Trent’anni dopo, miart guarda ancora avanti. Ma il mercato resta una questione di relazioni

Trent’anni. Di storia, di collezionismo, di evoluzioni del sistema. A Milano, miart (dal 17 al 19 aprile) scandisce la settimana più calda dell’arte meneghina e tutt’intorno sono preview, nuove fiere, nuove gallerie. E collezionisti sempre più giovani, internazionali, gli stessi che ridefiniscono gli equilibri del mercato globale e muovono le fila “dal basso”, vivacizzando gli affari a colpi di acquisti piccoli, sotto i 50.000 euro. Alla guida ancora Nicola Ricciardi, che orchestra “New Directions” – un omaggio all’omonima raccolta delle incisioni realizzate nel 1963 da John Coltrane. Cambia la venue, invece: la South Wing di Allianz MiCo, a CityLife, e qui centosessanta gallerie da ventiquattro Paesi sparpagliate in tre sezioni (Emergent, Established ed Established Antology) che creano una narrazione dell’arte lunga più di un secolo. Uno spartito di visioni. Ne parliamo con il direttore.

La fiera miart compie trent’anni. Guardando al sistema italiano, come sono cambiate le dinamiche del mercato in termini di collezionismo, internazionalizzazione e ruolo delle gallerie?
In trent’anni il sistema italiano è cambiato profondamente. Il collezionismo si è ampliato e diversificato: accanto a una base storica molto competente, oggi vediamo una nuova generazione più mobile, più trasversale, meno legata a categorie rigide. Anche le gallerie hanno dovuto evolvere, rafforzando la propria identità e aprendosi a una dimensione sempre più internazionale. In questo senso Fiera Milano e miart hanno accompagnato e spesso anticipato questo sviluppo, mettendo in dialogo il moderno e il contemporaneo e creando una piattaforma capace di far incontrare la città con reti e interlocutori globali.

Che cosa invece è rimasto uguale, nonostante le trasformazioni del settore?
Credo sia rimasto uguale un punto essenziale: il mercato dell’arte continua a fondarsi sulla qualità delle relazioni e sulla fiducia. Al di là dei cambiamenti di scala, è rimasta intatta una verità molto semplice: il mercato dell’arte è ancora, prima di tutto, un mercato di relazioni. La fiducia continua a essere decisiva, così come la qualità dello sguardo. Si può parlare di internazionalizzazione, di nuovi formati, di nuove velocità, ma alla fine tutto si gioca ancora nella capacità di riconoscere un’opera, sostenerla, difenderla nel tempo.
Il titolo di questa edizione, “New Directions”, suggerisce una proiezione verso il futuro. Qual è oggi la sfida più urgente per una fiera come miart?
La sfida oggi è essere rilevante senza essere ridondante. In un ecosistema densissimo di appuntamenti internazionali, una fiera non può limitarsi a presentare una somma di gallerie, ma deve offrire una prospettiva, un ritmo e un’esperienza che abbiano una ragione precisa. “New Directions” nasce da questa esigenza: non vuole essere uno slogan, ma un invito a chiederci in quale direzione vogliamo andare, come fiera e come ecosistema. Per me il punto non è inseguire la novità, ma costruire contesti in cui il nuovo possa davvero essere capito.

E il cambiamento passa anche dalla nuova sede nella South Wing di Allianz MiCo. In che modo questo nuovo assetto architettonico e il layout su più livelli incidono sulle relazioni tra gallerie, collezionisti e pubblico, e sull’esperienza complessiva della fiera?
Il nuovo assetto su più livelli ci ha permesso di articolare meglio i percorsi, di dare maggiore respiro ai contenuti e di costruire un’esperienza più leggibile, più fluida, e auspicabilmente più accogliente. Questo incide direttamente anche sulle relazioni di cui parlavo prima, perché crea occasioni di incontro più naturali, favorisce soste, approfondimenti, ritorni. In una fiera la qualità dell’architettura non è mai neutra, condiziona il tempo dell’attenzione e il tipo di conversazione che può nascere tra gallerie, collezionisti e pubblico.
Due parole di introduzione sull’edizione 2026, allora.
miart 2026 è un’edizione speciale perché celebra un traguardo importante senza cadere nella celebrazione fine a sé stessa. I trent’anni, per noi e per Fiera Milano, non sono un punto d’arrivo ma un’occasione per rilanciare. È un’edizione che guarda avanti, che conferma una vocazione internazionale, ma che continua a lavorare su ciò che rende miart riconoscibile: il dialogo tra moderno e contemporaneo, la qualità curatoriale, il rapporto strettissimo con la città. Volevamo una fiera che avesse energia, chiarezza e profondità. Credo che questa edizione vada in quella direzione.

Tra le novità c’è anche Movements: If Music, che introduce in modo strutturato il linguaggio video e film d’artista in fiera. Le chiedo: a che punto siamo nel riconoscimento di questi media come asset collezionabili rispetto a quelli più tradizionali?
Il riconoscimento del video e del film d’artista come asset collezionabili è cresciuto molto, anche se in modo non uniforme. Oggi esistono strumenti, competenze e modelli di acquisizione molto più maturi rispetto al passato, sia sul fronte privato sia su quello istituzionale. Ma resta importante creare contesti di visione adeguati e accompagnare il collezionista nella comprensione delle specificità di questi media: edizioni, certificazioni, installazione e conservazione. Con Movements abbiamo voluto fare proprio questo, introducendo in modo strutturato le opere time-based all’interno della fiera, non come eccezione ma come linguaggio pienamente integrato.

Da anni miart è il perno della Milano Art Week, una formula globale e consolidata che attiva simultaneamente gli attori del settore. Come si evita una saturazione che omologa tutte le esperienze, trasformandola invece in nuove opportunità di dialogo e networking per i collezionisti?
Il rischio di saturazione esiste sempre quando una città concentra molti appuntamenti nello stesso arco di tempo, come durante le settimane del design e dell’arte. La differenza rispetto alla Milano Design Week è tuttavia strutturale. Il design ha una capacità naturale di occupare la città in modo quasi ubiquo. L’arte contemporanea, invece, funziona meglio quando riesce a preservare densità critica e qualità dell’attenzione. Per questo la Milano Art Week funziona quanto più riesce a valorizzare la specificità dei suoi attori. Il punto non è moltiplicare gli appuntamenti, ma far sì che ognuno abbia una voce distinta pur entrando in relazione con gli altri. È quello che abbiamo cercato di fare stimolando una serie di istituzioni pubbliche e private a pensare a un palinsesto di iniziative legate al nostro tema – al jazz e alla musica in generale – ma interpretato dalla propria e distintiva “voce”.
Per chiudere: se dovesse tracciare un percorso ideale per un collezionista internazionale – verosimilmente con poco tempo e tanti stimoli diversi – come consiglierebbe di attraversare miart 2026?
A un collezionista internazionale consiglierei di attraversare miart 2026 in tre tempi. Prima, una ricognizione ampia per orientarsi tra sezioni, geografie e dialoghi generazionali. Poi, un secondo passaggio più lento, dedicato alle opere che chiedono attenzione e alle conversazioni con i galleristi. Infine, un terzo momento riservato ai linguaggi che aprono prospettive meno consuete – penso a Movements al piano zero ma anche ad Anthology al piano due – e agli artisti che magari non si conoscevano ancora. In una fiera il punto non è vedere tutto, ma uscire con alcune idee molto chiare, alcuni incontri decisivi e il desiderio di tornare su ciò che ha davvero lasciato un segno. La ricetta chiave per me è – ed è sempre stata – stimolare la curiosità di chi osserva.