La guerra in Iran affonda le vendite del lusso nel Golfo: il mercato dell’arte rischia lo stesso?

di | 22 mag 2026
Tehran, Iran. Foto di Majid Saeedi / Getty Images

Alla fine dello scorso anno, il 2026 sembrava destinato a diventare l’anno del Golfo per il mercato dell’arte. Nel dicembre 2025, Sotheby’s ha organizzato la prima edizione dell’Abu Dhabi Collectors’ Week, incassando 133.000.000 di dollari. Lo scorso febbraio, Art Basel ha tenuto l’edizione inaugurale di Art Basel Qatar. Inoltre, a novembre «Frieze» ospiterà la prima edizione della sua fiera recentemente ribattezzata Frieze Abu Dhabi.
Ma poi, dopo settimane di minacce e dimostrazioni di forza, gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato attacchi contro l’Iran. La Repubblica Islamica ha risposto colpendo gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein e l’Arabia Saudita. Mentre Washington e Teheran negoziano un fragile cessate il fuoco, la reputazione del Golfo come polo a fiscalità agevolata in cui fare affari in sicurezza non sembra più così solida.  
Il primo domino a cadere nel mondo dell’arte è stata Art Dubai, l’evento di punta della regione prima del lancio di Art Basel Qatar e Frieze Abu Dhabi. Stando a «The Art Newspaper», la fiera – che avrebbe dovuto celebrare quest’anno il suo ventesimo anniversario – è stata rinviata da aprile a maggio e ridotta da oltre centoventi gallerie nel 2025 a sole cinquanta, a seguito del ritiro di circa settantacinque espositori. L’edizione rivista si terrà dal 15 al 17 maggio al Madinat Jumeirah.
«Frieze» non si è ancora pronunciata sulla sua fiera di Abu Dhabi, ma nel lusso sono già emersi chiari segnali di tensione: il Golfo, su cui il settore aveva puntato come traino della crescita, mostra i primi cedimenti, mentre gli acquisti rallentano in Europa e in Asia.
Secondo il comunicato ufficiale di LVMH, confermato dalla CNBC e ripreso dal «New York Times», il gruppo parigino – che controlla, tra gli altri, Louis Vuitton, Tiffany & Co. e Bulgari – ha chiuso il primo trimestre con un fatturato di 19.100.000.000 di euro, un calo del 6% su base annua. Il comparto moda ha pagato il prezzo più alto: la divisione Fashion & Leather Goods ha ceduto il 2%.
Kering, l’altro colosso francese del lusso che controlla Gucci, Bottega Veneta e Yves Saint Laurent, ha registrato un calo dell’11% del fatturato nell’ultimo trimestre e ha istituito una task force dedicata alla gestione delle attività in Medio Oriente. «In Medio Oriente, sono i flussi turistici a risentirne più della clientela locale», ha detto questo mese agli investitori la direttrice finanziaria Armelle Poulou, secondo il «Times».
Vale la pena ricordare che LVMH fa capo a Bernard Arnault, la nona persona più ricca al mondo e uno dei più importanti collezionisti d’arte del pianeta. François Pinault, altro grande collezionista, controlla Kering tramite Groupe Artémis, che detiene anche Christie’s.
Gli analisti della società di ricerca finanziaria Bernstein hanno stimato che le vendite di beni di lusso nel Golfo potrebbero crollare fino al 50% quest’anno, stando a «Fortune». L’arte non viene citata esplicitamente, ma è un mercato che segue da vicino l’andamento del settore del lusso.
La guerra ha avuto ricadute più ampie sul mondo dell’arte, al di là dei suoi piani per il Golfo. I costi di spedizione e di assicurazione per le opere in transito nella regione hanno subito rincari sensibili: nelle prime settimane di guerra, i costi dei voli aerei internazionali per le opere d’arte sono schizzati fino al 300%, secondo Wang Jianmin, fondatore della società cinese Top Space Art Service, specializzata nella logistica del settore. 
A inizio anno, il 76% degli esperti del mercato dell’arte indicava il Golfo come la regione più promettente per il 2026, con un «rischio di ribasso minimo», come riportava l’indagine annuale di ArtTactic. Viene da chiedersi se quegli esperti, oggi, la penserebbero ancora allo stesso modo.

Da «ARTnews US».

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