Intervista al presidente della Biennale di Venezia Pietrangelo Buttafuoco

di | 16 ott 2026
Pietrangelo Buttafuoco, presidente della Biennale di Venezia. Foto di Matteo de Mayda

Dalle “tonalità minori” scelte da Koyo Kouoh ai cento Paesi dei Padiglioni nazionali, dal ritorno del Padiglione Centrale restaurato al lavoro dell’Archivio Storico: il presidente della Biennale di Venezia racconta l’edizione 2026 e l’idea di istituzione che l’ha sostenuta.

Ilaria Giaccio Quella del 2026 sarà una Biennale che sceglie le “tonalità minori”: un’attitudine spirituale, collettiva, radicata alla terra, capace di sottrarsi tanto all’eurocentrismo quanto alla saturazione del mercato. Se guardiamo all’Italia non solo nella sua tradizione storica ma anche nel panorama contemporaneo, quali sono, se esistono, i modelli – movimenti, esperienze artistiche, istituzioni, città o pratiche attuali – che le sembrano abbracciare questa inclinazione, attivando un dialogo vivo e concreto?

Pietrangelo Buttafuoco La frenesia di comunicazione, produzione, relazione, partecipazione e, non ultimo, di presenza visiva, ci ha condotti a un punto di saturazione. Come Koyo Kouoh indica nel suo testo In Minor Keys, che invito a leggere integralmente, l’unico modo per continuare a esistere come esseri umani è sintonizzarsi su una frequenza diversa, meno rumorosa, più in armonia con ritmi che la società sembra aver dismesso ma che appartengono profondamente alla nostra natura. Per questo il legame con il territorio, la relazione umana, il piacere di coltivare un giardino o di condividere la vita di cortile diventano elementi centrali nella Biennale Arte 2026. È la dimensione della piccola comunità che contribuisce a costruire la nostra identità e a darci radici con cui affrontare il mondo. In questo senso noto anche, tra molti artisti contemporanei, una rinnovata attenzione alla pratica del laboratorio, alla dimensione della bottega: uno spazio di lavoro condiviso che implica il tempo dello stare insieme, la trasmissione di conoscenze e, sempre più spesso, il coinvolgimento del pubblico nell’esperienza stessa dell’apprendimento.

I.G. La Biennale è storicamente fondata su un dispositivo identitario forte, quello dei Padiglioni nazionali, che al tempo stesso la rendono uno dei luoghi più emblematici del confronto internazionale. In un’epoca in cui il pensiero globale rischia talvolta di produrre omologazione, come si può evitare che l’apertura al mondo comporti una perdita di specificità culturale?

P.B. Quest’anno i Paesi partecipanti sono cento: i Padiglioni nazionali rappresentano di fatto dei veri e propri presidi di diplomazia culturale. La Serenissima, del resto, ha sempre avuto una forte vocazione all’accoglienza delle rappresentanze dei Paesi con cui intratteneva relazioni: basti pensare ai Fondaci dei Turchi, dei Tedeschi, dei Persiani o degli Armeni. Oggi più che mai si avverte il desiderio di avere una rappresentanza, uno spazio riconoscibile. Questo dimostra come il pensiero globale continui a confrontarsi con un’idea molto semplice e fondamentale: quella di casa, di rifugio, di radice.

Arsenale di Venezia. Foto di Matteo de Mayda

I.G. Le Biennali italiane hanno sempre avuto una caratteristica peculiare: abbracciano tutte le arti e rendono sempre più sfumati i confini tra discipline. Come immagina la Biennale del futuro, sia dal punto di vista delle tematiche sia da quello dei linguaggi? Sarà un’istituzione ancora più trasversale, capace di integrare arti, pensiero, ritualità e dimensione sociale in un unico ecosistema culturale?

P.B. Alcune iniziative già esistenti guardano esplicitamente al futuro, come la Biennale College e il progetto Biennale Blend, che favoriscono l’incontro tra discipline diverse e offrono spazio alle nuove generazioni.
Direi però che la Biennale del futuro è sempre la prossima Biennale. Un’analisi attenta del contemporaneo permette già di intravedere i futuri possibili, mentre la prospettiva internazionale continua ad aspirare a un’idea di universalità. In questo senso la Biennale resta un luogo in cui linguaggi diversi possono incontrarsi e ridefinire continuamente i propri confini.

I.G. Se nel 2024 l’Arsenale è stato uno spazio di visibilità per soggettività marginali, nel 2026 quale responsabilità etica gli attribuisce? Può diventare un laboratorio di convivenza e di costruzione del comune, o resta inevitabilmente un dispositivo temporaneo?

P.B. Non credo che una lettura specifica della funzione dell’Arsenale possa essere estesa a ogni edizione della Biennale Arte: è il curatore, di volta in volta, a interpretare gli spazi e a costruire l’allestimento secondo la propria visione della mostra. Il 2026 segna inoltre il ritorno del Padiglione Centrale, appena restaurato, che avrà un ruolo molto importante nella scansione del percorso espositivo concepito da Koyo Kouoh. Dalle anticipazioni presentate dal team di Koyo Kouoh il 25 febbraio 2026 a Ca’ Giustinian, sede della Biennale, emerge che anche l’Arsenale sarà organizzato secondo una precisa idea curatoriale legata alla sosta, al riposo e al respiro profondo, premesse alla possibilità della socialità e dello stare insieme. Le mostre, per loro natura, sono temporanee: trasformano lo spazio per alcuni mesi, assumendo una forma destinata poi a dissolversi. Ciò che rimane è il ricordo di chi attraversa quell’esperienza e ne esce in qualche modo diverso. Ogni Biennale continua infatti a vivere nello sguardo di chi l’ha visitata, magari ricordando, anche molti anni dopo, un episodio o un’opera incontrata proprio lì. È uno dei modi attraverso cui artisti, curatori, studenti, curiosi e addetti ai lavori aggiornano il proprio sguardo sul mondo. A questo si affianca la funzione fondamentale dell’Archivio Storico della Biennale, che conserva documenti, immagini e testimonianze di ogni edizione. È probabilmente questo il senso più profondo di un’istituzione capace di rinnovarsi continuamente senza perdere la propria identità.