Un altro giro di giostra: Seoul, Londra, Parigi, Miami

di | 05 ago 2026
Art Basel Paris, 2025. Courtesy di Art Basel

Seoul, Londra, Parigi, Miami, ricomincia la giostra. La stessa costellazione nomade di galleristi, collezionisti, advisor, direttori di museo, curatori, artisti, addetti ai lavori e compagnia danzante che si sposta lungo la rotta con la precisione prevedibile di una migrazione stagionale. Stessi voli, stessi hotel, stesse cene, stessi tavoli, stessa inguaribile illusione di capire il mercato guardandolo negli occhi. Come un rituale. Qualcuno rinuncia alla tappa di Londra, in virtù della novella Paris post Brexit, post Grand Palais restaurato, post ricentralizzazione del mercato europeo attorno alla Senna – che pure è ancora ufficialmente in quarta posizione, dietro a Cina (terza), Gran Bretagna (seconda) e States (sempre in testa). Ma eccezioni a parte: il sistema si riversa con ostinata regolarità intorno a questi – più nuovi, meno nuovi – hub globali, e al manipolo di fiere satellite, di eventi collaterali, di art week sempre uguali, mentre secondo l’ultimo Art Basel & UBS Report le vendite in fiera rappresentano il 35% del fatturato dei dealer, la quota più elevata registrata dal 2022. Chapeau. Il problema non è trovare denaro, ma trovare abbastanza convinzione da spenderlo, vale in asta come tra i booth; e allora vince il segmento ultra-high-end, si impongono i capolavori unici, rari, con provenienze preziose, mentre è la fascia intermedia a soffrire, a eclissarsi, quel mare magnum tra i cinquantamila e i cinquecentomila dollari dove la prudenza pesa più dell’entusiasmo, della fear of missing out. Beninteso, intanto: nessuno vola a Seoul, Londra, Parigi o Miami per visitare una sola fiera, non basta il singolo capolavoro. Si viaggia per entrare in una concentrazione di relazioni, di collezionisti che normalmente vivono su continenti diversi, per misurare gli umori – e le esitazioni – di un mercato che non è in crisi, ma ha smesso di essere spavaldo, è più selettivo, è infinitamente meno disposto a concedere il beneficio del dubbio. Si sale sulla giostra. Sapendo che, spesso, le opere più importanti sono già opzionate ben prima della preview.

Bradley Ertaskiran per Art Basel Miami Beach, 2025. Courtesy di Art Basel

Primo giro a Frieze Seoul, che dal 2 al 5 settembre torna al COEX di Gangnam per la sua quinta edizione. Glocal – locale e globale insieme, come da migliore tradizione – con oltre centoventicinque gallerie, di cui più del 70% provenienti dalla regione Asia-Pacifico, e più di cinquanta espositori con spazi stabilmente insediati a Seoul. Inclusi i giganti White Cube (in città dal 2023), Thaddaeus Ropac (dal 2021), Pace Gallery (dal 2017) e Lehmann Maupin (dal 2017). Tre i settori curati: Spotlight, che indaga al di là del canone occidentale; Focus, che interroga artisti emergenti; e il nuovo Material Practice, perfettamente allineato a ciò che il mercato compra, vedi alle voci design, cross-collecting, collezionisti transgenerazionali. Fuori, oltre il perimetro della fiera, le mostre nei musei (nota speciale per “Art Spectrum 2026” al Ho-Am Art Museum, co-curata con il Palais de Tokyo di Parigi, e per la programmazione del nuovo Photo SeMA, dedicato alla fotografia), la concomitanza strategica con Kiaf, le Neighborhood Nights che orchestrano opening fino a tarda notte tra i quartieri di Euljiro, Hannam, Cheongdam e Samcheong. «Fin dall’inizio, Frieze Seoul si è fondata sulla convinzione che Seoul non sia semplicemente una città ospitante di una fiera d’arte internazionale», ha spiegato Patrick Lee, direttore di Frieze Seoul, «ma che si trovi al centro di un Paese che sta definendo il futuro dell’arte contemporanea in Asia. La fiera di quest’anno riflette questa convinzione, guardando all’esterno pur rimanendo strettamente legata agli artisti, alle gallerie e al patrimonio culturale che rendono Seoul, e il più ampio panorama culturale coreano, davvero affascinante». Non è un caso: secondo l’ultimo Art Basel & UBS Art Market Report, nel 2025 il mercato dell’arte sudcoreano è cresciuto del 6%, in controtendenza rispetto al Giappone (-1%) e in un contesto asiatico caratterizzato da un andamento fortemente disomogeneo. Abbastanza per spiegare perché un colosso come Frieze continui a presidiare il territorio. E a ruota, inevitabilmente, a trascinare l’intero sistema.

