Pilar Parcerisas. Una vita nell’arte tra visioni, avanguardie e pensiero critico

L’andar per mostre, che identifica da sempre il mio costante peregrinare, per lavoro e/o per diletto, è all’origine dell’incontro con Pilar Parcerisas e con il suo esercizio critico. L’incontro avvenne in realtà già nel febbraio 1992, complice – si fa per dire – la memoria di quanto proposto da Antoni Miralda due anni prima nella 44. Biennale Internazionale d’Arte di Venezia (con il suo “Honeymoon Miralda Project 1986-1992”), e la presenza delle sue opere in “Idees i actituds. Entorn de l’art conceptual a Catalunya, 1964-1980…”, la mostra allestita nel Centre d’Art de Santa Mònica dalla giovane critica d’arte. Da quel momento seguirono altri contatti e occasioni d’incontro: prima attraverso il suo impegno nel CAPC di Bordeaux, in un corso di curatela tenuto da Harald Szeemann, oltre che nell’incipit del suo interesse per Joseph Beuys, continuato negli anni con le mostre “Joseph Beuys. Manresa Hbf” (1994) e “Joseph Beuys. Diary of Seychelles” (2009). E ancora nella sua presenza alla Rocca Paolina di Perugia per “Difesa della Natura” (1996) e a Venezia in Biennale per “Joseph Beuys: Manresa Fluxus action” (2007). E con il ritrovarci, protagonisti entrambi, nei Free International Forum di Bolognano promossi da Lucrezia De Domizio Durini, nel nome di Beuys, dal 2003 fino ad oggi, o quasi. Ma anche in altri luoghi, in altre occasioni e sulle pagine di «Risk» e di «ARTE&CRONACA».

Nello scorrere del tempo, la curiosità, lo studio e la riflessione portano ben presto Pilar Parcerisas ad ampliare al surrealismo e oltre il suo impegno critico e organizzativo, come testimoniano le oltre sessanta mostre curate, tra le quali rammento: “Agnus Dei. El arte romànico y los artistas del siglo XX” (1995), “Pere Català Pic. Fotografia y publicidad” (1998), “Dalí. Afinidades Electivas” (2004), “Vienna Actionism” (2008), “Iluminaciones. Catalunya visionaria” (2009),“Emanuel Pimenta. Imágenes del silencio. Homenaje a John Cage” (2012), “Dalí, Duchamp, Man Ray. Una partida d’escacs” (2014-2016), “Adolf Loos. Espacios privados” (2017-2018), “Metafísicas de la fragilidad” (2021), “El cos i els seus fragments” (2022-2023), “Leopold Samsó. Tan lluny, tan a prop” (2024), “Poètiques ancestrals. Dolors Oromí & Madola” (2025).
Altrettanto numerose e notevoli, poi, le sue pubblicazioni: Art & Co. La màquina de l’art (2003), Conceptualismo(s). Poéticos, políticos y periféricos (2007), Duchamp en España (2009), Correspondències de Joan Ponç (2017), Joseph Beuys Manresa. Una geografia espiritual (2022), Henning Christiansen, Bjørn Nørgaard, Manresa Hbf. An homage to Beuys and Loyola (2023). Ma Pilar è stata anche produttrice e sceneggiatrice di film legati in vario modo al mondo dell’arte, come Entreacto (1988), La última frontera (1992) su Walter Benjamin – presentato nella Sezione Forum del 42° Festival Internazionale del Cinema di Berlino – e Babaouo (1997), costruito sulla sceneggiatura originale di Salvador Dalí del 1932. Non è casuale, quindi, che la giovane critica catalana impegnata nella diffusione del pensiero del filosofo tedesco abbia creato a Portbou, nel 2014, l’Associació Passatges de Cultura Contemporània e la Fundació “Angelus Novus” e dal 2016 organizzi la Walter Benjamin Summer School e si occupi del progetto Una Casa per Walter Benjamin presentato quest’anno alla Fiera del Libro di Francoforte. A Pilar, sempre più in linea con la visionarietà di Szeemann e curatrice di “Surrealismos. La era de la máquina. Duchamp, Man Ray, Picabia, Stieglitz” visto alla Fundación Canal di Madrid, ho posto questi sette quesiti.

Toti Carpentieri Cosa ha significato per te formarsi con Harald Szeemann?
Pilar Parcerisas Ho incontrato Harald Szeemann nel 1991 durante un corso di curatela al CAPC di Bordeaux, proprio mentre stavo preparando una grande mostra storica sull’arte concettuale in Catalogna, confluita poi nella mia tesi sul movimento in Spagna pubblicata in Conceptualismo(s) (2007). Desideravo conoscere il curatore di “When Attitudes Become Form” e l’inventore della curatela d’arte. Volevo fare la stessa cosa: scrivere l’arte attraverso il formato espositivo. Alcune delle sue mostre mi hanno folgorata, come “Machines célibataires”, “Monte Verità” o la “Quête de l’œuvre d’art totale”. Ho imparato ad allargare la mia visione dell’arte contemporanea fino alle sue estreme possibilità, a partire dall’esperienza, che non si trova nei libri d’arte, ma negli atelier, nel dialogo e nelle storie condivise con gli artisti. Le sue mostre visionarie hanno proiettato uno sguardo ampio e ambizioso verso aspetti che l’arte non aveva mai esplorato, e sono state per me d’ispirazione per la mostra “Iluminaciones. Catalunya visionaria” (2009).
T.C. E di lui, quali ricordi hai?
P.P. Ricordo la sua instancabile operosità, che non gli toglieva il tempo di ascoltare e conversare – anche con i più giovani, come nel mio caso –, il suo parlare fluentemente in diverse lingue, senza mai cadere in una retorica vuota, e il suo senso dell’umorismo insieme ironico e cordiale. Aveva una visione utopica e pratica al tempo stesso, cosa tutt’altro che comune. Era affascinato dalla follia e dal comprenderla, dalla possibilità di creare “erroneamente”. Apprezzava l’arte dei malati di mente, una creatività che poteva avere una funzione curativa, talvolta esoterica, ma sempre al limite delle capacità umane. Era un maestro nell’entrare in quei mondi. Fu lui a sdoganare il dialogo tra queste espressioni artistiche e le creazioni degli artisti più famosi e apprezzati. L’idea di arte totale era un’altra delle sue ossessioni. Aveva un animo teatrale, performativo, radicato nella ribellione dello spirito dadaista, e negli anni Sessanta e Settanta unì entrambe le sponde dell’Atlantico nelle fila del concettualismo. Il suo lavoro assomigliava a un circo itinerante dove la vita si univa all’arte.

