Art Week, la sfida di Milano: crescere senza disperdersi. Intervista a Tommaso Sacchi

Nel contesto della Milano Art Week, Tommaso Sacchi dialoga con Massimo Bray sul ruolo che la manifestazione ha assunto nel panorama cittadino e internazionale.
Massimo Bray La Milano Art Week rappresenta ormai un appuntamento di rilievo nel panorama cittadino: quale ritiene sia, ad oggi, il suo effettivo impatto culturale ed economico sulla città di Milano?
Tommaso Sacchi Milano Art Week non è più soltanto una settimana densa di appuntamenti: è diventata un momento in cui la città si riconosce e si racconta. L’impatto culturale lo misuriamo nella capacità di tenere insieme pubblici molto diversi – collezionisti internazionali, studenti, cittadini che magari entrano per la prima volta in una galleria, turisti che scelgono Milano proprio in quella settimana perché sanno che troveranno qualcosa di significativo. Sul piano economico, i dati parlano chiaro: la settimana genera flussi rilevanti in termini di presenze, pernottamenti, indotto nei quartieri che ospitano gli spazi espositivi – e non solo in Brera o in Tortona, ma anche in zone della città che stanno costruendo una propria identità culturale. Ma quello che mi interessa di più è un impatto meno misurabile: la percezione, dentro e fuori dai confini italiani, che Milano sia una città in cui succedono cose, in cui vale la pena esserci non solo per il design o la moda, ma per l’arte contemporanea in senso pieno. Questo cambiamento di percezione è lento, richiede coerenza nel tempo, ma negli ultimi anni è diventato tangibile. Lo sento nei confronti con i colleghi europei, lo leggo nella stampa internazionale, lo vedo nel profilo dei visitatori che arrivano in città durante la settimana.

M.B. A fronte di un’offerta in costante crescita, in che modo si assicura il mantenimento di elevati standard qualitativi sotto il profilo curatoriale, evitando al contempo una possibile dispersione dell’identità complessiva dell’evento?
T.S. La crescita dell’offerta è un segnale positivo, ma ha bisogno di essere governata con attenzione. Il rischio della dispersione è reale, e lo prendiamo sul serio: quando tutto diventa Art Week, il rischio è che niente lo sia davvero. La risposta non è limitare la quantità per decreto, ma investire sulla coerenza curatoriale: costruire un filo narrativo riconoscibile che attraversi le diverse iniziative, sostenere i soggetti che portano un contributo originale e non si limitano a cavalcare l’onda, evitare che l’evento si trasformi in un contenitore generico dove convivono progetti eccellenti e iniziative approssimative senza distinzione. Lavoriamo molto sul coordinamento con le gallerie, con le istituzioni pubbliche e private, con i musei civici, proprio per fare in modo che la settimana abbia una riconoscibilità complessiva – una grammatica condivisa, si potrebbe dire – e non sia solo un’accumulazione di eventi che accadono nello stesso periodo. Questo richiede un lavoro di cura che spesso non è visibile, ma è quello che fa la differenza tra una manifestazione che cresce in qualità e una che cresce solo in quantità.

M.B. Quale spazio viene concretamente riservato agli artisti emergenti e alle realtà indipendenti all’interno della programmazione?
T.S. È una priorità, non una concessione e non un esercizio retorico. Milano ha un tessuto di spazi indipendenti, di artisti under trentacinque, di progetti non commerciali e di realtà no-profit che rappresentano la parte più viva, più rischiosa e spesso più interessante della scena. Se Milano Art Week parlasse esclusivamente alle gallerie consolidate, alle fiere di punta, ai nomi già consacrati dal mercato internazionale, sarebbe un’occasione mancata – e soprattutto non rispecchierebbe quello che Milano è davvero. La città ha una scena giovane e indipendente che merita visibilità istituzionale, non solo la circolazione interna agli addetti ai lavori. Concretamente, lavoriamo per garantire presenza a questi soggetti nei programmi pubblici, nelle comunicazioni istituzionali, negli eventi collaterali. Siamo convinti che l’innovazione venga quasi sempre da chi non ha ancora una posizione consolidata, e che una città che non coltiva i suoi talenti emergenti finisca per vivere di rendita su quelli del passato. Il nostro obiettivo non è creare una separazione tra “emergente” e “istituzionale”, ma favorire un ecosistema in cui questi livelli possano interagire. È spesso in queste intersezioni che si generano le esperienze più interessanti.

M.B. Al di là delle singole iniziative, quale visione strategica orienta il futuro culturale della città di Milano?
T.S. La visione che guida il nostro lavoro è quella di una città che considera la cultura non come un settore, ma come una dimensione trasversale delle politiche pubbliche. Investire in cultura significa lavorare su coesione sociale, educazione, spazio pubblico, sicurezza, innovazione. In questi anni Milano ha avviato una delle fasi più significative di investimento e trasformazione culturale dal secondo dopoguerra, con nuovi progetti, riqualificazioni e un’attenzione crescente all’accessibilità. La nostra città ha risorse straordinarie – istituzioni museali di livello mondiale, una scena privata dinamica e internazionalmente riconosciuta, un sistema universitario e di formazione che produce talenti che spesso però la città fatica a trattenere. Queste risorse devono dialogare tra loro, e il ruolo dell’amministrazione è facilitare questo dialogo, creare le condizioni perché accada in modo stabile e non episodico. Il mio obiettivo concreto in questi anni è stato proprio quello di consolidare le connessioni: tra il sistema museale pubblico e quello delle gallerie private, tra la produzione artistica e la formazione, tra i quartieri che già hanno una forte identità culturale e quelli in cui la cultura fa più fatica ad arrivare con continuità. Milano non può essere una città in cui la vita culturale si concentra in pochi chilometri quadrati e svanisce appena ci si allontana dal centro. Non è solo una dichiarazione d’intenti: in questo momento abbiamo venticinque progetti-cantiere aperti in tutti i quartieri della città. Questo è il lavoro più difficile, quello che richiede più tempo e più investimento di risorse ed energie, ma è anche quello che ha l’impatto più duraturo sulla qualità della vita delle persone.

M.B. Milano ambisce a consolidare il proprio ruolo di capitale culturale europea: quali azioni concrete si intendono intraprendere per rafforzare tale posizionamento? E in che modo si promuove l’integrazione tra cultura, economia, turismo e inclusione sociale?
T.S. Consolidare il posizionamento internazionale significa, prima di tutto, essere credibili e continuativi nel tempo. Non basta un grande evento ogni tanto, non basta una stagione di successo: serve una programmazione che abbia respiro pluriennale, che costruisca relazioni stabili con istituzioni europee e internazionali, che attragga talenti, coproduzioni, scambi tra istituzioni. Stiamo lavorando in questa direzione su più fronti: rafforzare i legami con le principali capitali culturali europee, rendere Milano un luogo in cui gli artisti internazionali vogliano lavorare e non solo esporre, costruire una reputazione che vada oltre i grandi eventi e si radichi nella qualità dell’offerta culturale tutto l’anno. Sul piano dell’integrazione tra cultura, economia, turismo e inclusione sociale, la sfida più importante è dimostrare che questi obiettivi non sono in tensione tra loro, come a volte si tende a pensare. Lavorare sull’inclusione non significa rinunciare all’eccellenza: è spesso la condizione per ottenerla davvero, perché allarga il pubblico, allarga la platea di chi produce cultura, moltiplica i punti di vista.