Il nuovo allestimento di Palazzo Collicola a Spoleto. La collezione come racconto

Palazzo Collicola a Spoleto è un esperimento riuscito, ancora in corso, di ciò che potrebbero diventare gli innumerevoli musei civici disseminati nei piccoli comuni italiani se sostenuti da una governance consapevole, da una direzione artistica bilanciata, da una visione politica di lungo periodo e da una rete di alleanze tra istituzioni, imprese e comunità locali. In un Paese in cui il dibattito sui musei si concentra spesso sull’insufficienza delle risorse, Palazzo Collicola dimostra come il capitale decisivo rimanga la capacità di costruire un progetto culturale. La qualità di un museo, infatti, non coincide con l’entità del suo bilancio, ma con la chiarezza della sua idea di patrimonio.

Il nuovo allestimento della Galleria d’Arte Moderna Giovanni Carandente nasce sotto la supervisione di Saverio Verini, con la consulenza scientifica di Arianna Paragallo e in collaborazione con l’architetto Filippo Loy. Inaugurato in concomitanza con il Festival dei Due Mondi, rappresenta la manifestazione più compiuta di questa visione. Ridurlo a un intervento museografico significherebbe però fraintenderne la natura. Più che riorganizzare una collezione, il progetto interviene sul modo in cui essa produce significato, modificando il rapporto tra opere, documenti, architettura e memoria. Ciò che cambia non è soltanto la disposizione dei lavori, ma la struttura narrativa attraverso cui il museo sceglie di raccontare sé stesso.

È una differenza sostanziale. Per lungo tempo molti musei civici italiani hanno costruito la propria identità come luoghi di conservazione, dove il patrimonio veniva presentato secondo una logica prevalentemente inventariale: le opere come testimonianze autonome, ordinate cronologicamente o per appartenenza linguistica, affidate alla propria autorevolezza storica. Palazzo Collicola sceglie invece una direzione differente. La collezione viene intesa come un organismo in continua trasformazione, prodotto di relazioni, incontri, politiche culturali, intuizioni critiche e vicende umane. L’opera non perde la propria centralità, ma smette di essere l’unica depositaria del racconto.
Il merito principale del nuovo allestimento consiste proprio nell’aver trasformato la collezione in un dispositivo capace di rendere visibile la propria genealogia. Le sale non illustrano semplicemente l’evoluzione dell’arte italiana del secondo Novecento; ricostruiscono piuttosto la trama di circostanze che ha permesso a una città di dimensioni contenute di diventare uno dei luoghi più fertili della cultura artistica contemporanea. La storia che emerge è quella di una costellazione di rapporti nella quale amministratori illuminati, critici, artisti, galleristi, fondazioni e collezionisti hanno progressivamente costruito un ecosistema culturale la cui complessità diventa oggi finalmente leggibile.

In questa prospettiva, la figura di Giovanni Carandente assume un ruolo decisivo. Il nuovo percorso evita intelligentemente ogni tentazione agiografica e restituisce invece il profilo di un intellettuale capace di fare della relazione uno strumento curatoriale. Carandente non viene raccontato soltanto come il promotore di Sculture nella città o come il fondatore della Galleria d’Arte Moderna di Palazzo Collicola, ma come il punto di convergenza di una rete internazionale di artisti, istituzioni e committenze che ha modificato in maniera permanente la geografia dell’arte contemporanea italiana. L’inserimento di lettere, fotografie, progetti, schizzi, caricature e materiali d’archivio non svolge quindi una funzione documentaria accessoria: costituisce il cuore teorico del progetto. Il museo espone finalmente anche i processi attraverso cui la propria collezione si è formata, riconoscendo agli archivi lo stesso valore conoscitivo delle opere.
È proprio questa attenzione alle relazioni a impedire che il percorso cada nella sola celebrazione dei grandi nomi. Alexander Calder, Beverly Pepper, Sol LeWitt, Alberto Burri o Domenico Gnoli non vengono convocati per certificare il prestigio della raccolta. Al contrario, ciascuna presenza contribuisce a rendere percepibile una rete di attraversamenti che restituisce a Spoleto il ruolo di piattaforma culturale internazionale. La città non appare più come periferia capace, occasionalmente, di attrarre protagonisti dell’arte del Novecento, ma come luogo in cui determinate esperienze hanno trovato condizioni irripetibili di sviluppo. È una sottile ma decisiva inversione di prospettiva: la storia dell’arte non discende sui territori; sono i territori, talvolta, a produrre nuove possibilità per la storia dell’arte.

