Leggera e contraria. Francesca Woodman a Roma da Gagosian

di | 06 mag 2026
Francesca Woodman, Untitled, 1975-1978 ca. Stampa alla gelatina d’argento, 24,1 × 31,2 cm (intero foglio: 27,9 × 35,2 cm). Courtesy della Woodman Family Foundation; Gagosian. © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome

Essere fragili porta a spezzarsi, tranne che nell’arte. Da debolezza e propensione al dolore nascono energia, ascolto, possibilità di espressione. Le fotografie di Francesca Woodman (Denver, 1958 – New York, 1981) sono fatte di questa tensione, di questo movimento che oscilla tra forza e fragilità, un binomio così contrastante da lacerare l’immagine, mentre malinconia e desiderio di esistere trovano il modo per abitare lo stesso spazio. Lei è lì, il suo corpo come un testamento, le pareti dietro di lei come pagine bianche su cui scrivere con il movimento. Il suo volto si vede ma spesso scompare, nascosto tra gli oggetti o le pose ritirate, perso nella luce e nelle ombre acuite dalla tecnica della lunga esposizione. E torna la tensione, tra affermazione di sé e desiderio di scomparire. 
La mostra “But Lately I Find a Sliver of Mirror Is Simply to Slice an Eyelid”, nella sede romana di Gagosian fino al 31 luglio, presenta circa cinquanta opere, molte esposte ora per la prima volta, testimoni delle affinità tra l’artista americana e il surrealismo. Sebbene affascinata dalle libere associazioni e dalle allegorie tipiche del movimento parigino fondato da André Breton, Woodman non vi aderì mai pienamente. Nelle sue opere troviamo l’uso allegorico di oggetti comuni, la sospensione del tempo, le composizioni silenziose. Ma quell’artista così giovane è troppo intensa e autentica per abbracciare senza riguardi la dimensione onirica. Piuttosto, i suoi scatti sembrano realizzare una parodia delle composizioni surrealiste: pregni di teatralità decadente, disillusi, allucinati, come grida silenziose che si rompono nel vuoto. C’è l’energia della disperazione, della solitudine e dell’incomprensione, la debolezza dell’essere umano ferito e la forza creativa che lo tiene attaccato alla vita. 

Francesca Woodman, Untitled, 1976. Quarta opera della serie Dissection of a Portrait, 1976. Stampa alla gelatina d’argento montata su cartoncino da passepartout, 14,7 × 14,7 cm (con cartoncino: 35,5 × 27,9 cm). Courtesy della Woodman Family Foundation; Gagosian. © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome

L’artista sperimenta con il corpo: ora è piegato su sé stesso come un’anguilla in una cesta, ora è pelle stretta tra le mani, ora sono pezzi di gambe che spuntano dai mobili, ora è una posa animale a quattro zampe. Il gesto dell’autoscatto racchiude l’intenzionalità, un tentativo di controllo, una narrazione di sé libera da costrizioni. 
La ricerca di indipendenza, la curiosità e l’esuberanza creativa hanno fatto parte di lei sin da subito. Nata in Colorado, frequenta la Rhode Island School of Design per poi allontanarsi dalla famiglia e giungere a Roma nel 1977, diciannovenne innamorata dell’Italia. Frequenta la libreria Maldoror, specializzata in arte e letteratura dadaista, surrealista e futurista: è lì che si tiene la sua prima mostra personale in Europa, sotto la cura del titolare, Giuseppe Casetti: «C’era una ragazzina nascosta da questi camicioni, con queste scarpette basse e nere e dei calzettoni che le stringevano i polpacci. Un giorno finalmente si presentò e disse “Sono una fotografa, lavoro con l’autoscatto”. Mi porge una scatola piena di foto e io ho una specie di cortocircuito. Vedere quelle fotografie di una sensualità e seduzione così potenti, e vedere questa ragazzina così innocente… Mi resi conto che avevo a che fare con una grande artista». 

Francesca Woodman, It Must Be Time for Lunch Now, 1976. Stampa alla gelatina d’argento, 10,7 × 10,7 cm (intero foglio: 25,2 × 20,1 cm). Courtesy della Woodman Family Foundation; Gagosian. © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome

La sua prima macchina fotografica la riceve in regalo dal padre a tre anni, mentre risale ai tredici la sua prima foto sviluppata, un autoritratto con il volto nascosto dai lunghi capelli nel suo solito atto di sottrazione: è artisticamente precoce, sicura, con una visione così solida che viene da pensare sia nata con lei, parte integrante del suo corredo genetico. Brevi quanto intense, la sua vita e la sua ricerca artistica hanno corso su binari vicini e paralleli: a ventitré anni, con meno di un decennio di carriera, Francesca Woodman si getta dalla soffitta del suo palazzo a Manhattan, il pomeriggio del 19 gennaio 1981, quando qualcuno le ruba la bicicletta e una sua candidatura per un corso artistico viene respinta. 
Più soffre la vita – tra un amore finito, la diagnosi di depressione, le cure psichiatriche, la frustrazione lavorativa – più forza ripone nell’arte, dove le regole si invertono e i consueti equilibri si sfaldano. La sua potenza è stata la convinzione di poter rispondere al dolore con l’affermazione di sé, la sua condanna, forse, è stata credere di poter reagire al peso con la leggerezza di un volo.  

Francesca Woodman, Untitled, 1975-1978 ca. Stampa alla gelatina d’argento, 14,3 × 14,5 cm (intero foglio: 25,2 × 20,3 cm). Courtesy della Woodman Family Foundation; Gagosian. © Woodman Family Foundation/SIAE, Rome

Ci si può chiedere come sarebbe cambiata la sua fotografia se il tempo le fosse stato amico, se la vita fosse stata più lieve, fin dove si sarebbe spinta l’esplorazione di sé, l’indagine del corpo, la lettura della sofferenza. 
In una fotografia con dedica regalata a Giuseppe Casetti durante gli anni romani, Francesca Woodman scrive: «Io da piccola leggevo sempre al contrario e adesso sono un po’ così… contraria». Un corpo che vola quando tutto grava, una sottrazione di sé per chiedere di più, un’apertura al dolore e una chiusura alla cura.

Dal 29 aprile al 31 luglio; Gagosian, Via Francesco Crispi, 16, 00187, Roma; info

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