Le mostre di ottobre. Una guida a 10 mostre in Italia

Selma Selman, Letters to Omer, 2023. Fotografie analogiche. Courtesy dell’artista 

Ottobre è il mese in cui la stagione espositiva entra davvero nel vivo. Dopo le riaperture di settembre, musei, fondazioni, gallerie e spazi indipendenti inaugurano programmi che attraversano generazioni, linguaggi e geografie molto diverse. Da Milano a Trapani, passando per Torino, Venezia, Firenze, Roma, Bergamo e Sassuolo, la selezione di questo mese mette insieme grandi riletture storiche e nuove produzioni, fotografia, pittura, video e interventi site specific. A Milano, Palazzo Reale dedica a Francis Picabia la più ampia retrospettiva mai realizzata in Italia sull’artista; a Torino, tre istituzioni si uniscono invece per celebrare il centenario della nascita di Marisa Merz. Roma compare due volte, con la prima grande mostra italiana dedicata alla fotografia di Marialba Russo al MACRO e con il doppio percorso, letterario e pittorico, di Etel Adnan alla Fondazione Nicola Del Roscio, mentre a Bergamo la GAMeC accoglie la prima personale italiana di Selma Selman. La pittura è al centro anche al Museo Novecento di Firenze, che riunisce quasi vent’anni di lavoro di Victor Man; a Venezia, invece, “CANICULA” chiude la trilogia di videoinstallazioni della Fondazione In Between Art Film, da guardare con il tempo più disteso dell’autunno. Accanto alle grandi istituzioni non mancano gallerie e spazi indipendenti: da INCURVA a Trapani, dove Jason Hirata e Park McArthur mettono per la prima volta in relazione le proprie pratiche, al confronto tra Enzo Cucchi e CANEMORTO a Firenze, fino all’incontro tra due generazioni di pittura che Julian Schnabel e Pietro Moretti costruiscono a Sassuolo.

1. Francis Picabia, “Aprire le porte della notte” – Palazzo Reale, Milano (dal 9 ottobre 2026 al 24 gennaio 2027)
Impressionista, fauve, cubista, dadaista, pioniere dell’astrazione e poi nuovamente pittore figurativo: Francis Picabia ha attraversato le avanguardie del Novecento sottraendosi continuamente alle loro definizioni. “Aprire le porte della notte”, a cura di Anne Berest-Picabia, riunisce oltre centosettanta opere tra dipinti, disegni, fotografie, documenti e materiali d’archivio nella più ampia mostra mai dedicata all’artista in Italia. Più che seguire una lettura rigidamente cronologica, il percorso assume la notte come filo conduttore: luogo di libertà, desiderio, musica e metamorfosi, ma soprattutto spazio nel quale diventa possibile reinventarsi. Una chiave particolarmente adatta a un artista che ha fatto del cambiamento e della contraddizione la propria cifra, passando da un linguaggio all’altro senza mai lasciarsi identificare definitivamente con nessuno di essi.

2. “VICTOR MAN” – Museo Novecento, Firenze (fino al 7 marzo 2027)
La pittura di Victor Man sembra appartenere contemporaneamente al presente e a un tempo remoto. Il Museo Novecento di Firenze riunisce circa venticinque dipinti realizzati tra il 2008 e il 2026, costruendo un percorso intorno ad alcuni nuclei ricorrenti della sua ricerca: maternità, ritratto e autoritratto, natura morta e figura femminile. Curata da Sergio Risaliti, la mostra mette in relazione opere degli ultimi anni con lavori precedenti e con cinque dipinti della serie Luminary Petals on a Wet Black Bough. La dimensione intima e spesso enigmatica delle immagini di Man incontra così il tema della memoria della pittura, continuamente evocata e trasformata attraverso una figurazione sospesa tra familiarità e straniamento.

“VICTOR MAN”, 2026. Veduta dell’allestimento. Museo Novecento, Firenze. Courtesy del museo Novecento

3. Selma Selman, “1000 Tears” – GAMeC, Bergamo (dal primo ottobre 2026 al 24 gennaio 2027)
Una fotografia scattata durante la guerra in Bosnia-Erzegovina mostra Selma Selman bambina insieme ad alcuni membri della sua famiglia. È da questa immagine che prende avvio “1000 Tears”, prima personale dell’artista in un’istituzione italiana. Nata a Bihać nel 1991 e cresciuta in una famiglia rom, Selman intreccia esperienza autobiografica e riflessione sociale per affrontare appartenenza, marginalizzazione, discriminazione e rappresentazione. Per la GAMeC, gli incontri con le persone ritratte nella fotografia hanno dato origine a un nuovo corpus di opere grafiche sospese tra realtà e finzione, affiancato da lavori pittorici su metallo e da Letters to Omer, progetto epistolare avviato nel 2021. Al centro compare inoltre un nuovo estratto di Crossing the Blue Bridge (2024), nel quale l’artista torna sul ponte di Bihać attraversato dalla madre con le figlie durante un cessate il fuoco nel 1994. Memoria familiare, storia rom e guerra diventano così strumenti per opporsi alla cancellazione e immaginare narrazioni differenti del passato e del futuro.

