Uno spazio sempre aperto. Mario Schifano al Palazzo delle Esposizioni

«I monocromi forse sono cartelloni della pubblicità senza la pubblicità»: Mario Schifano diceva così, con una concisione aforistica che coincideva con un modo di stare al mondo. Una definizione che potrebbe valere per tutta la sua opera: pittura che non illustra e non narra ma che occupa lo spazio visivo con la presenza fisica di un segnale stradale o di uno schermo acceso.
Dal 17 marzo al 12 luglio 2026, il Palazzo delle Esposizioni di via Nazionale ospita un’ampia retrospettiva dedicata a Mario Schifano, quasi simbolicamente è proprio in questa sede che una sua personale accompagnava la riapertura degli spazi nel 1990 dopo i grandi lavori di ristrutturazione. Curata da Daniela Lancioni, la mostra riunisce oltre cento opere provenienti da collezioni private (numerosi i prestiti dai galleristi Giò Marconi ed Emilio Mazzoli) e pubbliche italiane ed estere, attraversando l’intera parabola dell’artista: dai primi lavori informali e materici degli anni Cinquanta fino ai dipinti degli anni Novanta in cui l’impegno sociale si fa più esplicito.
Il percorso si snoda nelle sale del primo piano seguendo un andamento rigorosamente cronologico. L’ordine temporale risponde a una precisa intenzione curatoriale: agevolare l’associazione tra le opere e il contesto storico entro cui collocarle, con l’intento di attivare memorie personali e partecipazione nel visitatore.

Nella rotonda sono esposte le tele realizzate nel 1968 per la camera da pranzo per casa Agnelli a Roma, qui allestite come un’installazione che restituisce l’idea di un artista che intende il quadro come spazio vissuto, in una espansione della pittura verso la vita, verso il cinema e l’attualità. Una delle sale più intense è quella dedicata ai monocromi degli anni Sessanta: grandi campiture di smalto industriale, colori-blocco, colori-barattolo come li chiamava l’artista. Schifano mette a punto in quegli anni una tecnica inedita, lo smalto su carta applicata su tela, che diventa una precisa cifra stilistica. In un costante assalto al sistema della pittura, come scrive Achille Bonito Oliva nel 1975, le sue scelte formali risultano eccentriche rispetto ai paradigmi modernisti: opere distanti dalla tradizione del monocromo come gesto rigoroso e assoluto ma radicate in qualcosa di più materiale e urbano. Schifano guarda la strada, in basso verso le strisce pedonali e l’asfalto, in alto verso la segnaletica e i pannelli pubblicitari. Per l’artista il monocromo non è mai stato una fine, ma un inizio. In queste opere definisce uno spazio visivo che resta vuoto solo per poco poiché già nei lavori del 1962 la tabula rasa aveva cominciato a ospitare segni e presenze: la scritta Coca-Cola, il logo della Esso, la parola “NO”. Quello spazio libero Schifano lo cerca ovunque, fuori dalla pittura e anche fuori da Roma. È in questi stessi anni che soggiorna a New York, dove conosce il poeta Frank O’Hara con cui collabora alla serie del 1964 Words & Drawings: diciassette fogli qui presentati nella serie completa, tra le presenze più inattese ed efficaci della mostra. Realizzati con vernice spray, smalti, pastelli e inchiostri, sono opere lievi nell’esecuzione e intense nei riferimenti, in cui scrittura e disegno si intrecciano in un dialogo aperto tra cronaca quotidiana, memorie e paesaggi.
La questione che Schifano pone è dove e cosa cercare nelle immagini, come utilizzarle e rielaborarle? A queste domande risponde con la pittura. Se le immagini pubblicitarie attraggono lo sguardo senza fissare un significato, la segnaletica impone reazioni immediate, prive di ambiguità. Tra questi due registri, il desiderio e il codice, l’artista costruisce la sua tensione visiva in una adesione indiscussa al mondo contemporaneo.