SeMA – Photography Seoul Museum of Art. © PhotoSeMA. Foto di Yoon Joonhwan

Dal 14 al 18 ottobre è il turno di Frieze London e Frieze Masters che «si basano sull’idea condivisa», afferma Kristell Chadé, direttrice esecutiva di Frieze, «che la pratica contemporanea e la storia dell’arte siano più avvincenti quando dialogano insieme». Londra, la grande veterana che nessuno osa pensionare, ma che tutti osservano per capire se ha ancora qualcosa da dire. E che, di fatto, si aggrappa al secondo posto del ranking mondiale, mantenendo nel 2025 una quota del 18% delle vendite, con un giro d’affari di 10.500.000.000 di dollari (in crescita del 2% sul 2024). E quindi: più di trecento gallerie totali sotto il cielo plumbeo di Regent’s Park, circa centosettanta per Frieze London che schiera tutti i giganti blue-chip, con sezioni che suonano come dichiarazioni di intenti, da Artist-to-Artist (generazioni e geografie a confronto) a The Code Universe (sui codici contemporanei, guidata da Carol Yinghua Lu, direttrice dell’Inside-Out Art Museum di Pechino e co-curatrice della XIX Biennale di Istanbul del 2027), fino ai collaudati Editions (a prezzi più affordable) e Focus (spazio alle giovani gallerie). Mentre Frieze Masters, sotto l’egida dell’italo-britannica Emanuela Tarizzo, continua a scandagliare l’idea rassicurante di “antico”, qui declinato tra le sezioni storiche Spotlight e Reflections, e in più aggiunge Queering Modernism: Visual Languages ​​of the 20th Century. Spiega Tarizzo: «Frieze Masters ha sempre resistito all’idea di un’unica storia dell’arte. L’edizione 2026 si fonda su questa posizione, riunendo gallerie e specialisti il cui lavoro amplia il modo in cui la storia dell’arte viene ricercata, compresa, raccontata».

Leiko Ikemura, Usagi Greeting (440), 2023-2025. Public Program di Art Basel Paris, 2025. Courtesy dell’artista; Lisson Gallery

Mentre il mercato si interroga sulla crescente selettività del collezionismo – o i grandi capolavori o niente, lo dicono i risultati degli ultimi mesi –, le super fiere continuano a investire nella narrazione. Tradotto: prima di vendere, costruiscono il contesto entro cui quelle opere potranno essere comprese, anelate, acquisite. Creano il pretesto del desiderio. Così il colosso Art Basel Paris – smonta Londra, allestisci Parigi, riparte la giostra. Dal 22 al 25 ottobre, sarà diretta da Karim Crippa, con duecento gallerie in un Paese – la Francia – che è di fatto il quarto mercato mondiale, con vendite per 4.500.000.000 di dollari e un incremento del 9% su base annua. «Art Basel Paris è cresciuta, edizione dopo edizione, fino a diventare una parte autentica del tessuto culturale di questa città», dichiara Crippa. «Una fiera i cui interlocutori più vicini sono le gallerie, le istituzioni, i collezionisti, gli artisti e le comunità creative della stessa Parigi. Ciò che la distingue non è soltanto la qualità delle presentazioni all’interno del Grand Palais, ma anche l’eccezionale concentrazione di attività che la circonda: mostre istituzionali, incontri interdisciplinari e conversazioni che rendono la settimana della fiera parigina un momento di straordinaria rilevanza culturale e di mercato». Art Basel, e tutto intorno le fiere (satellite, alternative e boutique, vedi Paris Internationale, AKAA, Asia Now, Offscreen, Design Miami Paris), la scacchiera di opening patinati tra Marais e Matignon, e poi cene, dj set, le maxi aste da Sotheby’s a Christie’s, da Phillips ad Artcurial, da Piasa a Drouot, dritto fino a Bonhams Cornette de Saint Cyr. Pubblico e privato, tirati a lucido, giocano la stessa partita: il Louvre espone Francisco de Zurbarán, il Musée d’Orsay Jenny Holzer e Mary Cassatt, l’Orangerie Monet, la Fondation Louis Vuitton punta sulla super collezione di Gustave Fayet, Ibrahim Mahama è protagonista da Fondation Cartier, la Bourse di Pinault celebra il bicentenario dell’invenzione della fotografia con “Remember Me”. E il Centre Pompidou salta il turno – della giostra – per restauro fino al 2030. La sensazione costante, nell’accumulo: perdersi qualcosa. Un mix esatto tra fomo, vanità, reputazione, capitale. Intanto si va.
Chiude Art Basel Miami Beach a dicembre, glitterata, vista mare. È la verifica finale. La line-up completa dell’edizione 2026 sarà diffusa nelle prossime settimane, ma poco cambia: un ultimo giro di giostra, le preview, le cene, la corsa alle opere. Non conclude. Riporta tutti al via.