Il tempo lento del mercato. Nel Mediterraneo, oltre il calendario delle grandi fiere

L’elicriso arriva prima delle opere. È un odore secco, resinoso, che il sole di luglio solleva dalla macchia di Porquerolles, mentre il sentiero digrada verso la Fondation Carmignac. In programma c’è “Sea, Pop & Sun” (dal 25 aprile al primo novembre), come la canzone di Serge Gainsbourg – senza sex –, tra un tramonto saturo di Andy Warhol, la ragazza di Evelyne Axell che mangia un gelato, i gonfiabili kitsch di Jeff Koons, le spiagge stipate di Martin Parr. Il paesaggio filtra nella grammatica visiva della mostra, nella fattoria provenzale che Henri Vidal convertiva in villa oltre quarant’anni fa. Ma Porquerolles non è un’eccezione. Il baricentro del sistema si sposta, d’estate: nelle fondazioni disseminate nel Sud della Francia, tra vigne, pinete e antiche cave; alle Baleari; più a est, fino alla Grecia. Una costellazione di luoghi mediterranei, tra costa ed entroterra, che non sospendono il calendario famelico del mercato. Ne rallentano il ritmo senza interromperlo, stagionalmente, geograficamente. Mentre fuori friniscono le cicale.

Vedi Arles, dove la pietra bianca dell’arena trattiene la luce fino a sera. A luglio ospita Les Rencontres d’Arles, lo storico festival di fotografia che trasforma la città provenzale in un museo a cielo aperto – il tema è Des Mondes à relire, mondi da rileggere, sotto la direzione di Christoph Wiesner. Un sistema di prossimità: biciclette che sfiorano le code davanti agli spazi espositivi; mappe del festival che passano di mano in mano tra curatori, artisti, collezionisti, advisor, direttori di musei; un attraversamento continuo tra edifici, cortili, chiese sconsacrate; immagini e idee. È in questa densità temporanea – nella concentrazione di persone, relazioni e attenzione – che trovano spazio anche nuove istituzioni. Il 9 luglio ad Arles ha aperto il Fonds Bustamante, con il progetto firmato da Charles Zana che riconverte l’antica chiesa di Sainte-Croix in un luogo indipendente, vivo, insieme laboratorio e spazio espositivo. «Come artista profondamente impegnato, che ha vissuto la fine dell’egemonia anglosassone e del predominio dell’arte occidentale, ho creato il Fonds Bustamante per preservare questo grande patrimonio europeo», spiega ad «ARTnews Italia» l’artista Jean-Marc Bustamante, che ha rappresentato la Francia alla Biennale di San Paolo nel 1994 e alla Biennale di Venezia nel 2003. «Mi sembra che le gallerie occidentali non abbiano più i mezzi per promuovere da sole questa eredità, oggi più che mai soggetta alle dinamiche di un mercato multiculturale». Non sono luoghi che competono con le fiere: ne occupano il controtempo. Qui i rapporti si consolidano, le conversazioni si allungano. Le opere si guardano senza la pressione dello stand successivo.

La Costa Azzurra, nel suo insieme, funziona come una costellazione di variazioni sul tema. Il sistema continua a incontrarsi, lontano dalla compressione del calendario. Succede alla Fondation Maeght, tra i pini e la luce densa di Saint-Paul-de-Vence, nel Cortile Giacometti, nel labirinto di sculture e ceramiche di Joan Miró. Succede a Château La Coste, verso Aix-en-Provence, dove architettura, vigneti e sculture monumentali esposte al sole convivono con il cinema sotto le stelle e le mostre temporanee dedicate a Julian Schnabel (dal 25 aprile al 15 agosto), Rashid Johnson (dal 5 luglio a gennaio 2027), Sheree Hovsepian (dal 5 luglio al 6 settembre) e al dialogo “Rashid, Sheree and Friends” (dal 5 luglio al 6 settembre). Relazioni che maturano, collaborazioni che prendono forma. Ancora a Saint-Tropez, dove il mercato ha scelto la sua forma più raccolta: i collezionisti si sono dati appuntamento a inizio mese (dal 2 al 5 luglio) per il debutto di PAD, la fiera boutique a misura d’uomo che fa ripensare ai ritmi del settore – il dialogo che ha più urgenza dell’acquisto, le trattative che continuano ai tavolini dei caffè. Bastano venti gallerie affacciate su Place des Lices per restituire al mercato – ipertrofico – una scala più leggibile, dove la prossimità torna a essere una componente del valore.

