Tra organismo e macchina: narrazioni del corpo nell’arte italiana del XXI secolo

di | 14 ago 2026
Riccardo Benassi, ULTRAMORE, 2024. Performance per coppia di quadrupedi robotici. Veduta dell’installazione. Palazzo Bentivoglio, Bologna. Courtesy dell’Artista; ZERO…, Milano; Palazzo Bentivoglio, Bologna. Foto di Andrea Rossetti

La metafora del corpo come macchina è presente sin dall’antichità, seppur si debba a Cartesio una prima formulazione di tale concetto. Un sistema di parti in movimento, ingranaggi, liquidi che incessantemente svolge la sua funzione, destinato a un’usura inevitabile. Carne e materia, distinte dall’anima in quanto entità impalpabile e potenzialmente eterna, sono implicati in un processo di trasformazione continua che coinvolge il corpo e ciò che gli è intorno. Come ha scritto Karen Blixen: «Cos’è dunque l’uomo […] se non una macchina ingegnosa e minuziosamente impostata per trasformare, con infinita arte, il vino rosso di Shiraz in urina?»[1].
Da quando la tecnologia ha fatto il suo prepotente ingresso nella vita quotidiana, tale similitudine si è non solo accentuata, ma espansa sino ad accogliere la prospettiva di una possibile ibridazione tra i due termini. Se da una parte le teorie del postumanesimo, già dagli anni Ottanta del secolo scorso, riflettono sulle possibili trasformazioni cui il corpo umano è soggetto nella sua naturale evoluzione (mettendo in discussione lo stesso dualismo cartesiano), è in particolare con il transumanesimo che si afferma l’idea di un potenziamento dell’umano attraverso l’elemento tecnologico. L’immagine del cyborg, miscuglio di carne e tecnologia che pone in crisi ogni definizione binaria facendosi carico di nuove istanze socio-politiche, conquista prepotentemente l’immaginario letterario e cinematografico. Si afferma l’idea di corpo come «assemblaggio instabile» (Haraway), mutevole e aperto alle sollecitazioni esterne, oggetto di osservazione privilegiato delle relazioni tra umano e non umano. In questo quadro complesso e affascinante, artiste e artisti della generazione cosiddetta Millennial (nati quindi in quegli stessi decenni in cui il dibattito sul postumanesimo si è diffuso, ma anche ultima generazione di non-nativi digitali) hanno guardato a nuovi modi di rappresentazione e narrazione dei corpi, in un’epoca segnata dalla necessità di un ripensamento dell’antropocentrismo e dall’affacciarsi di intelligenze altre. Si tratta di figure che, anche grazie a strutturate collaborazioni interdisciplinari, hanno guardato alle possibilità di interazione tra l’umano “organico” e lo sviluppo tecnologico, sia in termini di processo che di produzione creativa, mettendo in luce potenzialità ma anche fragilità e criticità di tale rapporto.

Federica Di Pietrantonio, the edge of collapse #01, 2023. Digital/machinima video [2], 1920 x 1080, 800 x 600, colore, suono, 00:24:50, raspberry [2], LCD display [2], supporto monitor, fascette elettriche. Courtesy dell’artista; The Gallery Apart, Roma. Foto di Eleonora Cerri Pecorella

Circoscrivendo l’analisi al contesto italiano, tra gli artisti che lavorano su questi temi troviamo Marco Donnarumma (Napoli, 1984) che nelle sue opere ricorre a robotica, protesi e biosensori per veicolare l’immagine di un corpo ibrido e in mutazione, capace di farsi cassa di risonanza di segnali fisiologici trasformati in impulsi sonori e visivi. Nei suoi scritti teorici così come nelle sue performance (tra queste, il ciclo Body Series, 2010-2015, che ha avuto rilevanti presentazioni sulla scena internazionale), l’artista indaga le possibilità della tecnologia, e in particolare dell’intelligenza artificiale, di apportare nuove forme di conoscenza del corpo, in uno scambio e tensione continua tra linguaggio corporeo, ambiente e sintesi digitale.
Suono e robotica sono al centro anche del lavoro di Roberto Pugliese (Napoli, 1982). Nelle sue opere più recenti appartenenti alla serie Industrial Equilibrium (2024-2025), evoluzione di una ricerca avviata già nel 2011 con Equilibrium Variant, due bracci robotici si confrontano in una sorta di duello. I loro movimenti sono determinati dalla ricerca di un equilibrio precario, definito dallo scambio tra microfono e altoparlante che, soggetti all’effetto Larsen, si avvicinano e si allontanano generando quella che appare come una lotta, una danza o un corteggiamento, e in ogni caso mimando una vitalità che appartiene al mondo organico, così come i suoni emessi – risultato delle ricerche condotte dall’artista in ambito psicoacustico – insistono sull’ambiguità tra l’universo naturale e quello sintetico.
«Piuttosto che focalizzarsi sulle macchine che imparano a comportarsi come gli umani, continua ad avere più senso fare caso agli esseri umani che si comportano come macchine». È uno degli aforismi che compare nell’opera Daily Desiderio Domestico (2019 – in corso) di Riccardo Benassi (Cremona, 1982): ogni giorno l’artista diffonde un suo breve messaggio trasmettendolo in tempo reale a un numero di schermi disseminati in vari luoghi che “parlano” come a incarnare il corpo dell’artista stesso, quasi surrogati della sua stessa presenza fisica. Anche Benassi ha utilizzato componenti automizzate nelle sue opere, affidando alle macchine (e in particolare a una coppia di quadrupedi robotici) il compito di esprimersi su sentimenti propriamente umani, come in Ultramore (2024), performance presentata a Palazzo Bentivoglio a Bologna che esplora la tensione tra i concetti di amore condizionato e incondizionato, o ASSENZAHAH ESSENZAHAH (2024), opera finalista al MAXXI Bulgari Prize che vede i cani robotici eseguire delle coreografie create dall’artista.

