Le new directions di miart 2026

di | 21 apr 2026
miart 2026. Foto di Nicola Gnesi studio

La trentesima edizione di miart si è svolta dal 17 al 19 aprile 2026 nella nuova sede della South Wing di Allianz MiCo, parte del complesso architettonico di CityLife, quartiere dall’allure avveniristico e tratto distintivo dell’ossatura urbana ambrosiana. 
Centosessanta le gallerie presenti, diluite in tre sezioni Emergent, Established ed Established Anthology, provenienti da ventiquattro paesi e articolate su tre diversi livelli. Al piano d’ingresso, lo spazio per Emergent, punto di partenza incentrato sulle pratiche contemporanee ad esprimere l’urgenza di porre in rilievo gli artisti emergenti; Established al level zero, quale nucleo principale, con centoundici stand a dar voce ad una ampia e variegata offerta; più su, a conclusione, Established Anthology, con venti gallerie chiamate a rileggere in chiave atemporale linguaggi e forme artistiche diversi tra loro. 
La fonte ispiratrice per il trentesimo compleanno della fiera intitolata “New Directions” è stata la musica, il jazz di John Coltrane per l’esattezza, con un titolo che ha voluto omaggiare l’omonima raccolta incisa dal compositore statunitense nel 1963.
Tra i frutti di questa nuova visione è emersa la creazione di uno spazio dedicato all’immagine in movimento, nato in collaborazione con il St. Moritz Art Film Festival: Movements, un titolo che se vogliamo rimanda anche questo ad un disco, il primo dei New Order del 1981. Movements ha presentato venti film realizzati da artisti rappresentati da diverse gallerie, esplorando, per la prima volta a miart, il linguaggio sperimentale del video e del film d’artista.
Le new directions sono state condotte da Nicola Ricciardi, rodato timoniere di miart, e si sono orientate sui punti cardinali di: innovazione, crescita qualitativa, commistione di generi e coinvolgimento territoriale.
Del resto, se miart è il cuore, Milano è il corpo in cui la fiera pulsa anno dopo anno, e il rapporto con la città, nel corso di questa ultima edizione, è stato decisamente sinergico. 
L’Art Week meneghina, tenutasi dal 13 al 19 aprile, è stata la dimostrazione del nutrimento reciproco consumato tra fiera e spazi pubblici, attraverso una partecipazione attiva di oltre duecento tra istituzioni, fondazioni, musei, gallerie e spazi indipendenti per una offerta massiccia di oltre quattrocento appuntamenti. A dare il via al ricchissimo calendario è stata la mostra “THE ONLY TRUE ANARCHY IS THAT OF POWER” al PAC, inaugurata con una performance di Marco Fusinato il 13 aprile, mentre tra le aperture straordinarie si ricordano, tra le altre, quella di Fondazione Fiera Milano nella Palazzina degli Orafi che ha mostrato al pubblico una selezione di centoquaranta opere della propria collezione di arte contemporanea e, ancora, quella di BG Art Gallery di Banca Generali a Palazzo Pusterla. Tra le mostre in corso, durante i giorni dell’Art Week, di grande respiro quella di Rirkrit Tiravanija “The House That Jack Built”, articolata tra le navate del Pirelli HangarBicocca, e Mona Hatoum con “Over, under and in between” da Fondazione Prada. 

