La prima volta come spazio condiviso

Public Program di «ARTnews Italia», La Prima Volta, 6 maggio 2026. Panorama, Venezia. Foto di Iris Gentili

Il 6 maggio, negli spazi di Panorama a Venezia, «ARTnews Italia» ha inaugurato il Public Program La Prima Volta con Racconti e pratiche della scena artistica italiana, primo appuntamento di una serie di incontri pensati per i giorni di pre-opening della Biennale Arte 2026. Il talk, moderato dal curatore Davide Giannella, ha riunito gli artisti Jacopo Belloni, Cesare Pietroiusti, Sara Basta, Lorenzo Silvestri, Alessandro Di Pietro e Margherita Raso in una conversazione collettiva che ha messo in relazione esordi, traiettorie e condizioni del presente. Racconti personali, aneddoti e riflessioni hanno aperto un confronto sulle modalità operative della scena artistica italiana contemporanea, attraversando il rapporto con le istituzioni, gli spazi indipendenti e i contesti in trasformazione.
Più che una successione di interventi individuali, il talk ha assunto la forma di un dialogo aperto, in cui esperienze personali, percorsi differenti e riflessioni sulla pratica artistica si sono intrecciati continuamente, mettendo in discussione letture troppo rigide della scena italiana, sia dal punto di vista anagrafico, sia rispetto all’idea stessa di una presunta “italianità” condivisa. È emerso innanzitutto il tema della formazione all’interno di un sistema fragile e discontinuo. Alessandro Di Pietro ha raccontato gli anni delle prime mostre a Milano, a partire dal 2008, descrivendo una generazione cresciuta senza aspettative economiche: «Non avrei mai pensato di guadagnare un euro. Non era previsto: c’era uno slancio anche naif, ma radicale, nel desiderio di trovare la propria strada». Una condizione che, secondo l’artista, ha contribuito a costruire pratiche autonome e radicali.

Da sinistra: Cesare Pietroiusti, Sara Basta, Davide Giannella, Margherita Raso, Alessandro Di Pietro. Public Program di «ARTnews Italia», La Prima Volta, 6 maggio 2026. Panorama, Venezia. Foto di Iris Gentili

Da qui si è aperta una riflessione più ampia sulle geografie dell’arte in Italia. Milano e Roma sono emerse come realtà profondamente diverse: da una parte una città compatta e accelerata, costruita attorno all’idea di scena; dall’altra una dimensione dispersiva e frammentata, fatta di distanze fisiche e comunità informali. Lorenzo Silvestri ha raccontato come il proprio percorso si sia sviluppato più attraverso relazioni costruite in strada e nel mondo dello skateboard che dentro l’Accademia: «La mia comunità è nata dal mio passato, dallo skate, dal tempo passato per strada. È stato il mio fortino emotivo». Nel suo intervento è emersa anche una riflessione critica sul ruolo delle accademie e sulla difficoltà di costruire reti solide tra formazione e lavoro artistico.
Il tema della comunità è tornato più volte nel corso della conversazione, soprattutto come risposta concreta alle difficoltà strutturali del lavoro artistico in Italia. Sara Basta ha condiviso l’esperienza del collettivo di artiste e madri The Glorious Mothers, nato dalla necessità di conciliare pratica artistica e cura familiare, di cui fa parte anche Francesca Grossi, presente all’incontro. «Fare figli e fare l’artista sono due cose che non si legano bene insieme. Ci siamo messe insieme, ce le siamo organizzate da sole», afferma Sara Basta. Una condizione di precarietà trasformata in sostegno reciproco e collaborazione, anche attraverso il lavoro portato avanti negli anni con Fondazione Pistoletto. Un tema che entra in dialogo anche con la riflessione pubblicata recentemente su «ARTnews Italia» da Alex Turrini, Io ho quello che ho donato: verso il mecenatismo che crea legami, in cui la cultura viene letta come spazio civico capace di ricostruire relazioni, reciprocità e forme di appartenenza collettiva.

Da sinistra: Jacopo Belloni e Lorenzo Silvestri. Public Program di «ARTnews Italia», La Prima Volta, 6 maggio 2026. Panorama, Venezia. Foto di Iris Gentili

Anche Cesare Pietroiusti ha spostato il confronto su una riflessione più strutturale, legata alle infrastrutture culturali e alla possibilità di costruire comunità artistiche durature. Nel suo intervento, attraversato da riferimenti alla pedagogia, alle pratiche collettive e alla propria lunga esperienza tra istituzioni e spazi indipendenti, l’artista ha delineato la necessità di immaginare sistemi realmente integrati tra formazione, ricerca e produzione: «È inutile che in una città ci siano spazi disponibili, fondi, fondazioni, filantropi, se non c’è alla base un sistema integrato di formazione, ricerca e produzione». Evocando esperienze come il Mattatoio, Pietroiusti ha descritto la possibilità di costruire ecosistemi culturali in cui accademie, università, residenze e produzione artistica possano dialogare stabilmente, trasformando città come Venezia non soltanto in sedi espositive temporanee, ma in laboratori permanenti di incontro, ricerca e sperimentazione condivisa. La Biennale stessa è stata al centro del confronto: non solo come grande piattaforma internazionale, ma come luogo attraversato da ecosistemi paralleli, eventi collaterali e comunità temporanee. Margherita Raso ha sottolineato come oggi la Biennale si trovi davanti alla necessità di ridefinire il proprio rapporto con il pubblico e con il presente: «la dimensione sotto la quale la Biennale è nata è un mondo che non esiste più. Oggi ne abbiamo di fronte un altro, e bisogna riflettere su cosa la Biennale può diventare e cosa può ancora essere di valore».
Jacopo Belloni ha posto invece l’attenzione sulle tempistiche produttive imposte dal sistema delle grandi esposizioni internazionali, spesso incompatibili con processi di ricerca lenti e stratificati: «l’assurdo della Biennale sono le tempistiche: hai così poco tempo per immaginare e sviluppare un lavoro. È un processo spesso estrattivo, che non permette sempre di costruire qualcosa di ampio respiro».

«ARTnews Italia», Speciale Biennale #03. Public Program di «ARTnews Italia», La Prima Volta, 6 maggio 2026. Panorama, Venezia. Foto di Iris Gentili

Le residenze artistiche e la possibilità di muoversi all’estero sono emerse come un altro nodo centrale del confronto. Gli artisti hanno citato esperienze e modelli come Fondazione Antonio Ratti, Fondazione Spinola Banna per l’Arte e Triangle Network, sottolineando quanto questi contesti siano stati fondamentali per costruire reti, confrontarsi con altri sistemi e immaginare possibilità differenti. Allo stesso tempo, è emersa la mancanza di un reale supporto pubblico capace di accompagnare gli artisti dopo la formazione, rendendo accessibili percorsi che oggi dipendono quasi esclusivamente da iniziative individuali.
Più che offrire risposte definitive, il talk ha restituito il ritratto di una scena artistica attraversata da contraddizioni ma ancora fortemente vitale, sostenuta da relazioni, reti informali e pratiche collettive. Ed è forse proprio qui che La Prima Volta ha trovato il suo senso: non come semplice debutto, ma come occasione per ripensare collettivamente pratiche, relazioni e possibilità future.
A chiudere la serata, il DJ set di Ruggero Pietromarchi ha prolungato il confronto in una dimensione più informale e condivisa. Fondatore di Threes Productions e tra gli ideatori del festival musicale Terraforma, Pietromarchi lavora da anni all’incrocio tra musica, arte contemporanea e pratiche collettive, costruendo formati di ascolto e aggregazione capaci di trasformare il momento musicale in esperienza condivisa.