Ritratti: Tommaso Pandolfi

di | 08 giu 2026
Tommaso Pandolfi. © Alessio Keilty

Esiste una tensione particolare nel lavoro di Tommaso Pandolfi: quella tra la necessità di costruire sistemi rigorosi e il desiderio di portarli fino al loro punto di collasso. Disegni, composizioni musicali e video nascono quasi sempre da regole semplici, da insiemi limitati di forme e procedure. Una volta stabilite, però, queste strutture vengono sottoposte a un processo di accumulazione ed espansione progressiva che ne altera gli equilibri. Le immagini proliferano, le sonorità e melodie ritornano fino a consumarsi e deformarsi. Pandolfi costruisce condizioni in cui perdita e controllo, disciplina e deriva, possano coesistere senza risolversi definitivamente.
Nato ad Ancona nel 1995 e formatosi tra l’Accademia di Belle Arti di Urbino e l’Università Iuav di Venezia, Pandolfi appartiene a una generazione di artisti cresciuta in una condizione di costante attraversamento dei linguaggi. 
L’intera produzione artistica di Pandolfi può essere letta come un esercizio di delimitazione ed espansione. Ogni progetto nasce infatti dalla definizione di un campo estremamente circoscritto: un insieme ristretto di forme, immagini, suoni o concetti che vengono sottoposti a un processo di reiterazione ossessiva.
Questa tensione emerge con particolare evidenza nei disegni. Le migliaia tra fogli, studi e quaderni accumulati negli anni costituiscono un archivio dove ogni immagine sembra derivare dalla precedente e preparare quella successiva. Non esiste un’opera definitiva, piuttosto una pratica quotidiana che procede per variazioni minime, deviazioni e ritorni.

Nella recente serie Fiori e tramonti, due immagini archetipiche della storia della rappresentazione vengono ridotte alla loro essenza. Il fiore e il tramonto non sono soggetti naturalistici né simboli da interpretare, ma forme primarie attraverso cui esercitare la visione. Ripetuti centinaia di volte, disegnati, cancellati, sovrapposti o diluiti nell’acquerello, questi motivi perdono progressivamente la loro funzione illustrativa per essere riportati a una dimensione primaria, quasi nervosa. Il senso del lavoro non risiede nel singolo disegno, ma nella loro proliferazione. Il disegno diventa una pratica ritmica e fisiologica. Non c’è gerarchia tra le opere. Non esiste un’immagine conclusiva. Ogni foglio è una soglia temporanea dentro un processo potenzialmente infinito. Guardare questo corpus significa entrare dentro un atlante visivo costruito attraverso l’accumulo compulsivo di tentativi. Questa ossessività non ha nulla di romantico o maniacale in senso patologico. È piuttosto una forma di disciplina percettiva. Disegnare continuamente lo stesso soggetto significa consumarlo, attraversarlo, abitarlo fino a renderlo instabile. 

Tommaso Pandolfi, “Il metro e la terra”, 2024. Veduta dell’allestimento. SanSecondo, Milano. Foto di Giovanni Galanello

Lo stesso principio organizza progetti espositivi come “Il metro e la terra” (2024), mostra sviluppata a partire dalle riflessioni di Michel Serres sulle origini della geometria. Qui il disegno diventa strumento di misurazione e al tempo stesso di sabotaggio della misura. Mappe, diagrammi, strumenti topografici e schemi matematici vengono attraversati da una forza che eccede ogni tentativo di controllo. La linea geometrica, anziché stabilizzare il mondo, rivela la presenza di qualcosa di instabile e irriducibile.

Tommaso Pandolfi, “Il metro e la terra”(quaderni di ricerca), 2024. Courtesy dell’artista

Anche l’interesse per il libro d’artista e per la copiatura nasce da questa stessa tensione tra ordine e deviazione. In Alcune differenze siderali (2023), costruito a partire dalla trascrizione attraverso il ricalco del codice Osservazioni e calcoli relativi ai pianeti medicei di Galileo Galilei, la riproduzione non è mai fedele. Ogni tentativo di imitazione introduce una distanza, non un errore di mala copiatura, ma una arbitraria infrasottile presa di distanza che trasforma l’atto del copiare in un processo generativo e creativo. La copia smette così di essere subordinata all’originale e diventa uno spazio autonomo di produzione di senso.

