Artisti italiani in fiera: cosa racconta la Milano Art Week 2026

di | 20 apr 2026
Ambra Castagnetti, Snake in my throat, 2025. Paraffina, ceramica, 20 x 25 x 24 cm. Courtesy di Ambra Castagnetti; Francesca Minini. Foto di Andrea Rossetti 

La trentesima edizione di miart ha stabilito un nuovo record: mai così tante gallerie straniere. Un totale di centosessanta partecipanti da ventiquattro paesi, con nuovi ingressi da Los Angeles a Johannesburg, da Varsavia a Istanbul.
Nella stessa settimana, Paris Internationale, la fiera indipendente fondata a Parigi nel 2015, ha debuttato in Italia per la prima volta, scegliendo Milano e Palazzo Galbani come prima sede fuori dalla Francia. E allora, in una Milano sempre più internazionale, la domanda arriva spontanea: quanto di questo movimento beneficia gli artisti italiani?
Abbiamo incontrato in anteprima Nicola Ricciardi, direttore di miart al suo ultimo mandato, che a tal proposito dichiarava: «La presenza degli artisti italiani in fiera è per noi un tema centrale, non chiave identitaria o autoreferenziale, ma come parte di un impegno più ampio nel sostenere l’intero ecosistema dell’arte contemporanea del nostro paese. Crediamo che supportare le gallerie italiane, in particolare quelle più giovani e sperimentali, significhi creare condizioni perché possa emergere e consolidarsi una nuova generazione di artisti. Una fiera come miart può e deve essere anche questo: una piattaforma capace di accompagnare la crescita della scena italiana mettendola in dialogo con il contesto internazionale».
Nella sezione Established – cuore storico della fiera, dedicato a gallerie dall’attività ormai consolidata – troviamo tra le altre Bortolami Gallery e Lyles & King da New York, Nino Mier tra New York e Bruxelles, Sadie Coles HQ e Ginny on Frederick da Londra, oltre alla sudafricana Whatiftheworld. Anche in Emergent, la sezione dedicata alle realtà più sperimentali e giovani, i nuovi ingressi arrivano da ogni continente: Amanita e Gaa da New York, COMMUNE da Vienna, Crome Yellow M & C da Johannesburg, Ehrlich Steinberg da Los Angeles, MERKUR da Istanbul, South Parade da Londra e TBA da Varsavia. Oltre a quelle già presenti nelle precedenti edizioni, tra cui Shahin Zarinbal (Berlino), Ilenia (Londra), DES BAINS (Londra).

Claire Fontaine, Margherita, 2025. Cloruro di polivinile, resina trasparente, pittura, legno e chiodi per ferri di cavallo, 68 x 39 x 6 cm. Courtesy di Francesco Pantaleone Palermo. Foto di Fausto Brigantino

Quello che salta all’occhio è come alcune di queste gallerie internazionali scelgano di presentare in fiera artisti italiani o con radici nel paese: Amanita porta Marco Scarpi (1998, San Donà di Piave), Romero Paprocki sceglie Matisse Mesnil (1989, Castiglion Fiorentino), DES BAINS espone Désirée Nakouzi De Monte (1994, Trieste) e Andrea Parenti (1992, Milano), Ilenia porta Concorde – collettivo fondato da Carlo Prada e Nelly Hoffmann – e Sprovieri porta Renato Leotta (1982, Torino) e Francesco Arena (1978, Terlizzi). Ma si tratta per lo più di gallerie i cui fondatori hanno già una connessione diretta con il paese – chi è nata a Roma, chi ha da poco aperto una sede a Milano, chi ha costruito nel tempo relazioni di mercato con la scena italiana attraverso partecipazioni a questa o ad altre fiere.

Luca Bertolo, Monumento al partigiano, 2021. Tecnica mista su tela, legno, 121 x 101 cm. Courtesy dell’artista; SpazioA, Pistoia. Foto di Camilla Maria Santini 

Andrew Kreps (New York) presenta nel suo stand due artiste italiane: Chiara Camoni (1974, Piacenza) e Sofia Silva (1990, Padova). Se la scelta di Camoni è prevedibile – è l’artista selezionata per il Padiglione Italia alla Biennale di Venezia 2026 – e riflette quindi anche quella visibilità istituzionale già acquisita, meno ovvia è la scelta di Silva, che ancora non gode dello stesso tipo di riconoscimento pubblico.
Quello che emerge è in fondo un filo comune: le gallerie straniere portano in fiera artisti italiani quando hanno già un legame personale o programmatico con l’Italia. Sintomo di un interesse collezionistico che tende a rimanere nostrano.

