Macchine contemplative. Il Padiglione della Santa Sede alla Biennale d’Arte di Venezia

In un discorso celebre, Søren Kierkegaard invitava a interrogarsi sulle immagini evangeliche del giglio del campo e dell’uccello nel cielo. «Che cosa insegnano?», chiedeva. In primo luogo il silenzio: l’esigenza di «imparare a tacere», iniziazione a un atteggiamento felice verso le cose. Trattenendo parole e pensieri ci abituiamo all’ascolto che guarisce la mente e rinnova l’attenzione. Solo così, concludeva il filosofo, possiamo imparare finalmente a gioire: a vivere, cioè, liberi dalle agitazioni quotidiane.
Nel Giardino mistico dei carmelitani scalzi a Venezia è in scena una singolare operazione di silenzio, che solo impropriamente potremmo definire “artistica”. Si tratta di una composizione orchestrata dal Padiglione della Santa Sede, dal titolo “The Ear is the Eye of the Soul”: un invito all’ascolto da parte dei curatori Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, in collaborazione con il collettivo berlinese Soundwalk. L’opera raduna i nomi più notevoli della musica contemporanea: colossi come Brian Eno, Patti Smith, Terry Riley; artisti affermati come Kali Malone, Jim Jarmusch, Devonté Hynes, Caterina Barbieri e FKA twigs omaggiano insieme Ildegarda di Bingen: magistra renana del XII secolo, la cui vita straordinaria è ritratta negli affreschi dell’abbazia di Eibingen.

Autrice di questioni teologiche, erbari, grammatiche immaginarie e splendidi corali gregoriani, Ildegarda scrisse in un raro momento di licenza intellettuale. Dell’opera immensa, ben più delle simmetrie occulte e delle schiere vertiginose di angeli, colpisce l’acume dei sensi, la tenera attenzione alle forze più sottili della materia. Ildegarda immaginò infatti l’esistenza di una viriditas (verdezza o vigore) racchiusa nei germogli delle piante e capace di guarire per contagio. Da questa virtù semplice, moltiplicata in forme teologiche, musicali e farmaceutiche, trae ispirazione il lavoro di ventuno artisti, conclusosi nel secondo complesso di Santa Maria Ausiliatrice con l’ultimo sforzo di Alexander Kluge.

Il convento è il cuore pulsante dell’esposizione: passeggiando tra le viti e le piante balsamiche, la musica si dipana e scioglie nei rumori circostanti, comunicando in ogni punto l’andatura degli ascoltatori. Concepito al contempo come composizione corale e come rituale di meditazione, l’orto produce una liturgia di gesti involontari, di tecniche estatiche tese a quell’«abbandono al vento della fiducia» di cui parlava Ildegarda. Del luogo impressiona proprio il contegno silenzioso, il sussiego a cui sono costretti gli avventori: giornalisti e turisti tramutati di colpo in monaci austeri da un paio di cuffie isolanti, piegati in gesti di venerabile lentezza o in trance momentanee, come sul punto di profondersi in inchini reciproci.


L’obbligo di tacere e arrestare il pensiero, nel tumulto della Biennale, ha un’efficacia allo stesso tempo performativa e terapeutica. Alla dimenticanza dei mali coopera l’integrazione dei fruscii e degli aromi del giardino, che ben merita allora l’appellativo di mistico – se con questa parola, spesso offesa, intendiamo solo lo sguardo amorevole per il fermento delle cose. A questo sguardo fa riferimento la poesia di Patti Smith, mormorata sotto un pergolato di rose bianche di fronte alla cappellina mariana, che muta di colpo il tono cristallino del luogo nella tenebra profonda del divino: «My name is Mary», dice, «and I am my son…».
Ciò che emerge dall’ingegnosa macchina contemplativa del giardino è in fondo un’utopia antica: la trasformazione del mondo in santuario e della vita in cerimonia rituale. Si tratta di imparare un’arte di agire: educarsi all’ascolto silenzioso di una regola superiore, ovvero, come scriveva Cristina Campo, al «ritmo morale» del gesto perfettamente sprezzato, «affidando il respiro al ritmo infallibile del canto e lasciando che tutto il corpo ritrovi le sue leggi e i suoi numeri segreti».