Levigatezza e turbamento: gli oggetti paradossali di Erwin Wurm invadono il Museo Fortuny 

di | 18 mag 2026
Erwin Wurm, “Dreamers”, 2026. Veduta dell’installazione. Museo Fortuny, Venezia. Foto di Markus Gradwohl

Le superfici contemporanee tendono all’appiattimento di qualsiasi attrito. Oggetti, immagini e spazi sembrano progettati per essere immediatamente consumabili, desiderabili e attraversabili dallo sguardo senza resistenza: la levigatezza dell’oggetto produce un’estetica dell’adesione assoluta in cui nulla deve interrompere il flusso del desiderio. Nel saggio La salvezza del bello, il filosofo Byung-Chul Han sostiene che l’estetica contemporanea sia dominata dal principio di levigatezza, ovvero superfici prive di resistenza, accessibili, fluide, iper-esposte, aptiche, effimere: la superficie levigata elimina ogni distanza critica, non c’è più bisogno di interpretare, ma semplicemente consumare. Per Han questo approccio ha impoverito il concetto di “bello”, trasformandolo in una superficie ottimizzata, privata di profondità: si assiste ad una forma di narcisizzazione digitale delle forme. A prima vista, le superfici levigate, le forme iconiche e sature che si offrono totali allo sguardo dell’artista austriaco Erwin Wurm, paiono coinvolgere lo spettatore in questa dinamica del consumo. Eppure Wurm cela dietro ad un’accessibilità seducente la deformazione, il collasso del senso e un turbamento della forma che sembrano assumere la levigatezza seduttiva dell’oggetto contemporaneo solo per incrinarla dall’interno, trasformando le superfici della merce in qualcosa di eccessivo e instabile. 

Erwin Wurm, “Dreamers”, 2026. Veduta dell’installazione. Museo Fortuny, Venezia. Foto di Markus Gradwohl

La mostra monografica “Dreamers” di Erwin Wurm, curata da Elisabetta Barisoni e Cristina Da Roit, in corso fino al 22 novembre 2026, invade gli spazi del Museo Fortuny di Venezia dialogando con gli spazi storici del palazzo in un labirinto di cortocircuiti e paradossi: le seducenti e assurde forme wurmiane paiono colte, all’interno dell’abitazione di Mariano Fortuny, come fossero impegnate in gesti quotidiani, come fossero paradossali inquilini della casa. Nei tre piani del museo le sculture dialogano con lo spazio ma allo stesso tempo sembrano turbarlo, fisicamente e concettualmente: in quelle stanze pullulanti di memoria, di densità storica, di celebrazione del fare umano si stagliano inconsistenti abiti privi di corpo, eccessivamente ingranditi e dai colori saturi e innaturali. La plastificazione e la deformazione delle forme rendono gli oggetti apparentemente quotidiani di Wurm delle entità invasive che trasformano il Fortuny in un territorio critico d’attrito in cui l’oggetto – la cosa – tanto celebrata dall’artigianato di Mariano Fortuny si svuota del suo significato, divenendo inefficiente e paradossale. Come recita lo statement che accompagna la mostra, è proprio dentro l’ordinario che si cela un’alterità spiazzante. Dice Wurm: «L’ordinario è così vicino e così familiare a noi che siamo portati a trascurarlo. Guardare l’ordinario dalla prospettiva dell’assurdo e del paradosso ci dà l’opportunità di vedere qualcosa di diverso, forse più interessante».