Un altro nucleo espositivo raccoglie le fotografie – Schifano utilizza da sempre la macchina fotografica, la prima fu presa in prestito da Giuseppe Uncini alla fine degli anni Cinquanta – e le tele emulsionate degli anni Settanta, sulle quali trasferisce immagini fotografiche modificandole con interventi pittorici. Sono opere che mettono in crisi l’idea stessa di pittura: l’immagine deriva sempre da un’altra immagine, e il gesto del pittore si sovrappone a quello della macchina fino a confondersi. In questo senso, le tele emulsionate dialogano con i Paesaggi TV, la serie di opere in cui cattura fotogrammi televisivi e li traspone su tela, intervenendo poi con il colore e spesso utilizzando una scatola di plexiglas come cornice per ricreare il filtro dello schermo. Il televisore diviene fonte iconografica, finestra sul mondo, schermo che produce un flusso ininterrotto di immagini: Schifano ne coglie la logica seriale, la frammentazione, la temporalità discontinua, e le trasferisce nella pittura. È un gesto di appropriazione e insieme di restituzione: l’immagine elettronica diventa pigmento e il tempo diventa superficie.
Proseguendo lungo le sale entriamo negli anni Ottanta, quando Schifano è già una figura storicizzata e il suo lavoro appare in controtendenza rispetto alle ricerche dominanti. Il cambiamento di gusto che riqualifica la pittura figurativa trova in lui un protagonista inaspettato, capace di produrre opere di grande immediatezza e libertà. Le grandi tele come Il parto numeroso della moglie del collezionista (1984) e Incidente (1985), restituiscono un pittore dinamico e immediato, le cui opere risultano aperte e vitali.
Quella di Schifano è una pittura mentale. Le immagini passano attraverso un medium intermedio, fotografie tratte da libri, giornali o dalla televisione, proiettate e poi ricalcate sulla tela. Il nastro adesivo, rimosso alla fine per rivelare una cornice bianca, è dispositivo pratico e idea compositiva: come la polaroid, la diapositiva, lo schermo, impone alla scena un inquadramento che sottolinea l’artificio della rappresentazione. Controllo e caso, intenzione e accidente: la pittura di Schifano si costruisce in questo spazio di tensione.

A metà del decennio nel 1985, la nascita del figlio Marco, segna un prima e un dopo nella vita e nella carriera: la pittura muta nuovamente registro in modo netto. I quadri diventano riflessivi costruiti con pennellate dense e gamme cromatiche più scure, come se sulla pittura gravasse il peso di una responsabilità o di un’urgenza. Nei primi anni Novanta l’iconografia si amplia verso il globale: immagini satellitari, folle di migranti, militari. Le scritte in arabo, cinese, cirillico affiorano in primo piano sulle stampe digitali, come segnali per essere letti in ogni latitudine. Schifano si conferma, come suggerito da Maurizio Fagiolo dell’Arco, un reporter che porta notizie dal mondo, trasformando la cronaca in immagine pittorica.
È la tensione tra pittura e realtà, tra la libertà del colore e l’urgenza del mondo, a rendere il suo lavoro ancora attuale. Viviamo in un’epoca in cui il flusso delle immagini è ininterrotto, in cui ogni schermo produce incessantemente nuovi segnali visivi, in cui il confine tra fatto e finzione è permeabile come non mai. Schifano aveva intuito tutto questo rispondendo con la pittura. L’esposizione riesce a non cristallizzare l’artista nel ruolo del maestro da storicizzare, ma lo mostra al lavoro, in costante movimento, sul punto di cambiare direzione, sempre in cerca di altro. Un artista che, come ricordava Uncini, era già altrove quando tutti credevano di averlo finalmente capito.
Dal 17 marzo al 12 luglio 2026; Palazzo delle Esposizioni, via Nazionale 194, 00184, Roma; info: https://www.palazzoesposizioniroma.it/mostra/mario-schifano