Tommaso Pandolfi, Alcune differenze siderali, 2023. Courtesy dell’artista 

La logica dell’accumulo e della trasformazione trova una traduzione particolarmente efficace nei video. Attraverso found footage, animazione, scansioni, ristampe e riprese successive, Pandolfi costruisce immagini stratificate che sembrano esistere in uno stato di continua metamorfosi. A Life Not Loud Enough (2025), sviluppato parallelamente all’album Wounds of Melody, mette in relazione immagini generate dall’intelligenza artificiale, figure lacrimanti tratte dalla tradizione pittorica e filmati documentari di bombardamenti incendiari al fosforo. Lacrime e bombe diventano così elementi analoghi, immagini capaci di consumare e trasformare ciò che toccano. Il video si configura come una riflessione sulla visione stessa, sulla sua erosione e sulla sua vulnerabilità.

Tommaso Pandolfi, A Life Not Loud Enough, 2025. Still da video. Courtesy dell’artista

È proprio nel rapporto tra erosione e permanenza che la pratica visiva incontra quella musicale. Furtherset, nome d’arte fino al 2025 del compositore Tommaso Pandolfi, è infatti uno dei progetti più significativi emersi dalla scena elettronica italiana degli anni Dieci. Attivo fin dall’adolescenza, Pandolfi ha progressivamente sviluppato un linguaggio sonoro fondato su melodie circolari, sospensioni temporali e stratificazioni di fonti sintetiche e acustiche. La sua musica sembra procedere per avvicinamenti successivi: temi che emergono lentamente, si espandono fino a saturare lo spazio e poi si dissolvono lasciando soltanto tracce della loro presenza.
Album come The Infinite Hour (2023), Wounds of Melody (2025) e Tremula Luce (2026) possono essere letti come lunghe meditazioni sulla memoria, sulla perdita e sulla persistenza dell’emozione. Le melodie vengono ripetute fino a rarefarsi; gli elementi sonori si accumulano in masse atmosferiche che sembrano sul punto di collassare; il tempo perde la propria linearità e assume una forma circolare. Non sorprende che nei testi di presentazione dei suoi lavori ricorrano termini come attesa, ineffabilità, sospensione e vertigine.

Tommaso Pandolfi, “Thy Tumultuous Rooms”, 2025. Dettaglio dell’installazione. Courtesy della Fondazione Bevilacqua La Masa. Foto di Joe Habben

L’aspetto più interessante della ricerca di Pandolfi risiede però nel modo in cui le due pratiche si alimentano reciprocamente. Le strutture iterative della musica ritornano nei disegni; la proliferazione dei segni grafici informa il montaggio dei video; le immagini diventano partiture e le composizioni sonore assumono qualità spaziali. Emblematico è Thy Tumultuous Rooms (2025), video realizzato a partire da oltre cinquemila fotogrammi disegnati a mano. Qui il ritmo della traccia musicale e quello del segno grafico si sovrappongono, entrando in frizione e generando una sorta di controcanto audiovisivo in cui non è più possibile distinguere quale elemento preceda l’altro.

Tommaso Pandolfi, “Index”, 2023. Aarduork, Venezia. Courtesy dell’artista 

In un panorama artistico spesso dominato dall’urgenza dell’immagine immediatamente riconoscibile, Pandolfi sceglie una direzione opposta. La sua pratica richiede durata, attenzione, immersione. Più che produrre opere, Pandolfi costruisce condizioni di ascolto e di osservazione. La sua musica invita a essere attraversata come un paesaggio visivo e i suoi disegni seguono le forme di scrittura del montaggio e delle partiture. In questa oscillazione continua tra occhio e orecchio, tra segno e suono, si riconosce la specificità di una ricerca che ha trovato nella ripetizione non una forma di chiusura, ma una strategia per continuare a ritornare sulle immagini e i suoni fino a consumarli e, forse, salvarli. Una pratica che, invece di scegliere tra immagine e musica, abita ostinatamente il territorio instabile che le attraversa. 

Per saperne di più

Matteo BinciTommaso Pandolfi