Tempo spietato e rapporti fragili nelle opere di Aneta Grzeszykowska alla Fondazione D’ARC

Nel cuore della zona Tiburtina, la Fondazione D’ARC è il risultato di uno straordinario intervento di riqualificazione urbana, che nel 2024 ha trasformato una vecchia fabbrica di manufatti in cemento in un centro polifunzionale dedicato all’arte contemporanea. Oltre ad ospitare l’immensa collezione dei due fondatori Giovanni e Clara Floridi, la Fondazione pone al centro il dialogo con artisti internazionali invitati a confrontarsi con il paesaggio urbano.
L’artista polacca Aneta Grzeszykowska (1974), protagonista di una residenza nell’estate del 2025, espone ora le sue opere nella mostra temporanea “All’improvviso”, una riflessione disillusa sullo scorrere del tempo e sulla precarietà dei rapporti umani.
La mostra parte da una forte scansione ritmica e temporale: l’installazione video Clock non è né il centro della mostra né rappresenta un punto marginale. Al contrario, agisce in sottofondo attraverso rintocchi che risuonano nello spazio allo scoccare di ogni ora. Su uno schermo nascosto, il corpo in miniatura dell’artista si fa lancetta vivente, una sagoma che si aggiunge per ogni nuova ora.

Il titolo della mostra rimanda a un’idea di temporalità fulminea, brusca e inaspettata, che si fonde con l’evoluzione del rapporto madre-figlia. Nella serie fotografica Mama (2018) – presentata alla 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia – l’artista ritrae la figlia appena adolescente che interagisce con una bambola in silicone, disturbante replica della madre. I ruoli talvolta sembrano invertirsi, laddove la bambina esibisce atteggiamenti di cura, tenerezza, vicinanza nei confronti di una madre assente.
Risultato della residenza in Fondazione, la serie Daughter si propone come ideale continuazione di questo cortocircuito. In questa nuova sequenza fotografica, la bambina è ora affiancata dal vero corpo di sua madre, che però ha il volto coperto da una maschera in silicone con i tratti dell’artista all’età di quattordici anni. La vicinanza tra il corpo maturo di Grzeszykowska, il suo volto giovane e senz’anima, e l’energia vitale della bambina rafforza un’ambiguità e un senso di disorientamento che in Mama era solo accennato. La fragilità del rapporto carnale viene qui messa a nudo senza mediazioni, senza retoriche edulcorate sulla maternità. Al contrario, ciò che risalta è la brutalità della natura umana, del pericolo di non riconoscersi dopo un evento traumatico quanto rigeneratore.

L’artista declina con fotografia, scultura e installazione il medesimo concetto di perdita e ritrovo, voglia di fuggire ma necessità di restare. Per Grzeszykowska il rifiuto e la negazione di fronte alle responsabilità genitoriali convivono con un tentativo di esserci ma in modo diverso, attraverso un corpo ibrido che non le appartiene e una vicinanza innaturale che solo in questo modo riesce a sostenere.

All’interno di questa fotografia fortemente plastica e ricca di contrasti, l’elemento della maschera, ricostruita grazie alla consultazione di archivi fotografici familiari, rimanda a un tipo di alterazione tradizionale, quasi scenica, che stride se messa a confronto con gli strumenti contemporanei che rendono talvolta impossibile distinguere tra realtà e finzione – dai filtri Instagram all’intelligenza artificiale. La scelta di utilizzare un oggetto legato al teatro, alla messa in scena e al travestimento, traduce il tentativo di conservare una forma di linguaggio primordiale, quasi atavica per l’essere umano. Ma se sul palcoscenico la maschera serve a coprire, ingannare e depistare, nelle fotografie di Grzeszykowska non nasconde niente: al contrario rende visibili vulnerabilità e imperfezione, distanza emotiva e prossimità carnale tra le due figure femminili.

Dal primo marzo al 24 maggio; Fondazione D’ARC, Via dei Cluniacensi, 128-130, 00159, Roma; info