Dian Suci vince il Max Mara Art Prize for Women

È Dian Suci, artista indonesiana classe 1985, la vincitrice della decima edizione del Max Mara Art Prize for Women, proclamata a Venezia il 7 maggio, in concomitanza con l’inaugurazione della 61. Esposizione Internazionale d’Arte. Il premio, istituito nel 2005, promuove artiste emergenti o mid-career, offrendo loro supporto per la creazione di un nuovo progetto.
La decisione è stata annunciata da Cecilia Alemani, curatrice e presidente di giuria del Max Mara Art Prize for Women, insieme a Sara Piccinini, Direttrice della Collezione Maramotti, Venus Lau, Direttrice del Museum MACAN, ed Elia Maramotti, rappresentante della famiglia che ha fondato Max Mara e Collezione Maramotti.
Una residenza di sei mesi in Italia permetterà alla nuova vincitrice di soggiornare in quattro diverse città – Assisi, Roma, Lecce e Firenze – affiancata da esperti in diversi settori e partecipando ad attività di laboratorio e ricerca. Il percorso culminerà in una mostra personale presso il Museum MACAN di Giacarta nell’estate 2027 e poi, in autunno, presso la Collezione Maramotti di Reggio Emilia, che ne acquisirà le opere.
A comporre la giuria selezionata e presieduta da Cecilia Alemani, cinque voci giovani e internazionali: Venus Lau, la curatrice Amanda Ariawan, la gallerista Megan Arlin, la collezionista Evelyn Halim e l’artista Melati Suryodarmo. All’interno di una rosa di cinque nomi – insieme a Betty Adii, Dzikra Afifah, Ipeh Nur e Mira Rizki – la loro scelta è ricaduta su un’artista fortemente autobiografica, che attinge alla propria esperienza di madre single per affrontare tematiche di domesticazione politica delle donne, tra nuove forme di autoritarismo e logiche capitaliste all’interno di un sistema patriarcale.

Crafting Spirit: Cultural Dialogues in Heritage and Practice è il titolo del progetto vincitore, che prende vita dalle storie personali di donne artigiane, spesso operanti in un delicato equilibrio tra forme di devozione e spirito di sopravvivenza. Sarà proprio questo il fulcro della ricerca di Suci, che durante la residenza esplorerà le connessioni tra dimensione spirituale, gestualità e antiche tecniche artigianali. Il nuovo corpus di opere vuole dare voce a una visione profondamente radicata nella cultura indonesiana, ovvero quella di una spiritualità che fuoriesce dal campo meramente religioso per investire le abitudini e gli atti di cura, le ripetizioni e le attenzioni trasmesse da un corpo all’altro.
Durante il soggiorno, ognuna delle quattro città darà a Suci la possibilità di indirizzare le proprie ricerche verso un preciso aspetto del sistema religioso occidentale, soffermandosi sulla connessione con la produzione seriale di icone sacre. Interpellando corpi, memorie e materiali, l’artista indonesiana opererà all’interno di un costante dialogo tra Oriente e Occidente.
Se ad Assisi si confronterà con lo stile di vita monacale, esaminando le contraddizioni interne tra religione e commercializzazione del credo, a Roma analizzerà le simbologie nascoste durante una speciale messa in Piazza San Pietro; a Lecce e Firenze, invece, si dedicherà all’approfondimento di due tecniche di lavorazione artigianale – la cartapesta e la tempera all’uovo –, delle relative storie e impieghi nel contesto ecclesiastico.

«Accolgo questa opportunità con gratitudine e con l’impegno ad ascoltare, imparare e tradurre questi incontri in forme che onorino l’intimità del lavoro umano e la profondità della continuità culturale» ha dichiarato l’artista che, spaziando tra installazioni, pittura, scultura e video, si fa portavoce di una lettura critica del sistema capitalistico tra Italia e Indonesia.