Uno studio sull’espressione: lo spazio non dipinto nella pratica di Lee Ufan 

di | 19 mag 2026
“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

Un anno dopo la sua apertura, avvenuta in concomitanza con la 19. edizione della Biennale di Architettura di Venezia, SMAC Venice (San Marco Art Centre) rinnova la sua proposta culturale offrendo agli spettatori una doppia mostra destinata ad approfondire il rapporto tra due correnti artistiche spesso associate sia dal punto di vista temporale che tematico: l’Arte povera italiana e la Mono-Ha giapponese. L’esposizione, presentata in questo caso come un evento collaterale della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, accosta i lavori di due pionieri dei rispettivi movimenti, Alighiero Boetti e Lee Ufan, senza tuttavia mescolarli, dedicando a ciascuno otto stanze delle sedici totali presenti all’interno del secondo piano delle Procuratie di Piazza San Marco di proprietà di Generali e recentemente ristrutturate dall’architetto britannico David Chipperfield. Focalizzandoci sulla personale dedicata all’artista e critico coreano Lee Ufan, organizzata in collaborazione con la Dia Art Foundation di New York e curata da Jessica Morgan, approfondiamo la necessità di riassumere la sua lunga carriera e il valore della sua ricerca ad oggi. 

“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

Contestualizzando la Corea del 1936, anno di nascita dell’artista, si avrà un paese nel pieno della dominazione dell’Impero giapponese, iniziata nel 1910 e destinata a finire soltanto nel 1945 in seguito agli eventi relativi alla Seconda guerra mondiale. A questo periodo turbolento, caratterizzato da dibattiti, limitazioni e tentativi di appropriazione culturale riferiti al patrimonio storico-artistico coreano tradizionale, si sommerà la scissione nel 1945 della Corea in due colonie distinte, che poterà nel 1948 alla proclamazione di due stati separati e alla conseguente guerra, i cui risultati sono ancora oggi relativamente indefiniti. Con queste premesse è possibile mettere adeguatamente a fuoco la vita di Lee Ufan, educato secondo i criteri coreani (influenzati comunque dalla stretta coloniale), ma destinato a emigrare in Giappone a vent’anni, diventando parte attiva della diaspora. 

“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

Una peculiarità interessante relativa al percorso di formazione dell’artista riguarda la sua laurea in filosofia, conseguita presso l’Università Nihon di Tokyo. Un’educazione al pensiero teorico più che pratico, che gli ha permesso di essere il primo a formulare su carta i principi massimi della Mono-Ha, letteralmente la scuola delle cose. L’adesione alla corrente è avvenuta in modo spontaneo; come egli stesso racconta in un dialogo con il professore Francesco Poli risalente al 2013, registrato presso il Teatrino di Palazzo Grassi e disponibile su YouTube, al piano terra del palazzo in cui aveva trovato il suo primo lavoro vi era una galleria d’arte molto frequentata, la futura sede dei suoi primi scambi con il panorama artistico dell’epoca. Erano ormai gli anni Sessanta, un decennio di profonda trasformazione che ha contribuito a segnare con idee di rottura e moti di rivolta non solo il Giappone, ma tutto l’Occidente, Italia compresa. In questo clima di partecipazione e interesse, la scuola delle cose iniziava a svilupparsi proponendosi come un’alternativa all’arte tradizionale, ed è proprio in questo periodo che Lee Ufan orchestra le sue prime tele.

“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

Il percorso di mostra si apre proprio con i primissimi lavori pittorici dell’artista, appartenenti alle serie From Point e From Line, per poi proseguire in ordine cronologico nelle sale successive. Con cinque stanze dedicate alle tele e tre spazi riservati a installazioni site specific, l’esposizione riassume il percorso di Lee Ufan in una retrospettiva semplice e chiara, volta a privilegiare in entrambi i casi opere di grandi dimensioni posizionate nel classico spazio bianco. L’essenzialità aiuta a concentrare l’osservazione non soltanto sulle singole opere e il loro valore artistico, ma anche sui principali punti di svolta della decennale carriera dell’artista, giocando sulla struttura “a corridoio” dello spazio espositivo per suddividere e mappare questi momenti cruciali.

“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

Se nella sala iniziale le prime due serie analizzano pennellate singole poste su sfondi monocromatici, indagando la dimensione spazio-temporale tramite gesti sintetici e ripetitivi, le successive ampliano il ragionamento sulla meditazione proponendo cicli come From Winds (1982-1986) e With Winds (1997-1991), che nascono da una correlazione tra pennello, gesto e respiro, e Correspondance (1990-2006), in cui risulta sempre più chiara la riflessione dell’artista sulla relazione tra spazio dipinto e non dipinto. Quest’ultimo concetto costituirà nel tempo le fondamenta della sua poetica, venendo via via perfezionato e studiato nelle serie Dialogue (2006 – in corso), in cui vengono indagati gli stessi rapporti aggiungendo all’equazione la tridimensionalità del supporto pittorico, e Response (2021 – in corso), che internamente al dipinto analizza l’interdipendenza non solo di tela, pennello e pigmento, ma estende il ragionamento anche all’essere umano e alla natura dell’esistenza stessa.

“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

L’espansione graduale dello spazio non dipinto permette all’artista di studiare la tensione tra la superficie dipinta e quella vuota, con l’obiettivo finale di esaminare il fenomeno dell’espressione tramite un approccio che si avvicina molto a quello scientifico. Gli studi filosofici di Lee Ufan risuonano in questo senso nell’approccio teorico all’opera d’arte, che di tela in tela somiglia sempre di più a un esperimento fatto in laboratorio. Stabilendo infatti l’oggetto di interesse e sottoponendolo a pressoché infinite variabili, il tutto all’interno dell’ambiente controllato che è la bidimensionalità del dipinto, il risultato cambia inevitabilmente il suo fine abituale: da espressione estetica del sé a un gigantesco punto interrogativo reso pura forma, che diventa un invito a risuonare con l’opera e a tentare di comprenderla a partire da una dimensione spaziale inedita. 

“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

Un pannello posto all’ingresso dell’area adibita alle installazioni comprime la poetica di Lee Ufan in pochi paragrafi stilati dall’artista stesso. Riferendosi alla differenza tra pittura e scultura egli dichiara che «la pittura è interna anche quando si riferisce al mondo esterno, mentre la scultura è esterna anche quando nasce da una dimensione interiore». Tuttavia, una scultura utile non deve solo esistere nel suo realismo e nella sua oggettività, ma trascendere sé stessa per relazionarsi attivamente con il contesto circostante.  Con queste premesse è possibile dialogare con Relatum (2026), ricreata all’interno di SMAC a partire dall’installazione Iron Field del 1969, e Relatum – Infinity (2026), entrambe realizzate a partire dall’assemblaggio di materiali esistenti (aste d’acciaio e sabbia nel primo caso, e pietre, ghiaia e acciaio inossidabile nel secondo), per giungere a trattare il tema dell’incontro secondo una prospettiva filosofica, declinandolo attraverso il dialogo tra elementi naturali e artificiali.  

“Lee Ufan”, 2026. Veduta dell’allestimento. SMAC Venice, Venezia. © Lee Ufan / Artists Rights Society (ARS), New York / ADAGP, Paris. Foto di Lorenzo Palmieri

Dal 9 maggio al 22 novembre 2026; SMAC Venice, Piazza San Marco, 105, 30124, Venezia; info.

Per saperne di più

Beatrice TimilleroLee UfanSMAC VeniceVenezia