Selma Selman, Letters to Omer, 2023. Fotografie analogiche. Courtesy dell’artista 

4. Marialba Russo, “Sguardo rovescio” – MACRO, Roma (fino al 31 gennaio 2027)
Guardare significa anche scegliere da quale posizione farlo. “Sguardo rovescio”, prima grande mostra dedicata da un museo italiano a Marialba Russo, torna sulla ricerca con cui la fotografa ha contribuito, dalla fine degli anni Sessanta del Novecento, a ridefinire il linguaggio fotografico italiano intrecciando pratica artistica, antropologia visiva e osservazione sociale. Curata da Cristiana Perrella ed Elena Magini, l’esposizione riunisce sette nuclei della sua produzione, da Al ristorante, il 29 settembre 1974 a Travestimento, Il Parto e Cult Fiction. Corpi, rituali e costruzioni dell’identità diventano strumenti attraverso cui rovesciare il punto di vista canonico di un’Italia ancora profondamente patriarcale: è lo sguardo di un’autrice a osservare la mascolinità, sottraendola allo stereotipo della virilità e restituendola come costruzione culturale molteplice. Il progetto prosegue al Museo delle Civiltà con “Immagini della Madonna dell’Arco (After)”, dedicata alla ricerca sul campo condotta da Russo all’inizio degli anni Settanta.

Marialba Russo, Il Parto, 1978. Courtesy dell’artista; MACRO

5. Marisa Merz, “La danza delle ore” – Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM, Torino (dal 29 ottobre 2026 al 4 aprile 2027)
Tre istituzioni e tre prospettive per tornare sull’opera di Marisa Merz nel centenario della sua nascita. Castello di Rivoli, Fondazione Merz e GAM di Torino costruiscono con “La danza delle ore” una mostra in tre atti che attraversa una ricerca continuamente sospesa tra arte e vita, spazio domestico e spazio espositivo, materiali quotidiani e trasformazione poetica. Al Castello di Rivoli il punto di partenza è la ricostruzione di E il naufragar m’è dolce in questo mare, progetto presentato nel 1980 alla galleria Tucci Russo e poi alla Biennale di Venezia; la Fondazione Merz concentra invece l’attenzione sul processo e sulla trasformazione, mentre la GAM guarda alla dimensione più intima e domestica del suo lavoro. Opere note e lavori inediti costruiscono così non una semplice celebrazione, ma un ritratto articolato di una pratica rimasta sempre aperta, capace di fare del tempo quotidiano, della casa e dello spazio altrettanti luoghi della creazione.

Marisa Merz, Living Sculpture, 1966. Lamierino in alluminio cucito con punti metallici. Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea di Torino. Opera donata dall’artista nel 1967 al Museo Sperimentale

6. Jason Hirata e Park McArthur, “Lot C” – INCURVA, Trapani (fino all’8 novembre)
Dopo oltre un decennio di vicinanze, scambi e intrecci, Jason Hirata e Park McArthur presentano per la prima volta le proprie pratiche all’interno di uno stesso progetto espositivo. Curata da Saim Demircan, “Lot C” riunisce opere nuove, esistenti e adattate, ma soprattutto supera i confini dello spazio di INCURVA per estendersi nel territorio di Trapani. Il titolo deriva da Day di McArthur, una sorta di lettera contro l’isolamento costruita intorno alla descrizione di una giornata al mare, mentre Circle (2026), nuovo lavoro di Hirata, invita a raggiungere in automobile il Lazzaretto, antica stazione di quarantena sul limite occidentale della città. La mostra diventa così anche un dispositivo di movimento, capace di mettere in relazione opere, luoghi e distanze.