Emilio Vavarella, Lifeweave, 2025. Courtesy Fondazione La Quadriennale di Roma. Foto di Agostino Osio – Alto Piano

Altri artisti hanno problematizzato il rapporto tra vivente e macchina lavorando sul posizionamento dello sguardo. È il caso di Irene Fenara (Bologna, 1990) che nelle sue opere – in particolare nella serie dal titolo Supervision – naviga le immagini catturate da telecamere di sorveglianza, interrogando il loro modo di “guardare” e di generare immagini cui riconoscere una valenza estetica. In Self Portrait from Surveillance Camera (2018 – in corso) è il suo stesso corpo a farsi soggetto; l’artista si posiziona infatti davanti a telecamere installate in luoghi pubblici instaurando una sorta di sguardo reciproco con l’occhio meccanico, quasi un atto di sfida e di resistenza a dinamiche di controllo dello spazio.
Emilio Vavarella (Monfalcone, 1989) affida invece la macchina allo sguardo animale: Animal Cinema (2017) è un film che raccoglie riprese effettuate da animali che, in maniera indipendente, gestiscono la videocamera, mettendo al centro il loro punto di vista come controcanto a una prospettiva esclusivamente antropocentrica. In tema di rappresentazione del corpo umano, Vavarella ha inoltre intrapreso uno specifico percorso di ricerca che guarda al DNA, avvalendosi della collaborazione di istituti scientifici quali il Broad Institute, centro di ricerca genomica di MIT e Harvard negli Stati Uniti, dove l’artista attualmente vive. L’obiettivo è dar vita a ritratti “non rappresentativi” che, tuttavia, si fondano su quanto di più individuale esista al mondo: il proprio codice genetico. Partendo quindi dal sequenziamento del DNA e ricorrendo a una traduzione tessile, l’artista ha dato vita alla serie di opere The Other Shapes of Me (2021) e, in tempi più recenti, al progetto Lifeweave, un’azienda che realizza arazzi su commissione a partire dal codice genetico dei clienti, presentato in anteprima e in forma di installazione/concept store a Roma in occasione della 18a Quadriennale d’arte.
Infine, tra le voci più giovani ma già riconosciute a livello nazionale va incluso il nome di Federica Di Pietrantonio (Roma, 1996), il cui lavoro video e videoinstallativo è attraversato da corpi che si muovono come avatar in realtà parallele, improntate sull’estetica dei videogames. Nelle sue opere, stampe e monitor assumono quasi il valore di presenze corporee, sorrette da strutture-protesi che espandono l’immagine video nell’ambiente, come nella serie the edge of collapse (2023-2025) dove occhi di alter ego digitali ricambiano lo sguardo per allenare al contatto visivo e simulare una relazione umana, mentre la voce dell’artista, clonata grazie all’intelligenza artificiale, legge estratti da chat temporanee che rimarcano complessità e ambiguità del vivere tra due mondi, quello fisico e quello del web. 

Roberto Pugliese, Industrial Equilibrium, 2024. Bracci robotici, microfono, speaker, sistema di riproduzione audio, computer, software. Courtesy dell’artista e Galleria Nicola Pedana, Caserta. Foto di Antonio Battiniello

Corpi ibridi, tra organico e meccanico, ma anche tra reale e virtuale, materia e codice, hardware e software, popolano una realtà sempre più condizionata dagli sviluppi dell’intelligenza artificiale, in attesa di possibili forme di migrazione verso il metaverso che tuttavia, ammonisce Vincenzo Estremo, «come un Godot digitale, viene annunciato e sbandierato ma alla fine sembra non arrivare mai»[2]. Alla domanda centrale su quali siano i tratti distintivi che definiscono l’essere umano corrispondono visioni e modalità di rappresentazione molto diversificate che, tuttavia, insistono su un aspetto: la trasformazione non è compiuta e si impone pertanto come un processo aperto, che tecnologie sempre più avanzate contribuiranno a scrivere nel prossimo futuro. 

[1] K. Blixen, Sette storie gotiche, 1934, cit. in V. Lingiardi, Corpo, umano, Torino, Einaudi, 2024, pp. 191-192.
[2] V. Estremo, Variante digitale. Storia, istituzioni e lavoro nell’infrastruttura digitale, Milano, Postmedia, 2024, p. 21.