Con Art Basel Paris 2026, il mercato dell’arte si prende tutta la città

di | 19 ott 2026
Art Basel Paris, 2025. Courtesy Art Basel

Smantella Londra, allestisci Parigi. Nel mercato-lunapark dell’arte internazionale non c’è il tempo di disfare le valigie, la giostra riparte subito in direzione Grand Palais. L’assetto oltremanica, pressoché invariato: quello da grande art week dove il mercato si traveste da vita culturale, e cene, e preview a loro modo esclusive, a loro modo intercambiabili. Non più i cieli plumbei di Regent’s Park, ma il Grand Palais come quartier generale: dal 23 al 25 ottobre, il 21 l’accesso per i super vip, il 22 per i “semplici” vip – diverse sfumature di privilegio – tutti sotto la stessa cupola di vetro per incontrare 211 gallerie da 41 Paesi, mentre Karim Crippa debutta alla direzione di Art Basel Paris. «Karim unisce l’occhio di un curatore, la precisione di un comunicatore e una profonda comprensione di ciò che rende Parigi una città così vitale per l’arte contemporanea», lo presenta così Vincenzo De Bellis, direttore artistico e direttore globale di Art Basel Fairs. Parigi, dal canto suo, non deve più convincere nessuno: secondo l’Art Basel & UBS Global Art Market Report 2026, le vendite in Francia hanno raggiunto 4,5 miliardi di dollari nel 2025, il 9% in più rispetto all’anno precedente. È l’8% del mercato mondiale, vale a dire il quarto mercato globale. Davanti, solo Stati Uniti, Regno Unito e Cina.

Christina Quarles, Crystal Town, 2026. Acrilico su tela, 182,9 × 218,4 cm. Courtesy l’artista; Pilar Corrias, Londra; Hauser & Wirth

Quindi, tutti dentro il Grand Palais. I giganti internazionali e gli emergenti, insieme, naturalmente sparsi tra Galeries, Emergence, Premise. E poi Oh La La!, il consueto gioco di riallestimento degli stand, quest’anno affidato a Philippine Leroy-Beaulieu. Ma è fuori, al di là del perimetro dei booth, che inizia il vero rodeo. Dal Marais a Matignon a Saint-Germain, il calendario delle inaugurazioni si fa fitto fino a saturare le giornate, a sovrapporsi, a imporre che cosa sacrificare. Da segnare in agenda: da MASSIMODECARLO Pièce Unique, la personale di Yan Pei-Ming (dal 13 ottobre); da David Zwirner, Oscar Murillo (dal 19 ottobre); da Gagosian, Lee Krasner (dal 19 ottobre) e Dan Flavin (dal 18 ottobre), distribuiti fra le varie sedi; da Thaddaeus Ropac, la prima personale in Francia di Jordan Casteel. E poi opening tutti strategicamente incrociati (leggi: accalcati) tra Galleria Continua, Marian Goodman Gallery, Perrotin, Karsten Greve, Lelong, Dina Vierny, White Cube, Almine Rech, Romero Paprocki, Mennour, Tornabuoni Art, Mariane Ibrahim, Sans titre, Galerie Chantal Crousel. Una sequenza di indirizzi che in città diventano una partita parallela (più lenta, più capillare) a quella (più concentrata, seducente) giocata tra gli stand patinati del Grand Palais. Due registri, due economie dell’attenzione, che convivono per moltiplicare le occasioni di incontro – e farle durare, e dare spazio, ben oltre i tempi effimeri della fiera.

Design Miami/Paris. Courtesy Design Miami. Foto di Ivan Erofeev

Vedi alla voce “sistema”. Echi sparsi del mercato e un abbraccio complice tra tutti i player del settore. Così le fiere, ognuna col suo volto, ognuna col suo target più o meno esteso di riferimento: Paris Internationale, al 187-189 di Quai de Valmy, nell’area del Canal Saint-Martin, con la sua vocazione indipendente e sperimentale (dal 20 al 24 ottobre). OFFSCREEN, anche quest’anno alla Chapelle Saint-Louis de la Salpêtrière, interamente dedicata all’immagine (dal 20 al 25 ottobre). Asia Now, con il suo sguardo sulla scena contemporanea asiatica, alla Monnaie de Paris, lungo la Rive Gauche (dal 20 al 24 ottobre). Design Miami/Paris all’Hôtel de Maisons in Rue de l’Université, con oltre trenta gallerie – incluse le italiane Rossella Colombari e Nilufar (dal 21 al 25 ottobre). AKAA (Also Known As Africa) che dal 2016 porta in primo piano artisti africani contemporanei (dal 23 al 25 ottobre). Ancora Private Choice, quest’anno nel quartiere del Palais-Royal; il focus è il Kaléidoscope de talents (dal 18 al 25 ottobre). Un mosaico di pubblici, di collezionismi, la conferma che la settimana parigina ha più epicentri mobili e simultanei; la difficoltà è intercettare quello giusto, al momento giusto. La FOMO è l’effetto collaterale.

