Paris Internationale a Milano: ripensare il formato fiera. Intervista a Nerina Ciaccia

Per la prima volta, Paris Internationale, la fiera indipendente nata a Parigi dieci anni fa, approda a Milano, portando con sé una nuova visione del fare fiera. Dal 17 al 21 aprile, a cavallo tra l’Art Week e la Design Week milanese, l’obiettivo è mettere in relazione pubblici diversi, superando quella che fino a poco tempo fa era quasi un’utopia: prendersi più tempo. I principi fondanti restano gli stessi, mentre il formato si fa più concentrato e il Public Program si articola in una proposta densa. La direzione è quella di una maggiore attenzione alla qualità, alla sostenibilità e a una diversa temporalità. Ospitata a Palazzo Galbani, edificio modernista degli anni Cinquanta progettato dai fratelli Soncini con Pier Luigi Nervi, la fiera adotta un allestimento firmato da Christ & Gantenbein, concepito come un sistema modulare e sostenibile che trasforma lo spazio in un percorso espositivo libero, distribuendo trentaquattro gallerie su quattro livelli. L’invito è a lasciarsi guidare da una visita aperta, non lineare, à la dérive. Una trasformazione che coinvolge l’intero sistema e che invita a ripensare profondamente il nostro modo di lavorare e di abitare questi spazi. Ne abbiamo parlato con Nerina Ciaccia (Ciaccia Levi, Milano/Parigi), fondatrice della galleria Ciaccia Levi insieme a Antoine Levi.
Paris Internationale inaugura per la prima volta un’edizione fuori dalla Francia, scegliendo Milano. Quando avete iniziato a considerare questa possibilità e quali ragioni strategiche hanno reso questo passaggio necessario oggi?
Milano è stata, per molto tempo, un’idea quasi utopica. Fin dalla prima edizione abbiamo iniziato a chiederci quale potesse essere un contesto alternativo a Parigi in cui sviluppare il progetto. La possibilità è diventata più concreta anche grazie al fatto che due delle gallerie fondatrici, la nostra e quella di Gregor Staiger, hanno anche uno spazio a Milano. Ma al di là di questo, Milano rappresenta un crocevia particolarmente fertile dove arte, architettura, design e moda convivono in modo molto naturale. Ci è sembrato il luogo ideale per permettere a Paris Internationale di fare un passo laterale rispetto alla sua identità originaria. Da circa un anno lavoriamo a questa edizione, costruendo relazioni tra Parigi e Milano e sviluppando una rete locale.

A dieci anni dalla sua fondazione, Paris Internationale ha sempre privilegiato un formato nomade, libero e dal forte approccio curatoriale. Come si traduce questa identità nel contesto milanese?
A Milano abbiamo deciso di puntare molto su questa dimensione curatoriale. Il formato si avvicina ancora di più a quello di una mostra: ci saranno dodici progetti speciali, pensati come interventi nello spazio espositivo, e il design sarà integrato all’interno della fiera. Il layout, progettato dallo studio Christ & Gantenbein, è concepito come un percorso, in cui il visitatore attraversa lo spazio incontrando opere, gallerie e artisti in modo progressivo. Anche la scelta delle date riflette questa intenzione: concludere il 21 aprile significa mettere in dialogo il pubblico dell’arte e quello del design, che fino a oggi sono rimasti in parte separati.
Il progetto milanese introduce anche un Public Program articolato. In che modo questo dispositivo contribuisce a costruire il posizionamento della fiera e il tipo di esperienza che propone?
Sì, è una parte molto importante del progetto. Ci saranno diversi talks e collaborazioni con realtà come Fondazione Trussardi e Commerce, che curerà la sezione dedicata ai libri, oltre ad una performance in collaborazione con la Fondazione Elpis. Inoltre, proporremo anche a Milano i Daily Dérives, già sperimentati a Parigi: una serie di appuntamenti guidati da figure del settore culturale, italiane e internazionali.