Gabriele Picco, Senza titolo (Apocalisse), 2025. Carro funebre Chevrolet del 1938, resina, tessuto, legno, 580 x 185 x 235 cm. Courtesy dell’artista; Ex Elettrofonica, Roma 

A confermare il sospetto è come il sostegno alla nuova generazione di artisti italiani passi ancora soprattutto attraverso l’operato di gallerie italiane: Francesca Minini porta Roberto De Pinto (1996, Terlizzi), di cui ha in corso una mostra personale in galleria; Galleria Poggiali dedica ancora una volta ampio spazio nel suo stand a Barbara De Vivi (1992, Venezia); VISTAMARE presenta tra gli altri Anna Franceschini (1979, Pavia); ZERO… sceglie Yuri Ancarani, disegnando una rete che regge, sa costruire identità, reputazioni, ma che ancora fatica a portare gli artisti oltre i confini nazionali in modo sistematico. Soprattutto se nel farlo è lasciata da sola.

Ambra Castagnetti, Kobraltar, 2023. Cera, bronzo, cristallo, 120 x 175 x 30 cm. Courtesy di Ambra Castagnetti, Francesca Minini. Foto di Damian Griffiths 

Paris Internationale offre un punto di osservazione diverso, e per certi versi rivelatore. Silvia Ammon, direttrice della fiera, ha dichiarato in anteprima: «Quello che vogliamo celebrare con questa prima edizione milanese è un ecosistema particolarmente vitale e generoso, che comprende non solo artisti notevoli, ma anche editori, riviste e un’ampia costellazione di attori culturali la cui influenza si estende ben oltre l’Italia. Questa vitalità si riflette nella composizione della fiera stessa, con diciassette delle trentasette gallerie partecipanti italiane. Abbiamo voluto aprire uno spazio di riflessione intorno alla condizione della produzione artistica in Italia oggi. Milano non è semplicemente un’ambientazione, ma un contesto che plasma attivamente sia la fiera sia il suo discorso».

Benni Bosetto, Like all great mysteries, we are all mysteriously called to love, no matter of our depravity or dispare, 2021. Matita su seta, tessuto, ovatta, legno, ferro, 80 x 55 x 4 cm. Courtesy dell’artista; Emanuela Campoli, Paris/Milan. Foto di Roberto Apa

La presenza italiana è strutturalmente alta – diciassette gallerie su trentasette – e non è casuale: tra i co-fondatori di Paris Internationale c’è Ciaccia Levi, galleria nata a Parigi e radicata anche a Milano, che ha portato nella rete della fiera una parte significativa dell’ecosistema italiano. Ambra Castagnetti (1993, Genova) da Francesca Minini, Benni Bosetto (1987, Merate) da Emanuela Campoli, Nicola Martini (1984, Firenze) ed Emma Masut da Clima, Luca Monterastelli (1983, Forlimpopoli) in un progetto congiunto di Lia Rumma e Keteleer (Anversa), Sagg Napoli (1991, Napoli) da zaza’, Alek O. (1981, Buenos Aires) e Santo Tolone (1979, Como) da Martina Simeti. Anche qui, però, la rete regge su connessioni già esistenti.
Il merito più grande di questa edizione di Paris Internationale, tuttavia, è stato scegliere di non nascondere la polvere sotto il tappeto. La fiera ha infatti deciso di affrontare la questione in modo esplicito, attraverso uno degli appuntamenti più attesi del suo programma pubblico: una giornata intera di conversazioni, organizzata da Fondazione Nicola Trussardi, ideata da Massimiliano Gioni, direttore artistico della fondazione, e intitolata Aperto Italia. Venti artisti italiani di generazioni diverse – tra cui Yuri Ancarani, Guglielmo Castelli, Giulia Cenci, Sara Enrico, Chiara Enzo, Elisa Giardina Papa, Iva Lulashi, Margherita Manzelli, Daniele Milvio, Adrian Paci, Diego Perrone, Grazia Toderi – hanno discusso pubblicamente le condizioni della produzione artistica in Italia davanti a collezionisti, curatori e operatori del settore internazionali, con un formato che richiama Aperto, la storica sezione della Biennale dedicata alle nuove generazioni.

Andrea Salvino, Il massacro di Nanchino, 2024. Olio su tela, 65 x 55 cm. Courtesy dell’artista; Ermes Ermes, Rome 

La scelta di aprire il dibattito nel cuore del mercato non è un caso. In Italia il sostegno al contemporaneo è storicamente lasciato a privati, gallerie e collezionisti. Solo dal 2017 esiste l’Italian Council, il primo strumento pubblico strutturato per la promozione degli artisti italiani all’estero, creato dal Ministero della Cultura, presente a miart proprio con uno spazio dedicato ai suoi programmi, insieme a Strategia Fotografia e PAC – Piano per l’Arte Contemporanea. È un avanzamento recente e reale nelle politiche culturali del paese. Quello che manca ancora è invece una funzione stabile e sistematica di mediazione verso le istituzioni straniere – musei, fondazioni, fiere internazionali – in grado di fare da ponte per gli artisti italiani. 
Se qualcosa l’offerta espositiva e il fermento di questa settimana milanese dimostrano, è che la qualità della produzione artistica in Italia di certo non manca. Ma anche che la qualità, da sola, oggi non basta.