Lucio Fontana, Concetto spaziale, Mezzogiorno in Piazza S. Marco, 1961. © Christie’s Images Ltd. 2026

Parentesi aste, le major schierano i pezzi da novanta. Sotheby’s esita – tra le altre – la collezione Schlumberger, rimasta per decenni lontana dagli occhi del pubblico, con un Monet monumentale, Iris, stimato 22-30 milioni di euro. Christie’s risponde con la collezione Durand-Ruel, una dinastia che ha contribuito a scrivere la storia dell’impressionismo, tra capolavori museali di Monet, Pissarro e Renoir. C’è anche Thinking Italian, il format di Christie’s che quest’anno festeggia a Parigi i suoi venticinque anni, incluso un raro Concetto spaziale, Mezzogiorno in Piazza S. Marco di Lucio Fontana da 5,5-7,5 milioni di euro. «Acquisita dal celebre collezionista italiano e fondatore di Palazzo Grassi, Paolo Marinotti», spiega Mariolina Bassetti, Chairman, Post War & Contemporary Art Continental Europe, Christie’s Italia, «l’opera è rimasta perlopiù lontana dagli occhi del pubblico, è stata esposta pubblicamente soltanto tre volte nel corso della sua storia». Mentre Phillips propone in un’unica vendita arte moderna, contemporanea e design, tra cui la collezione parigina di Marcel Brient. Solo per citare i lotti capitali. Nel frattempo, sparpagliate per la città, o appena fuori, le istituzioni giocano la loro partita, e ignorarle significa perdersi metà della giostra: al Louvre c’è Francisco de Zurbarán (dal 7 ottobre); alla Bourse de Commerce, la grande mostra fotografica della collezione Pinault, “Remember Me”, con circa 700 opere di oltre 70 artisti (dal 7 ottobre); alla Fondation Louis Vuitton, “Gustave Fayet, collectionneur-créateur. Icônes de l’art moderne” – senza il richiamo da blockbuster di Rothko o Hockney stavolta, ma con una selezione di opere che racconta il collezionismo come forma di visione (dal 9 ottobre); alla Fondation Cartier Ibrahim Mahama con “The Harvest Season” (dal 22 ottobre), Vija Celmins all’Orangerie (dal 30 settembre), Mary Cassatt all’Orsay (dal 6 ottobre). E in mezzo, appuntamenti, visite private, cocktail, cene, deviazioni obbligate, quelle conversazioni che iniziano davanti a un’opera e finiscono, inevitabilmente, altrove.

Marcello Maloberti, Ciel, 2023. Neon. Courtesy l’artista e Raffaella Cortese, Milano / Albisola. Foto di Andrea Rossetti

Così le installazioni pubbliche e i progetti speciali di Art Basel Paris s’insinuano nella geografia quotidiana della città, portano gli artisti nelle piazze e nei luoghi monumentali – il cielo al neon di Marcello Maloberti lungo Avenue Winston-Churchill (portato da Raffaella Cortese), l’enorme bronzo di Tracey Emin al Parvis des Droits de l’Homme (con White Cube) – trasformando la Ville Lumière in una mostra diffusa, in una sorta di coreografia urbana. Intanto, lì fuori, il pubblico cambia volto, interessi, età. Cambiano le provenienze, i codici di accesso, le modalità. Cambia, almeno in parte, il profilo di chi compra, cambia l’oggetto del desiderio. La Survey of Global Collecting 2026 di Art Basel e UBS – recentissima, rilasciata l’8 ottobre – mette sul tavolo una spesa media dichiarata, nel 2025, di circa 347.000 dollari per le belle arti tra i collezionisti Gen Z ad alto patrimonio intervistati. Vale a dire: più del doppio rispetto a qualsiasi altra generazione nel campione. Riguarda (è sempre ovvio nei report di Art Basel & UBS) solo una piccola fetta dei giovani intervistati, non l’intera generazione. E non significa (un’altra ovvietà) che i ventenni abbiano improvvisamente preso il posto dei grandi collezionisti storici, ma che la prossima generazione di compratori ha già un profilo ben delineato. Che parla di storie, più che di numeri. Di appropriazione, più che di consacrazione. Guarda caso, del tutto in target con gli acquirenti del Grand Palais.
Naturalmente, durante Art Basel Paris 2026 si continuerà a parlare di vendite, di record, di opere assegnate e di quelle rimaste sul mercato. Di chi ha comprato cosa, di chi è arrivato prima. Si continuerà anche a confondere la visibilità con il valore e la presenza con l’influenza, suo malgrado. È il movimento della giostra, il suo magnetismo, il suo piccolo teatro di urgenze. È il gioco. E l’importante, come in ogni gioco, è perlomeno partecipare.