Alessandra Mazzari, Feroce. CANTADORA, Roma

Alessandra Mazzari, “Feroce”, 2026. Veduta della mostra. CANTADORA, Roma. Foto di Roberto Apa

Il cane è forse l’unico animale che l’uomo non si limita a possedere, ma nel quale finisce, in qualche misura, per abitare. In questa figura di fiuto e pelliccia, dove il domestico e il selvatico si insinuano l’uno nell’altro, senza soluzione di continuità, si inscrive “Feroce”, il ciclo pittorico inedito di Alessandra Mazzari, accompagnato da un testo di Davide La Montagna e presente fino al 29 aprile 2026 negli spazi di CATADORA, la neonata galleria romana fondata da Flavia Prestininzi e Enrico Palmieri.
Già prima del conseguimento del diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Firenze, Mazzari aveva dimostrato una consapevole padronanza dei generi della tradizione. Ne è esempio It revolves around your own face, ritratto familiare in cui l’assetto iconografico viene alterato attraverso lo spostamento della figura materna dalla consueta marginalità a una posizione frontale e dominante. In “Feroce”, tale operazione si radicalizza. Il cane, presenza tradizionalmente ancillare nella pittura figurativa, assume qui una funzione rappresentativa piena. Collocati ad un grado anteriore al linguaggio, nella sfera primaria dell’istinto e del corpo, i quadrupedi di Mazzari si offrono come “globi d’amore”, capaci di rappresentare rapporti familiari, passaggi d’età, attesa e ricreazione.

Alessandra Mazzari, “Feroce”, 2026. Veduta della mostra. CANTADORA, Roma. Foto di Roberto Apa

Delle sei tele in mostra, tre li pongono al centro dello sguardo con una prospettiva zenitale, isolandoli dall’umano e ravvicinando lo spettatore unicamente al loro mondo. Bijou e Des Chiens dans Mon Cœur – che aprono e chiudono il percorso espositivo – insieme a Primer Fois rappresentano, rispettivamente,  sopra un tappeto, su un pavimento in cotto e all’aperto, il tempo del riposo, del gioco e della prima caccia. La pennellata è concisa, quasi grossolana, ferina come loro, eppure più precisa, e infinitamente più quieta, di quella che ritrae le figure umane che appaiono in Kissing PeggyGros Chiens As Far As Unbendable Goes, i tre quadri che compongono il resto dell’esposizione. Questo è in effetti il nodo cruciale di “Feroce”: feroce è prima di tutto il pennello da cui l’umanità emerge ogni volta rabberciata, quasi tumefatta. Ciò è evidente in Kissing Peggy: al centro, Peggy Guggenheim seduta languidamente su una poltrona color muschio, mentre l’artista, che qui si auto-ritrae con camicetta e smanicato, le si avvicina per darle un bacio. Le figure sono tracciate con linee appena sufficienti a sagomarle; e proprio nei punti in cui lo spettatore si aspetterebbe chiarezza, la pittura biascica senza lasciare traccia – né in superficie né in profondità – di un labbro, di una narice o di qualsiasi altro indizio capace di restituirne l’identità. Eppure, nel quadro, permane un punto di assoluta e irriducibile nitidezza: l’occhio tiepido del cane, seduto a riposo, accanto alla poltrona. 

Alessandra Mazzari, “Feroce”, 2026. Veduta della mostra. CANTADORA, Roma. Foto di Roberto Apa

Il discorso non è diverso in As Far As Unbendable Goes, il cui titolo si offre come manifesto dell’intero ciclo: la natura canina è unbendable, irriducibile, per l’appunto. Anche qui, infatti, la decifrabilità della scena non è affidata al centro della tela né alle figure che lo occupano – ridotte a due sole macchie – ma si sposta verso il basso, sopra il corpo impellicciato dell’animale a quattro zampe. Del cane si distingue ancora la direzione del movimento – da destra verso sinistra –, l’ombra proiettata sul pavimento e il motivo del suo arresto: alza il muso e volge lo sguardo verso quelle spalle, quelle nuche, quei volti che per noi sono prossimi alla scomparsa. Forse è proprio per quella residua selvatichezza, che lo sottrae a ogni comando, che il cane sfugge alla schiera di sfigurati e, con lo sguardo acuto, li attraversa e li media, trasformandosi nell’ultimo arbitro della scena.
Tanto in Kissing Peggy quanto in As Far As Unbendable Goes, ma non si potrebbe dire altrimenti in Gros Chain, in cui la rappresentazione dei bipedi è relegata a un mucchio scarno di linee, piuttosto fantasmatiche, presso gli ultimi piani, la dislessia a cui è ridotta figurativamente l’umanità rivela che è nella specie umana e non altrove, e certamente non nel cane, che si colloca il “feroce” della mostra. 

Alessandra Mazzari, “Feroce”, dal 6 marzo al 29 aprile; CANTADORA, Piazza Galeria 7, interno 20, 00179 Roma; info: https://www.cantadora.it/

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