miart 2026. Foto di Nicola Gnesi studio

Oltre agli affollatissimi appuntamenti in agenda si sono sviluppate, in contemporanea a miart, altre traiettorie fieristiche come quella di MEGA Art Fair che si è tenuta presso SPAZIO PROFUMO nel quartiere della Barona e che ha costruito, in questa sua terza edizione, una declinazione aperta, fresca e, se vogliamo, opposta alle letture classiche delle fiere e, ancora, l’attesissima Paris Internationale svoltasi presso Palazzo Galbani. Per la prima volta organizzata fuori Parigi, la fiera si è articolata in modo fluido negli spazi modernisti del palazzo, progettato dai fratelli Soncini e Pier Luigi Nervi, e ha dimostrato di essere innestata proficuamente nel contesto urbano, offrendo una narrazione alternativa e composta da trentaquattro gallerie. Laterale a miart, vero, ma non per questo marginale, anzi: nella sua lateralità si è avvertita una tensione teorica di natura diversa rispetto a quella diffusa nei padiglioni della South Wing, un aspetto questo che è stato il punto di forza nell’attirare visitatori.   
Tornando a miart e alla scelta della nuova sede espositiva, sebbene in prima battuta sia stata accolta con entusiasmo, non è poi successivamente stata risparmiata da commenti poco lusinghieri dovuti ad intoppi operativi che hanno coinvolto chi ci ha lavorato concretamente. La prima tra le problematiche evidenziate: la segnaletica. Un gallerista ha affermato che «la fiera nel suo complesso ha avuto delle evidenti problematicità legate alla location e alla poca intuitività del percorso con una segnaletica che avrebbe reso felice Bartezzaghi de La settimana enigmistica»Un altro operatore ha dichiarato che la divisione in tre piani ha reso meno intuitivo orientarsi, penalizzando la sezione Established Anthology al secondo piano, mentre al level zero, nucleo principale di miart, si è lamentata l’assenza di luce naturale, visto che fuori il sole ruggiva. Le scelte innovative portano sempre contenti e scontenti ed infatti, secondo un altro coro di galleristi, la nuova sede ha rappresentato un netto miglioramento per miart, rendendola più in linea con gli standard internazionali. Il pubblico straniero ha potuto fruire uno spazio incastonato nel verde cittadino e ben servito con tre stazioni metropolitana vicinissime alla South Wing. Un gallerista della sezione Emergent ha commentato dicendo che si è «percepito un contesto ben organizzato, con una buona posizione, ottimi flussi e servizi adeguati». A conti fatti si vedrà se il prossimo anno si proseguirà in questa direzione o si tornerà alla sede precedente, e c’è da dire che tra sorrisi e bronci l’esperimento miart 2026 è stato comunque portato a termine.
Per quel che riguarda il lato commerciale, il ritmo è stato vivace e cauto, una definizione che può sembrare un ossimoro, ma questo è quanto si è percepito. Il momento storico è quello che è, sono sotto gli occhi di tutti le oscillazioni quotidiane creatrici di instabilità, per cui, inevitabilmente, sul mercato dell’arte primario a Milano le trattative sono apparse più lunghe, riflessive e selettive. Ad ogni modo, le vendite ci sono state. A dare linfa ai risultati aggregati hanno contribuito anche i collezionisti internazionali che hanno spinto l’atmosfera di miart oltre i confini nazionali. 
Dalla Galleria dello Scudo sono arrivate vendite per due lavori di Emilio Vedova, due opere di Carla Accardi e un disegno di Giorgio Morandi, mentre secondo Repetto Gallery «la fiera si è rivelata vivace e caratterizzata da un’ottima affluenza di visitatori. Abbiamo particolarmente apprezzato lo spazio espositivo al Level 2, sebbene sia risultato in parte meno connesso al resto del percorso fieristico e non sempre di immediata accessibilità». Dal lato commerciale «riscontri positivi per le opere di Alessandro Piangiamore con la vendita di due lavori; così come per Arcangelo Sassolino, con un cemento di grandi dimensioni e per artisti storicizzati quali Michelangelo Pistoletto, Pier Paolo Calzolari e Bruno Munari». Secondo Andrea Festa, della sezione Emergent, «Il pubblico è stato equilibrato, con una presenza sia internazionale sia nazionale. Le vendite finali (in range di prezzo, 1800-3000 euro per i dipinti e 4500-5000 euro per le sculture) sono state concluse prevalentemente con collezionisti italiani, ma il dialogo con interlocutori stranieri è stato significativo e promettente»; ed ancora da Ncontemporary vendite per opere di Ruth Beraha, Anila Rubiku e Nazar Strelyaev-Nazarko.

Nicole Wittenberg, August Light, 2023. Pastello su carta, 58,5 x 48,4 x 3,4 cm con cornice. Courtesy MASSIMODECARLO. Foto di Andrea Rossetti

«Abbiamo interpretato miart come una fiera locale, per un pubblico di collezionisti curiosi, presenti, coinvolti. Ci ha ripagato, anche se ci saremmo aspettati qualcosa di più», questo quanto espresso dalla galleria MASSIMODECARLO, la quale ha chiuso vendite per i pastelli di Nicole Wittenberg, una scultura in bronzo di Alicja Kwade e un olio su lino di Austyn Weiner, mentre ha festeggiato, con un tutto venduto, la galleria bolognese P420 per quel che riguarda i lavori di Khaled Jarada, Shafei Xia e Xian Kim.
Molti i premi assegnati durante i giorni di fiera a dimostrazione di come i partner siano a tutti gli effetti attivi interlocutori e concreti sostenitori. Tra questi il Fondo di Acquisizione Fondazione Fiera Milano, con un investimento di 100.000 euro, ha individuato dieci opere che entreranno a far parte della collezione permanente della stessa Fondazione. Il Premio Herno è andato alla Mai 36 Galerie di Zurigo per lo splendido progetto espositivo che ha visto dialogare l’artista italiano Jacopo Benassi e il fotografo statunitense Robert Mapplethorpe (presente anche fuori dai padiglioni fieristici con la mostra “Le forme del desiderio”, in corso fino 17 maggio 2026 presso Palazzo Reale), mentre quello dello studio LCA è stato conferito a Lovay Fine Arts (Ginevra). E poi, ancora, il Premio Rotary Club Milano Brera per l’Arte Contemporanea e Giovani Artisti è andato ad Emilio Gola con l’opera Untitled (2025), esposta da Monica De Cardenas, e il Premio Orbital Cultura – Nexi Group, rivolto alla fotografia, è stato assegnato a Armin Linke, rappresentato da VISTAMARE.

Emilio Gola, Untitled, 2025. Olio su tela,  230 x 135 cm. Courtesy Monica De Cardenas Gallery 

In conclusione le New Directions di Coltrane, ispiratrici di miart 2026, rappresentarono una vera svolta nel suo modo di concepire e realizzare musica con conseguenze significative per quello che sarebbe poi stato il futuro del jazz. Chissà se le direzioni impresse da questa edizione di miart avranno lo stesso effetto sul futuro della fiera milanese. E si attende già l’edizione 2027 per scoprirlo.

Per saperne di più

Antonio MirabellimiartMilanoMilano Art Week