un centro egemonico tradizionale, ma si è affermata come fucina urbana di ricerca e produzione, perfetta per osservare come istituzioni e curatori, teorici e spazi indipendenti abbiano contribuito a rendere leggibili le geografie culturali del “Nuovo Est”.

In questo senso, il sistema costruito attorno alla Moderna Galerija è uno dei casi più significativi di ridefinizione museale nello spazio post-socialista. Quando nasce nel 1947, il museo vive già la tensione tra modernismo europeo e realismo socialista; con l’indipendenza slovena nel 1991, però, questa tensione si trasformerà in progetto. Sotto la direzione di Zdenka Badovinac (ricoprirà l’incarico fino al 2021), la Galerija si posizionerà come piattaforma capace di mettere attivamente in relazione il contesto locale con quello dell’Europa centrale e orientale.

Fin da subito, non manca una presa di posizione esplicita rispetto ai conflitti che attraversano la Jugoslavia degli anni Novanta: nel 1996, il museo ospita il simposio Living with Genocide: Political Theory, Art and War in Bosnia, mettendo in dialogo teoria politica, pratica artistica e riflessione critica sul conflitto in corso, mentre “For the Museum of Contemporary Art Sarajevo 2000”, mostra curata da Badovinac con Jadran Adamović e il collettivo IRWIN, è un gesto concreto di solidarietà culturale e istituzionale.
È all’interno di questa traiettoria che va letta “Body and the East. From the 1960s to the Present” (1998), che rende visibili tensioni e genealogie rimaste ai margini del discorso dominante: coinvolgendo ottanta artisti da quattordici paesi – dalla Moldavia alla Polonia, dalla Russia alla Repubblica Ceca – la mostra dà vita a un microcosmo complesso, con figure internazionali come Komar & Melamid e Marina Abramović, insieme a nomi quali Sanja Iveković e il gruppo Laibach.

L’apertura nel 2011 del Museum of Contemporary Art Metelkova (+MSUM) rende ancora più esplicita tale trasformazione. L’ex complesso militare viene ridefinito tra destinazioni istituzionali e pratiche autonome: mentre la parte meridionale diventa un polo museale, quella settentrionale è occupata già nel 1993 dagli attivisti, prendendo il nome di Metelkova – uno spazio autogestito che ospita gallerie indipendenti e progetti culturali ibridi, mantenendo una posizione critica rispetto alle istituzioni, ma anche una certa tensione produttiva.
Se il sistema di Moderna Galerija è senz’altro il baricentro istituzionale di Ljubljana, una figura chiave come Igor Zabel ne chiarisce la dimensione teorica: la sua raccolta Contemporary Art Theory, pubblicata postuma, propone un modello metodologico per una lettura complessa delle relazioni tra Est e Ovest nell’arte. Non a caso, nel 2008 nasce la Igor Zabel Association for Culture and Theory, per sostenere la ricerca e le pratiche curatoriali nell’Europa sud-orientale.
Proprio questa densità di situazioni e iniziative, apertura al mondo e curiosità ostinata distingue Ljubljana da altri contesti: realtà come Cukrarna, Aksioma e Škuc Gallery mostrano la pluralità di un ecosistema di istituzioni pubbliche, spazi indipendenti e mostre di grande valore. E allora, tornando al ponte sul fiume Ljubljanica, il confine di Žižek appare per quello che è davvero – non un limite stabile, ma una costruzione mobile. Più che segnare una separazione tra due pezzi d’Europa, oggi Ljubljana mostra come la frontiera possa essere attraversata, negoziata e riscritta.