La scelta di riportare in superficie opere conservate per anni nei depositi, di affiancare nuovi comodati a nuclei storici della collezione e di costruire sale monografiche dedicate non soltanto agli artisti ma anche a figure come Marilena Bonomo, protagonista di una stagione irripetibile di sperimentazione espositiva, conferma questa impostazione. Non si tratta di ampliare quantitativamente il patrimonio, bensì di renderlo più complesso, più poroso, più capace di raccontare le relazioni che lo hanno generato. È un’operazione che evita tanto la retorica della riscoperta quanto quella dell’evento, preferendo lavorare sulla densità storica delle connessioni.
In questo senso il nuovo Palazzo Collicola diventa un’infrastruttura di memoria attiva, capace di interrogare il presente senza rinunciare alla propria profondità storica. È probabilmente questo il risultato più convincente del progetto: aver dimostrato che la vera innovazione museale non consiste nell’inseguire l’effetto della novità, ma nel modificare radicalmente le condizioni della conoscenza.

La qualità del nuovo allestimento emerge con particolare evidenza nel dialogo che instaura con il programma espositivo temporaneo. Le mostre di Giuseppe Penone, Adelaide Cioni e Filippo Marignoli non appaiono infatti come episodi autonomi, ma come differenti declinazioni della stessa idea di museo: un luogo capace di mettere in relazione memoria e produzione contemporanea, evitando che la collezione permanente e le esposizioni temporanee procedano su binari divergenti.
Con “Anafora”, Giuseppe Penone stabilisce un confronto misurato con gli ambienti del piano nobile. L’imponente Albero che attraversa il salone d’onore e la successione delle sculture lungo la galleria non cercano l’effetto monumentale, ma costruiscono un ritmo spaziale che amplifica la percezione dell’architettura. Più che sul consueto rapporto tra uomo e natura, la mostra insiste sul dialogo tra differenti temporalità: quella organica della materia e quella storica custodita dal palazzo, restituendo un intervento di rara eleganza e misura.




Diversa, ma altrettanto convincente, è la ricerca di Adelaide Cioni. “Grande assurdo” trasforma gli ambienti del museo in una sequenza di esperienze percettive, nelle quali pittura, tessuto e installazione ridefiniscono continuamente il rapporto tra opera e spazio. Senza mai cedere alla spettacolarizzazione, Cioni costruisce un percorso immersivo che trova nella collaborazione con artigiani, imprese e studenti del territorio un naturale prolungamento dell’identità culturale di Spoleto.


La mostra dedicata a Filippo Marignoli, a cura di Peter Benson Miller, completa infine questo disegno curatoriale. Più che una semplice riscoperta, “Un salto nel vuoto” restituisce leggibilità alla vicenda del Gruppo di Spoleto, consentendo di rileggere la ricerca dell’artista all’interno di una stagione fondamentale dell’Informale italiano. È una scelta coerente con il nuovo percorso della collezione, che privilegia la ricostruzione delle relazioni storiche rispetto alla celebrazione dei singoli protagonisti.
È proprio questa coerenza complessiva a rappresentare il risultato più convincente del progetto di Palazzo Collicola. Il museo non utilizza le mostre temporanee per interrompere il racconto della collezione, ma per estenderlo e aggiornarlo.