Jason Hirata, Park McArthur, “Lot C”, 2026. Veduta dell’installazione. INCURVA, Trapani. Courtesy degli artisti; INCURVA. Foto di Oskar Lee

7. “Enzo Cucchi vs CANEMORTO / CANEMORTO vs Enzo Cucchi” – Galleria Poggiali, Firenze (fino al 27 febbraio 2027)
Da una parte Enzo Cucchi, tra i protagonisti della Transavanguardia italiana; dall’altra CANEMORTO, collettivo anonimo fondato nel 2007 e legato a una pratica pittorica sviluppata anche nello spazio urbano. Il progetto della Galleria Poggiali mette deliberatamente in collisione due esperienze lontane per generazione, formazione e modalità operative. Più che costruire una genealogia lineare, il confronto osserva ciò che accade quando due modi radicalmente differenti di intendere la pratica artistica condividono lo stesso spazio. Il doppio “versus” del titolo rende esplicita questa tensione: non un rapporto pacificato tra maestro ed eredi, ma un confronto nel quale differenze e possibili affinità emergono direttamente dall’accostamento delle opere.

8. “CANICULA” – Complesso dell’Ospedaletto, Venezia (fino al 22 novembre)
Tornare a Venezia in autunno significa anche poter guardare la Biennale con un tempo diverso da quello frenetico dei giorni inaugurali. Tra le mostre da recuperare c’è “CANICULA”, terzo e ultimo capitolo della “Trilogia delle incertezze” avviata da Fondazione In Between Art Film nel 2022 con “Penumbra” e proseguita nel 2024 con “Nebula”. Curata da Alessandro Rabottini e Leonardo Bigazzi, la mostra trasforma ancora una volta il Complesso dell’Ospedaletto in una sorta di architettura cinematografica e riunisce otto nuove videoinstallazioni site specific commissionate ad artisti e filmmaker internazionali, tra cui Lawrence Abu Hamdan, Janis Rafa, P. Staff, Wang Tuo e Maya Watanabe. La canicola diventa una condizione della visione e, insieme, una metafora attraverso cui osservare le inquietudini e le instabilità del presente.

Lawrence Abu Hamdan, 450XL: The Story of a Fugitive Sound, 2026. Complesso dell’Ospedaletto, Venezia. Courtesy dell’artista; Fondazione In Between Art Film. Foto di Marco Cappelletti e Giuseppe Miotto / Marco Cappelletti Studio 

9. “Julian Schnabel – Pietro Moretti” – Paggeria Arte, Sassuolo (fino al 31 ottobre)
Tra i due ci sono quarantacinque anni e due idee di pittura che sembrano non avere nulla da spartire. Julian Schnabel, newyorkese del 1951, si impone negli anni Ottanta del Novecento come una delle figure del ritorno internazionale alla pittura, lavorando su superfici che nessuno considerava tali – stoviglie in frantumi, tessuti, cera – e spostandosi poi verso il cinema. Pietro Moretti, romano, classe 1996, dipinge grandi tele in cui boschi, assembramenti e racconti dal fondo inquieto diventano luoghi dove ci si sottrae alle regole. Curata da Nicolas Ballario, la mostra accosta un’unica opera di grandi dimensioni del primo ai quadri più raccolti del secondo: entrambi muovono da ciò che hanno vissuto o ricordato e lo lasciano deformare dalla pittura fino a renderlo irriconoscibile. Il progetto rientra nel programma del festivalfilosofia, in collaborazione con la Galleria Mazzoli di Modena.

“Julian Schnabel – Pietro Moretti”, 2026. Veduta dell’allestimento. Paggeria Arte, Sassuolo. Foto di Alice Scelfo

10. “Etel Adnan” – Fondazione Nicola Del Roscio, Roma (fino al 22 gennaio 2027)
Per Etel Adnan scrittura e immagine non sono mai state pratiche separate. Nata a Beirut nel 1925 da madre greca di Smirne e padre damasceno, formatasi tra la Sorbona, Berkeley e Harvard, poi docente di filosofia in California e infine parigina d’adozione, ha tenuto insieme le due attività come versanti dello stesso lavoro. Delle cinque lingue che parlava ne ha scelte due per scrivere, l’inglese e il francese; ha dipinto per mezzo secolo, ma il riconoscimento è arrivato solo nel 2012, con dOCUMENTA (13), quando aveva ottantasette anni. La mostra curata da Jonas Storsve con Simone Fattal segue entrambi i linguaggi: da un lato le sue pubblicazioni, dall’altro circa sessanta acquerelli e disegni su carta, alcuni leporelli e un arazzo monumentale, in gran parte mai esposti e provenienti dal lascito dell’artista.