Gli artisti italiani e l’intelligenza artificiale. Uno sguardo oltre la coltre dell’hype

Nel 2022, il designer e ricercatore tedesco Johannes Klingebiel pubblicava sul suo sito un articolo dal titolo The five levels of hype. Nel testo si analizzava un fenomeno tipico del mondo contemporaneo, ossia quell’eccesso di clamore, eccitazione ed entusiasmo – vero o simulato – che si crea attorno a ogni nuova tecnologia che appare sul mercato. «L’hype si muove su una scala che parte dalla semplice promessa che non si può mantenere, passa all’overselling, per poi raggiungere l’esuberanza irrazionale», scrive Klingebiel. Per rendere più chiara la sua tesi aggiunge poi un grafico che funziona come un “termometro” dell’hype, una scala a cinque livelli che può aiutare a diagnosticare il grado di risonanza di un certo fenomeno. Il grado più alto di questa scala si chiama The Othering (l’alterizzazione) e descrive la forma più aggressiva e fastidiosa dell’hype, uno scenario in cui «la tecnologia è ormai diventata un segno di appartenenza per chi la promuove: se ne parla solo in termini utopici, mentre chi la critica viene descritto come attaccato al passato e destinato a restare indietro».
Queste parole, come detto, venivano scritte nel 2022, quando al centro di tutte le discussioni sul futuro della tecnologia – quando non dell’umanità stessa – c’erano le criptovalute, gli NFT e il metaverso. Lo stesso termometro, tuttavia, può essere applicato all’hype del momento, ovvero l’intelligenza artificiale, un tema su cui l’opinione pubblica non può fare a meno di scontrarsi su base quotidiana, tra descrizioni di un futuro radioso guidato dal progresso e cupe visioni apocalittiche di un pianeta inquinato, disumanizzato e asservito alle macchine. Siamo, insomma, seguendo la scala di Klingebiel, da qualche parte tra il livello quattro e il livello cinque.

Questo scenario è un elemento che non possiamo trascurare quando ci accingiamo ad analizzare la risposta che gli artisti stanno elaborando nei confronti dell’IA tramite opere, scritti e operazioni culturali. L’hype ha infatti un effetto ottundente: oscura i contenuti, distorce i messaggi e rende il giudizio critico un’operazione molto difficoltosa. In momenti così culturalmente polarizzati, infatti, la sola presenza della novità tecnologica spesso basta ad attirare l’attenzione della stampa, del pubblico e a volte anche degli addetti ai lavori. Nonostante questo, non mancano gli artisti che riescono a spostare l’attenzione dal mezzo al messaggio, piegando questi strumenti a usi personali, poetici e politici. Riconfigurando la macchina, aprendola, mettendola in discussione secondo modalità non ovvie e soprattutto non allineate ai messaggi martellanti del marketing.
Il panorama internazionale è notoriamente molto ricco, ma anche in Italia la sperimentazione non manca, e – soprattutto – non è iniziata oggi. Molto prima dell’esplosione dell’IA generativa, caratterizzata dal lancio di applicazioni destinate al mercato consumer come DALL·E, Midjourney e ChatGPT, artisti come Salvatore Iaconesi e Oriana Persico, Guido Segni e Lorem (al secolo Francesco D’Abbraccio) già si confrontavano con le reti neurali artificiali, producendo un corpus di opere – perlopiù video, installazioni e performance – che anticipavano molti dei temi caldi del presente. Progetti che chiamavano in causa il tema dell’automazione, il rapporto uomo-macchina, la creatività combinatoria e la questione dell’autorialità diffusa. Senza contare i tantissimi precursori, che già negli anni Ottanta e Novanta riflettevano su temi affini, come ad esempio Maurizio Bolognini, Piero Gilardi e Luigi Pagliarini.

All’inizio degli anni Duemila, questa ricca eredità viene raccolta da un gruppo di artisti che emerge dal fertile incontro tra la Net Art e la cultura hacker, tra tutti il duo Iaconesi-Persico che già nel 2006 realizza Angel_F, un “bambino artificiale” in grado di imparare dai dati: a tutti gli effetti una creatura basata su tecniche di machine learning. Qualche anno dopo, con l’arrivo delle GAN (Generative Adversarial Networks) la sperimentazione con le reti neurali artificiali si intensifica, dando vita a un vero e proprio movimento, anche a livello internazionale (è a questo periodo che risale la famosa asta di Christie’s in cui venne venduta la prima opera generata da un’IA, quella del poi scomparso collettivo francese Obvious).
In Italia, nel 2018, Guido Segni firmava la performance automatizzata Demand Full Laziness, «un piano quinquennale per la completa automazione della produzione artistica», realizzato servendosi di un algoritmo di deep learning. Ispirandosi, nel titolo e nelle premesse teoriche, al saggio accelerazionista Inventing the Future (2015) di Nick Srnicek e Alex Williams, ma anche al lavoro di artisti come Gustav Metzger e Stewart Home, che avevano praticato “lo sciopero” dell’arte come strategia anti-sistema, il progetto delegava parte della produzione artistica di Segni a un software di intelligenza artificiale.
Lavora con le GAN anche il già citato Lorem, che le utilizza per creare musica, video installazioni e performance multimediali di grandissimo impatto, a partire da Adversarial Feelings (2018), progetto che comprende un’opera audiovisiva di 24 minuti, un album di 9 tracce musicali e un libro.

Con la comparsa dei sistemi LLM (Large Language Models) e TTI (Text to Image), lo scenario continua a diversificarsi. Nel 2022, ad esempio, Roberto Fassone lancia Ai Lai, un modello linguistico addestrato per svolgere un compito molto particolare: scrivere trip report, ossia resoconti di esperienze psichedeliche. Tecnicamente, quello che si dà in pasto all’IA è un vasto database testuale. Metaforicamente, tuttavia, è un po’ come servire al computer una dose di funghi allucinogeni, con l’obiettivo di spalancare le porte della sua “percezione digitale”. L’anno successivo arriva anche il progetto AI Love, Ghosts and Uncanny Valleys di Mara Oscar Cassiani, una sperimentazione multimediale sul tema degli amori interspecie tra persone e intelligenze artificiali, progetto che dà vita a un’ampia serie di immagini, video e performance online.
Nel campo del video, infine, spiccano i lavori recenti di Silvia Dal Dosso, già componente del collettivo Clusterduck, autrice di un’interessante trilogia di film intitolata The Future Will be Weird AF (2023-2025); e del collettivo IOCOSE, che nella video-installazione AI-Ludd (2025) mostra un agente algoritmico che invita paradossalmente a sabotare le macchine, disertare il lavoro e reclamare il diritto al tempo libero.