T.C. Partendo da quanto affermato da André Breton nel Manifeste du surréalisme e dalle tue specifiche riflessioni storico/critiche, cosa unisce tra loro Marcel Duchamp, Man Ray e Salvador Dalí?
P.P. Marcel Duchamp, Salvador Dalí e Man Ray, oltre a una fedele amicizia che durò dagli anni del surrealismo fino alla fine dei loro giorni, condividevano gli stessi interessi estetici: la sfida al progresso e ai tempi moderni, l’erotismo come macchina del desiderio, le invenzioni ottiche e scientifiche come nuova forma di rappresentazione dell’immagine, l’ironia e il senso dell’umorismo, la passione per gli scacchi come simulacro dei movimenti della vita e della morte. Hanno fatto dell’arte una “macchina poetica” che cambiò il corso del Novecento. Tutte queste relazioni sono state illustrate nel libro Duchamp en España (2009) e nelle mie mostre “Dalí. Afinidades electivas” (2004) e “Dalí, Duchamp, Man Ray. Una partida d’escacs”, tenutasi a Murcia, Santiago del Cile e Cadaqués, tra il 2013 e il 2016.
T.C. Come e perché nasce il tuo rapporto con il mondo del cinema?
P.P. Pur non essendo particolarmente cinefila, mi hanno sempre interessato la scrittura e il mondo delle immagini. Il cinema unisce queste due cose, ed è per questo che mi sono dedicata alla scrittura di sceneggiature. Il mio primo marito era un regista; aveva studiato in Europa, era tornato a Barcellona e faceva parte di una cooperativa di cinema e video. Ci siamo conosciuti proprio mentre realizzavamo un reportage su una mostra nel 1981. Con lui e altri amici ho fondato una casa di produzione negli anni Ottanta, la Kronos, Plays & Films, S.A. a Barcellona. Abbiamo prodotto tre lungometraggi e due cortometraggi legati al mondo dell’arte, con poeti come Joan Brossa e Joan Perucho, fotografi come Evgen Bavcar, Salvador Dalí per Babaouo, e La última frontera su Walter Benjamin, selezionato al Festival di Berlino del 1992.

T.C. Oggi, cosa è rimasto della felice stagione dell’arte concettuale spagnola?
P.P. Le opere che ho recuperato nel 1992 si trovano ormai in musei o collezioni private. Acquistate quasi tutte, sono distribuite per lo più tra il MACBA (Museo d’Arte Contemporanea di Barcellona) e il Museo Reina Sofía di Madrid. Qui, molti di questi artisti sono stati protagonisti di mostre antologiche, così come di esposizioni in gallerie private. Le loro proposte sono state riprese o sviluppate dalle generazioni più giovani ed è un’arte che caratterizza profondamente il percorso espositivo delle collezioni permanenti; l’apertura alle installazioni multimediali e alla performance ha fatto scuola.
T.C. Dopo quasi trenta anni di continua attenzione e di studio nei confronti del suo pensiero e delle sue opere, per te chi è Joseph Beuys?
P.P. Per me Joseph Beuys è l’artista che trascende tutte le possibili domande che il XX secolo ha rivolto all’arte. Il suo pensiero spinge le discipline artistiche oltre soglie impensabili. È l’eredità che il XX secolo ha lasciato al XXI e che non abbiamo ancora saputo comprendere pienamente. La via alternativa che propone alle discipline tradizionali, all’arte intesa come abilità tecnica, ponendo l’uomo e la natura al centro della propria ricerca, lo porta a formulare proposte ambiziose per trasformare la società. A questo proposito, vorrei evidenziare in particolare il principio di autodeterminazione per raggiungere la libertà, la «creatività come capitale» e la sua affermazione che «ogni persona è artista», posizioni radicali che testimoniano una visione ampliata dell’arte, capace di toccare l’“anima umana” e di trasformare la società stessa.
T.C. Qual è oggi la situazione dell’arte contemporanea in Spagna?
P.P. In Spagna convivono diverse tendenze artistiche, anche se prevale un repertorio derivato dall’arte concettuale degli anni Sessanta e Settanta o da quello che potremmo definire neoconcettualismo. Credo che questo sia un aspetto che la scena spagnola condivide con quelle del resto d’Europa e degli Stati Uniti. La fusione con la realtà ha portato a una produzione dalle inclinazioni narrative e testuali, arricchita da discorsi sul genere, sulla decolonizzazione e da riflessioni provenienti da altre discipline – come la sociologia, la filosofia, l’antropologia – e a un interesse sempre minore per l’iconografia. Nella ricerca contemporanea prevale una tendenza a esprimersi attraverso il frammento, la citazione, la scomposizione, la decostruzione dell’opera d’arte.