Più a sud, Bonifacio. La Biennale De Renava (fino al 5 novembre) s’insinua nella cittadella medievale corsa e riapre bastioni, caserme e spazi – normalmente inaccessibili – con installazioni site specific e performance riunite sotto il titolo “Nimu Dormi”, nessuno dorme, tema dell’edizione 2026. Da Vanessa Beecroft a Mark Leckey, da Alex Foxton ad Anri Sala, un altro tassello di quella geografia mediterranea in cui è il luogo stesso a ridefinire l’esperienza delle opere.

Le Baleari seguono il filo estivo del discorso. Con CAN Art Fair, che a Ibiza arrivava a giugno alla sua quinta edizione: trenta espositori, una comunità internazionale ormai consolidata e un formato che ha imparato ad adattarsi al tempo lento dell’isola. Poi l’Isla del Rey, nel porto di Mahón, dove l’avamposto minorchino del gigante Hauser & Wirth espone per tutta la stagione “Directionless” (dal 21 giugno al 25 ottobre), la mostra collettiva a cura di Rashid Johnson sul disorientamento del tempo presente, con opere di artisti come Julie Mehretu, Lorna Simpson, Cristina Iglesias, Georg Baselitz, Mona Hatoum. E attrae lo stesso pubblico che, pochi giorni prima, affollava le grandi fiere europee. Intanto si fa fitto l’ecosistema di gallerie della vicina Maiorca, una crescita confermata anche dal debutto, ad aprile 2026, della fiera Art Cologne Palma Mallorca – leggi: ottantotto gallerie internazionali e oltre diecimila visitatori. «Con quest’evento è stato raggiunto un obiettivo centrale, rafforzare ulteriormente l’associazione dell’isola con l’arte contemporanea e posizionare Maiorca oltre la classica immagine di sole e mare, come un luogo con un’identità culturale autonoma», ha dichiarato Fran Reus, Presidente di Art Palma Contemporani. Un collezionismo che non passa, rimane. E sedimenta in una rete di gallerie locali, o con sede sull’isola, da Florit Florit ad ABA Art, e poi, tra le altre, Taller 6A, Galería Reus, Balazsi, Barò, Kewenig e Xavier Fiol.

Ora a est, fino alla Grecia, nell’Egeo. A Hydra non ci sono automobili, gli spostamenti si fanno a piedi sulla pietra levigata, tra odore di sale, catrame e ferro dei battelli, sotto il sole dorato di Jeff Koons. È l’isola dove Pauline Karpidas ha fatto della Boudouris Mansion un salotto del contemporaneo – una storia coronata dalla vendita Hydra. The Karpidas Collection di Sotheby’s, nel 2023, per 35.600.000 euro; nel 1996 la filantropa apriva anche una galleria sul porto, inaugurata ogni estate con un evento in collaborazione con Sadie Coles, tra mostre di Cecily Brown, George Condo, Damien Hirst e Tracey Emin. Ma questa è un’altra storia. Adesso, dal 2009, il mercato entra in un antico mattatoio, nella Deste Foundation di proprietà del collezionista greco-cipriota Dakis Joannou – presenza costante nella lista Power 100 di ArtReview. Nel 2026 ospita “Until that day” (dal 23 giugno al 31 ottobre), il progetto a cura di Nari Ward che affronta le realtà sociali e politiche della popolazione africana in Grecia. Non una fuga rispetto al sistema, ma una sua riconfigurazione. Il luogo – il Mediterraneo – dove il mercato rallenta per tornare a guardare.