Erwin Wurm, “Dreamers”, 2026. Veduta dell’installazione. Museo Fortuny, Venezia. Foto di Markus Gradwohl

Tra i tessuti arabescati e i manichini vestiti con l’iconico abito Delphos di Fortuny, abitano lo spazio cumuli di vestiti vuoti antropomorfi: il vestiario è un costruttore di identità che disciplina i corpi e produce desiderio, diviene un dispositivo di costruzione simbolica del sé che esaurisce il corpo alla sua esteriorità. La deformazione operata da Wurm esaspera tutto ciò fino al grottesco e al paradossale per mostrarne l’assurdità: la deformazione agisce come una saturazione del desiderio dell’oggetto e permette di aprire una ferita all’interno dell’estetica del consumo. La serie dei Dreamers, ovvero cuscini ingigantiti sostenuti da arti umani, allo stesso modo, indaga la dimensione dell’onirico in maniera didascalica e offrendosi come superfici aptiche, formalizzando il desiderio e l’inconscio in un oggetto levigato e seducente: Wurm utilizza il linguaggio seduttivo del consumo, ne imita la levigatezza ma introduce uno scarto traumatico che rivela il carattere patologico dell’immaginario capitalista e consumista. È un comfort visivo che apre l’oggetto ad essere fagocitato visivamente, ma allo stesso tempo introduce una micro-catastrofe concettuale in cui lo spettatore stesso è coinvolto nel suo intimo come consumatore di immagini. La lente con cui Wurm osserva la realtà si rivela, dunque, quella del paradossale e dell’ironico: sono sculture goffe, fuori luogo, immediate e caricaturali che creano cortocircuiti semantici e visivi. Un esempio di questi paradossi ironici è rintracciabile in Self-Portrait as Pickles in cui Wurm invade una stanza di sculture iperrealiste di cetriolini posti solennemente eretti su piedistalli, rinominando il tutto “autoritratto”: tale gioco semantico, paradossale e dotato di humor quasi nonsense, non solo decostruisce uno dei generi archetipici della rappresentazione artistica, ma lo fa utilizzando un oggetto iconico del consumo alimentare industriale.

Erwin Wurm, “Dreamers”, 2026. Veduta dell’installazione. Museo Fortuny, Venezia. Foto di Markus Gradwohl

L’ultimo piano del palazzo ospita invece una pedana bianca che accoglie la celebre serie di One Minute Sculptures, che ha consacrato il successo di Erwin Wurm a partire dalla seconda metà degli anni Novanta. In questa serie l’artista ipotizza il corpo umano come apparato scultoreo, fornendo istruzioni che invitano il pubblico a porsi in pose o eseguire alcune azioni attivando degli oggetti quotidiani come mobili, libri, detersivi o palline da tennis. La scultura diviene un gioco effimero e ironico di forme improvvisate, consumate ed esperite in modo immediato: il corpo umano viene piegato e ridotto a funzione assurda, ad appendice dell’oggetto. È la vittoria dell’oggetto sul corpo, che si riduce ad apparato performativo e ridicolo. Lo spettatore è chiamato a diventare parte del dispositivo e a performare il gioco del consumo: l’oggetto è come se si de-semantizzasse e si mostrasse come un inutile costrutto sociale.

Erwin Wurm, “Dreamers”, 2026. Veduta dell’installazione. Museo Fortuny, Venezia. Foto di Markus Gradwohl

Il paradosso vive, in questo senso, nel rinvenire tutto ciò parassitariamente all’interno di un “tempio del fare” come è l’abitazione di Mariano Fortuny. L’universo poliedrico di Fortuny nasceva, infatti, da un’idea fortemente artigianale e auratica dell’oggetto artistico: l’oggetto era celebrato nella sua fattura, viveva di sedimentazione culturale, di preziosismo e virtuosismo tecnico. Alla temporalità senza tempo e alla totalità dell’oggetto di Fortuny si oppongono i paradossi levigati di Wurm: ciò che emerge, sono i sintomi della crisi della cultura materiale contemporanea. Gli abiti che vestono loro stessi, gli oggetti collassati e privati del loro utilizzo sociale, le sculture consumabili sembrano incarnare un contesto in cui l’oggetto ha perso la sua profondità simbolica tramutandosi in una superficie desiderabile, continuamente visibile e perennemente consumabile. 

Dal 6 maggio al 22 novembre 2026. Museo Fortuny, Venezia, San Marco 3958; info

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