Compulsive Archive: le Grrrl di Milano

di | 29 mag 2026
“HARD COPY SOFT TOUCH – Esperienze di Archivi Queer & Transfemministi”, 2021. Compulsive Archive, Milano. Archivo de la Memoria Trans Argentina e Compulsive Archive. SPRINT Independent Publishers & Artists’ Books Salon. Courtesy di Compulsive Archive. Foto di Sara Frigerio

Ci sono migliaia di fanzine, in uno studio di NoLo: stampate alla fotocopiatrice, cucite a mano, con copertine ritagliate da riviste pornografiche o da volantini di centri sociali. Sopra ci sono dischi, libri, lettere su carta, t-shirt, poster, le prime stampe di e-mail.
Le custodisce Giulia Vallicelli (Roma, 1979), filmmaker e archivista video, da quando era adolescente. Compulsive Archive (il nome è già un manifesto) è il suo archivio personale, ma nasce come progetto pubblico nel 2018: una collezione concentrata soprattutto sugli anni Novanta e Duemila e su tre tradizioni intrecciate, i femminismi, le culture queer e le culture giovanili punk, che continua però a estendere la propria ricerca alle culture giovanili contemporanee, acquisendo e studiando nel tempo anche editoria recente.

Quando Vallicelli era adolescente, internet non era ancora un marketplace aperto ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette. Era piuttosto un luogo di scambio, dove ci si mandava informazioni tra community ancora non tesaurizzate dai socialnetwork. In quegli anni, Vallicelli fonda Vida Loca Records, piccola etichetta dedicata a gruppi con donne, e comincia a importare e distribuire fanzine dall’estero. Da allora non ha mai smesso di raccogliere materiale. Oggi l’archivio conta circa duemilacinquecento fanzine e riviste, millecinquecento libri, tremila dischi, duemila lettere, e una mole non quantificata di ephemera: poster, t-shirt, disegni, cartoline, fotografie, video. In mezzo a tutto questo, alcuni titoli ricorrono: Speed DemonPunto-GSister ’zine, Whoooyeah!Clit Rocket. Pubblicazioni che oggi suonano cifrate, ma all’epoca circolavano davvero, da Milano a Bologna a Olympia, lo stato di Washington dove le Riot Grrrl avevano una delle loro centrali.
Speed Demon, in particolare, è una storia di Milano. È stata la prima fanzine queer italiana: prima uscita nel 1992, ultima tra il 2007 e il 2008. Due dei redattori, racconta Vallicelli, abitano ancora nel suo quartiere.

Riproduzioni delle fanzine italiane Speed Demon e Punto-G. Compulsive Archive, Milano, 2018

Dentro la fanzine ci sono articoli, traduzioni, foto, racconti autobiografici, volantini delle prime serate homo/dyke organizzate a S.Q.O.T.T. (spazio occupato che si trovava dove ora si estende la Bocconi) e delle proiezioni e cene sociali al Cox18. C’è la Milano della metà degli anni Novanta che si scopre queer e ride di sé nel farlo, con un’autoironia che oggi si fatica a immaginare. Vallicelli sta digitalizzando Speed Demon in questo momento, con l’attenzione che il caso impone: alcune autrici di allora sono diventate artiste, altre preferiscono che la propria adolescenza non finisca online. «Archiviare non significa semplicemente mettere online», precisa. «Le fanzine e i documenti che conserviamo hanno senso anche nella loro materialità: nei collage, nelle stampe, nelle lettere, nei passaggi di mano». Vallicelli chiede a ogni autrice cosa rendere pubblico. Per ora, online non c’è ancora nulla.

Master a collage della fanzine contemporanea Il Buco. Compulsive Archive, Milano, 2019. Courtesy di Compulsive Archive. Foto di Sara Frigerio

L’altra grande linea dell’archivio è quella delle Riot Grrrl. È un movimento nato negli Stati Uniti durante la terza ondata del femminismo, che pretendeva spazio dentro una scena hardcore diventata, dagli anni Ottanta, sempre più maschilista. Vallicelli lo dice senza nostalgie: il punk degli anni Settanta era eterogeneo, naïf, aperto. Negli anni successivi si è omologato, e ha cominciato a chiudersi. Le fanzine Riot Grrrl erano una risposta, e una risposta che non veniva presa alla leggera. Quando le Bikini Kill sono andate in tour in Italia con le Team Dresch, nel 1996, e la cantante ha chiamato sotto al palco solo le ragazze, una parte del pubblico si è offesa. I titoli stessi delle fanzine tradiscono l’età delle autrici: erano spesso adolescenti. Alcune oggi sono artiste con un loro percorso; altre preferiscono che il proprio passato resti privato.