La scelta di Palazzo Galbani introduce una forte componente architettonica e storica. Quanto è importante per voi il dialogo tra spazio espositivo e opere, e in che modo questo edificio contribuisce all’esperienza della fiera?
Lo spazio è sempre stato un elemento centrale per Paris Internationale. A Parigi abbiamo lavorato in luoghi fortemente legati alla storia della città, e questa dimensione è fondamentale per noi. Palazzo Galbani si inserisce perfettamente in questa linea. È un edificio attualmente in fase di restauro, curato dallo studio di Milano Park Associati, che sta riportando alla luce il progetto originale dei fratelli Soncini con l’ingegneria di Pier Luigi Nervi. Negli anni era stato modificato in modo poco coerente, e oggi si sta recuperando la sua identità originaria. Avremo a disposizione quattro piani di circa cinquecento metri quadrati ciascuno, completamente aperti, senza colonne, con luce naturale su tutti i lati. È uno spazio molto potente, che permette una fruizione fluida e contribuisce a rafforzare l’idea della fiera come esperienza espositiva.

Dal tuo punto di vista di gallerista, come è cambiato negli ultimi anni il rapporto tra galleria, fiera e collezionismo? Che ruolo gioca oggi una piattaforma come Paris Internationale in questo dialogo?
Credo che siamo in un momento di trasformazione profonda. Il modello della fiera come punto di incontro di un jet set internazionale, sempre in movimento, sta cambiando, anche per ragioni legate alla sostenibilità e a una diversa consapevolezza. Non c’è più la stessa urgenza di spostarsi continuamente, e questo ci porta a ripensare il ruolo delle fiere. Piattaforme come Paris Internationale possono offrire un’alternativa: uno spazio più concentrato, in cui la qualità e la programmazione hanno un peso maggiore rispetto alla quantità. L’idea è di costruire relazioni che abbiano una durata e una profondità reale. Anche nella fiera cerchiamo di creare le condizioni per incontri significativi, non semplicemente per scambi rapidi.
In che modo la trasformazione del ruolo delle gallerie, tra sostenibilità economica e crescente complessità del sistema, sta incidendo oggi sulle pratiche espositive e sulle relazioni con gli artisti?
Le gallerie, come le fiere, devono interrogarsi sulla propria pertinenza. È fondamentale chiedersi se quello che si propone è in sintonia con lo spirito della galleria e con il momento storico. Ciò implica una maggiore attenzione alla programmazione e una responsabilità più forte nei confronti degli artisti. In un sistema più complesso e differenziato, diventa ancora più importante costruire progetti che abbiano senso e che non rispondano solo a logiche di mercato. Quanto detto si riflette anche nella scala del progetto: a Milano ci saranno trentaquattro gallerie, un numero volutamente contenuto. Questo permette ai visitatori di avere il tempo di soffermarsi, di osservare, di parlare con i galleristi o con gli artisti quando presenti. È una modalità più lenta, ma anche più attenta.
Guardando al futuro, immagini questa presenza a Milano come un episodio o come l’inizio di una nuova geografia per Paris Internationale? E quali sviluppi ti sembrano oggi più urgenti per il formato fiera?
Ci piacerebbe molto che questa esperienza potesse avere una continuità. Non ha molto senso arrivare in una città, costruire qualcosa e poi andarsene: si rischia di disperdere energie e relazioni. Questa prima edizione è un’apertura, un modo per mostrare le potenzialità del progetto. Tutte le collaborazioni attivate e le conversazioni iniziate in questi mesi ci fanno pensare che ci sia spazio per sviluppare qualcosa di più duraturo.

Per il programma di Talks, Paris Internationale accoglie Fondazione Nicola Trussardi come Special Partner, e presenta Aperto Italia, un progetto a cura di Massimiliano Gioni. L’appuntamento è previsto per sabato 18 aprile 2026, dalle ore 11.30 alle 19.30, per una giornata di incontri interamente dedicata all’arte contemporanea italiana, pensata come uno spazio di confronto aperto tra artisti, curatori e professionisti del settore. Tutti gli appuntamenti del Public Program sono ad accesso libero su registrazione, nel segno della gratuità e della condivisione, due dei principi fondanti della fiera.