Esperimenti di forme fiabesche in Floralia di Diego Gualandris

Che cos’è una metamorfosi? O meglio: chi o cosa si trasforma durante una trasformazione? Siamo noi stessi e il nostro pensiero a mutare, oppure il mondo intero, il nostro rapporto alle cose?
Un equivoco diffuso tende a vedere nell’evento trasformativo una soluzione, piuttosto che un problema. Spesso ci si illude, passando attraverso un processo qualsiasi, di diventare qualcosa, di ottenere un risultato. Eppure, lungi da risolvere alcunché, una trasformazione non fa che riproporre un problema, o un groviglio di problemi, su un piano nuovo, entro il quale sarà possibile quantomeno assumere una prospettiva diversa.

In ambito artistico questa regola sembra valere sia per la forma dell’opera che per il suo contenuto. L’insieme degli enigmi che ogni sforzo d’arte – come in generale ogni vita – offre allo sguardo altrui coincide con la serie di trasformazioni parziali e impreviste nella quale è coinvolto l’autore, il quale la elargisce e diffonde per contagio, forse per dispetto. In questo modo i suoi stessi enigmi diventano l’insieme delle risposte possibili alle domande altrui, cioè a quei problemi che lo spettatore sconosciuto ha formulato senza che l’autore ne sapesse nulla. Ciò che si condensa nell’opera è insomma un’esigenza estranea che l’artista intercetta nella sua attesa fiduciosa o disperata di nuova chiarezza.

Mi sembra che i quadri di Diego Gualandris si occupino principalmente di questo. Ci si imbatte in una serie di indovinelli senza risposta: grammofoni e genitali lussureggianti, immagini da libri per l’infanzia, cespugli canterini e fiori pettegoli di un nuovo Wonderland. Una buffa oscenità da parolaccia viene esibita da corpi semi-umani sempre sul punto di fiorire con grande voluttà o grande paura. Figure di cose viventi che crescono e desiderano, passano burrascosamente dall’infanzia alla pubertà, si inseguono in rinascite senza ordine e senso, dove ogni forma vegetale, animale o sessuale, non è mai né originaria, né definitiva. Eppure, una chiave dell’enigma viene fornita: solo la luce dell’infanzia, come del resto in qualunque ambito umano, ha qui il suo diritto regale. Dappertutto un sentore di filastrocche, di scivoli e cantilene, di formule magiche pronunciate per legare e sciogliere una torma di infanti in un giardino. È una luce giocosa e spensierata, ma serba il ricordo o il presagio di qualcosa di cupo che è avvenuto o sta per avvenire. Forse – come mi è stato suggerito dall’artista – questa luce più tetra e segreta giace negli strati sepolti del quadro, come residuo di metamorfosi passate.

Il racconto di trasformazioni per eccellenza, trasmesso dagli umani più vecchi per preparare i più giovani ai rivolgimenti della fortuna, è la fiaba. La fiaba, più esattamente, è l’indicazione dell’unico rapporto corretto con la vita: quello ludico. È iniziazione al caso, al suo orrore e alla sua bellezza. Tutto, in essa, concorre a questo rapporto: talismani, incontri, aiutanti bestiali o inumani, vecchi e polverosi alberi. Tutto, nella fiaba, è casuale, imprevedibile, ferreamente determinato – cioè magico. Novecentonovantanove cavalieri tentano di liberare la città e svegliare la fanciulla, ma l’incantesimo si scioglie solo a una certa ora, tra mille anni. Raro, forse impossibile, è l’arrivo a quell’ora. Ben più probabile è appartenere al novero dei novecentonovantanove destinati a soccombere senza risposte all’inflessibile decisione del caso. Questo vale, mi pare, anche per gli umani fioriti di Gualandris.

Ma la trasformazione può avere anche una funzione propedeutica. Nelle Mille e una notte – come già nelle Metamorfosi, o ancora nelle fiabe dei Grimm – si assiste a duelli magici di stregoni che diventano aquile, fiumi, draghi o montagne a seconda della forma assunta dall’avversario. Possiamo allora ripensare la trasformazione come un semplice gioco di domanda e risposta: una strategia con cui ci addestriamo al caso? O non è piuttosto il caso stesso – la vita – che fa di noi quel che vuole con le sue trasformazioni inutili, provvidenziali o fastidiose? In questo senso, credo che i quadri di “Floralia” non siano tanto illustrazioni di fiabe, quanto tentativi felici di forme fiabesche.

Diego Gualandris, “Floralia”, dal 10 aprile al 24 maggio 2025; ADA, Via dei Genovesi 35, 00153, Roma.