Busta con lettere e fanzine della scena Riot Grrrl italiana degli anni Novanta. Compulsive Archive, Milano, 2021. Courtesy di Compulsive Archive. Foto di Sara Frigerio

Custodire questi materiali, oggi, significa qualcosa di preciso. La zine è una forma fuori formato per definizione: irregolare nel supporto, nel ritmo di uscita, nelle regole grafiche. Si fa con quello che si ha, e si distribuisce a mano. È l’opposto del contenuto contemporaneo, ritagliato dalle piattaforme su misura: il post Instagram, il reel, lo slide deck. Negli ultimi vent’anni la cornice è diventata il contenuto: i format hanno preso il posto delle cose dette. Una zine, al contrario, costringe chi la fa a inventare ogni volta una grammatica nuova, e chi la legge a cercarla, a chiederla, a passarsela. È un oggetto refrattario all’algoritmo per costituzione, e questo basta a renderlo politico. Vallicelli ha un criterio chiaro per i materiali a cui presta più attenzione: «Ci affascinano le fanzine che non si limitano a documentare una scena, ma la producono e la rendono leggibile. Quelle che uniscono urgenza comunicativa, grafica riconoscibile e un posizionamento chiaro, sia sul piano formale sia su quello politico». La specificità del periodo che archivia, peraltro, sta proprio sulla soglia: nelle pagine di queste fanzine si vede dal vivo il passaggio dalla carta al digitale, dalla scrittura a mano e dal collage ai primi software di impaginazione. Sono il diario tipografico di una transizione.
In Italia esistono diversi archivi LGBTQI+: il Centro di documentazione Flavia Madaschi del Cassero a Bologna, la Fondazione FUORI! a Torino, il Centro Maurice. Compulsive si inserisce in questo paesaggio con una specificità che Vallicelli tiene a precisare: «Considero Compulsive Archive un insieme di voci che contiene anche espressioni molto distanti dalla comunità LGBTQ+, perché le persone spesso attraversavano più scene contemporaneamente». Non è l’archivio del punk e non è solo l’archivio di un movimento. È uno degli archivi possibili (quello di una persona, di un’identità, di un percorso) che dell’editoria indipendente di quegli anni ha fatto la sua materia.
Il fatto che Compulsive abbia sede in via Natale Battaglia, in zona NoLo, del resto, non è casuale. Vallicelli frequenta la zona da prima che si chiamasse così. Andava a comprare dischi da Riot Records, il negozio aperto da Corrado “Riot” Gioia all’inizio di viale Monza, e ha attraversato tutta la trasformazione del quartiere, da Loreto a NoLo. Lei continua a chiamarla Loreto: i monumenti, le targhe, le corone ai partigiani sono lì, e i progetti culturali nuovi si sono aggiunti a librerie, cinema e spazi comunitari preesistenti.

Tavolo di consultazione con pubblicazioni, dischi ed ephemera correnti. Compulsive Archive, Milano, 2021. Courtesy di Compulsive Archive. Foto di Sara Frigerio

Negli ultimi anni l’archivio è uscito di casa, in più direzioni. Vallicelli ha tenuto conferenze in diverse accademie italiane e ha aperto un programma di residenze, in presenza a Milano o parzialmente da remoto, rivolto ad artiste, ricercatori, designer e autori che vogliano entrare in relazione con i materiali. Le candidature si valutano durante tutto l’anno. Compulsive ha partecipato a SPRINT – Independent Publishers & Artists’ Books Salon, a Zero Hyperlocal in Triennale Milano, ad Archivissima, a Il Tempo delle Donne. Ha curato la selezione di magazine e fanzine per la libreria NOI in via delle Leghe, sempre a NoLo. Ha firmato un saggio critico nel volume Punxerox (Spectrum, con Francesco Goats e il sostegno di Vans), che raccoglie il più completo archivio di volantini e grafiche xerox della scena punk internazionale, e ha collaborato a I cessi di Mirafiori (Viaindustriae), che ricostruisce il corpus fotografico clandestino dell’operaio Pietro Perotti sulle scritte nei bagni della fabbrica torinese. È stata ospite di Oltre al margine, il programma costruito da XNL Piacenza intorno alla mostra “Out of the Grid. Italian zine 1978-2006”, curata da Dafne Boggeri. Il prossimo appuntamento è a Brescia, con il Cratere Book Club. Per la Milano Art Week 2026 Vallicelli ha aperto l’archivio al pubblico e ha presentato una selezione di fanzine, libri ed ephemera, invitando giovani artiste e artisti a usare i materiali come strumenti di ricerca. Tra l’estate e l’autunno del 2026 sono in programma nuove iniziative legate al cinema (l’altro ambito storico del suo lavoro) e un dialogo con archivi ed editrici internazionali.

Poster dell’archivio realizzato da Francesco “Goats” Edelvais. Compulsive Archive, Milano, 2018. Courtesy di Compulsive Archive. Foto di Sara Frigerio

«È storia del presente», dice Vallicelli degli anni che ha scelto di archiviare. È un’espressione precisa. I temi caldi degli anni Novanta (il rapporto tra punk e femminismi, le scene queer in costruzione, le sessualità non ancora normalizzate, le pratiche che attraversano i centri sociali) sono tornati all’ordine del giorno con altri vocabolari, su altri canali, dentro istituzioni che allora non li riconoscevano. Studiare questi materiali permette di guardare il presente da uno sguardo laterale: vedere come ci si muoveva prima che certi linguaggi si stabilizzassero, e quanto si è perso, in compenso, nel guadagno di visibilità. Le fanzine non sono nostalgia. Sono uno strumento.
L’archivio è personale, eppure parla a tutti. Quando le si chiede come lo racconterebbe a una classe delle elementari, Vallicelli risponde con un’immagine: «Direi che abbiamo creato un posto un po’ speciale pieno di libri, giornalini e dischi colorati, fatti da ragazze coi capelli strani che volevano dire le cose a modo loro, senza il permesso dei grandi». È una sintesi bellissima. Compulsive Archive lavora su quello scarto: certe voci, prima di essere documenti, sono state gesti di disobbedienza alla forma. Custodirle, oggi, significa tenere aperta la possibilità di prendere parola anche quando il formato non c’è ancora, o non c’è più.