La Pace Gallery propone ad Art Basel Hong Kong un Modigliani autenticato di recente a un costo di 13,3 milioni di dollari

A poche settimane dall’annuncio di un simposio dedicato al catalogo ragionato di Amedeo Modigliani in preparazione da decenni presso l’Institut Restellini, Pace mette in vendita ad Art Basel Hong Kong un dipinto dell’artista autenticato solo di recente. L’opera ha alle spalle una lunga vicenda giudiziaria.
Intitolato Jeune femme brune (1917-1918), il dipinto è il pezzo più costoso tra quelli presentati alla fiera di Hong Kong, secondo quanto riferisce l’inviata di «ARTnews» Tessa Solomon. Marc Glimcher, CEO di Pace Gallery, ha dichiarato a Solomon che il dipinto viene proposto a 11,5 milioni di euro (circa 13,3 milioni di dollari) e che vi sarebbero già diversi interessati. Glimcher ha inoltre spiegato che, per celebrare la pubblicazione del nuovo catalogo, la galleria porterà quest’anno a ogni fiera un’opera di Modigliani inclusa nel volume.
Ben diverso era lo status del quadro quasi trent’anni fa, quando nel 1997 fu ritirato da una vendita organizzata da Phillips a causa di dubbi sulla sua autenticità. Alla vigilia dell’asta, Marc Restellini, storico dell’arte e fondatore dell’istituto che porta il suo nome, aveva infatti comunicato alla casa d’aste di non prevedere l’inclusione dell’opera nel catalogo ragionato di Modigliani a cui stava allora lavorando, circostanza che ne determinò il ritiro.
L’allora proprietario dell’opera, Moshe Shaltiel-Gracian, citò in giudizio il Wildenstein Institute, centro di ricerca con sede a Parigi che, nell’ambito di un accordo di collaborazione, aveva messo a disposizione di Restellini un ufficio e un assistente. Vale la pena ricordare che l’istituto era gestito dalla famiglia Wildenstein, i celebri mercanti d’arte che per quasi vent’anni furono partner di Pace.
Sebbene la causa sia stata respinta nel 2001, la vicenda del ritratto è riemersa nel 2020, quando Restellini portò i Wildenstein in tribunale per rivendicare i diritti sulle sue ricerche su Modigliani. Un elemento centrale della sua tesi riprendeva proprio la linea difensiva sostenuta dal Wildenstein Institute nel caso Shaltiel: poiché Restellini non era un dipendente dell’organizzazione, l’istituto non poteva essere ritenuto responsabile delle sue valutazioni. Lo scorso anno le parti hanno infine raggiunto un accordo riservato, i cui termini non sono stati resi pubblici.
Quanto a Jeune femme brune, Restellini ha dichiarato ad «ARTnews» di non aver mai sostenuto che si trattasse di un falso, ma di aver detto a Phillips che le fotografie del catalogo erano «molto brutte» e che non poteva determinarne l’autenticità senza avere accesso diretto all’opera. La casa d’aste, ha spiegato, gli aveva risposto che ciò non era possibile, vista l’imminenza della vendita.
Dopo che il caso Shaltiel fu archiviato nel 2001, Restellini cercò di convincere il proprietario del dipinto a permettergli di esaminarlo direttamente. Solo alcuni anni fa – racconta lui stesso – ha ottenuto finalmente l’accesso all’opera, che ha sottoposto a esami condotti secondo i suoi metodi scientifici, confermando che i pigmenti impiegati coincidono con quelli presenti in altre due opere autenticate. Le ricerche d’archivio hanno poi portato alla luce un documento che attesta l’esposizione del dipinto nel 1929 alle Leicester Galleries, celebre istituzione londinese che ospitò le prime mostre personali nel Regno Unito di Henri Matisse, Pablo Picasso, Camille Pissarro e molti altri. L’opera è stata quindi inclusa nella prossima pubblicazione di Restellini, il quale ha dichiarato ad «ARTnews» che è impossibile considerarla un falso.
«Questo dimostra perfettamente come i nostri giudizi si fondino su prove scientifiche e documentarie affidabili, e non su un’impressione basata su una fotografia di scarsa qualità stampata su un catalogo», ha scritto Restellini in una e-mail.
Nel catalogo di prossima pubblicazione, Restellini e il suo team scrivono a proposito di Jeune femme brune: «L’autenticità di questo dipinto, a lungo contestata, è stata infine dimostrata da recenti esami scientifici supportati da una provenienza che risale all’inizio degli anni trenta. Sebbene l’identità della modella resti sconosciuta, il ritratto presenta una somiglianza con altre due effigi di donne dai capelli scuri e taglio a caschetto: Jeune fille à la robe bleu foncé (RP 254) e La Robe noire (RP 255). Le tre opere potrebbero verosimilmente essere dei ritratti della stessa modella, eseguiti come una serie: lo sfondo, l’acconciatura e lo scollo dell’abito appaiono simili. Inoltre, si può osservare che in ciascuna è stata impiegata la stessa tecnica per disegnare il volume della frangia, graffiando la pittura con il manico del pennello».
Da «ARTnews US».