Adam Pendleton + Antoni Tàpies da Alfonso Artiaco a Napoli 

“Adam Pendleton + Antoni Tàpies”, 2026. Veduta dell’allestimento. Galleria Alfonso Artiaco, Napoli. Courtesy Alfonso Artiaco, Napoli

Per la prima volta, la Galleria Alfonso Artiaco ospita un dialogo tra Adam Pendleton (Richmond, Virginia, 1984), artista di spicco nella pittura contemporanea, e Antoni Tàpies (Barcellona, 1923 – Barcellona, 2012), figura fondamentale per l’arte astratta del dopoguerra. 
Il loro incontro avviene sulla tela, concepita come luogo di intersezione tra linguaggio, storia e materia, in un dialogo serrato tra testo e simbolo. L’interesse condiviso per la valenza politica, culturale e filosofica dell’astrattismo è alla base delle pratiche dei due artisti che, seppure appartenenti a due diverse generazioni, hanno saputo interrogarsi sull’utilizzo del medium per dare vita a esiti nuovi e inaspettati, ridefinendo continuamente i limiti e le possibilità del linguaggio pittorico.    

Adam Pendleton, Untitled (Days), 2025. Inchiostro serigrafico e gesso nero su tela, 127 x 152,4 cm. Courtesy Alfonso Artiaco, Napoli

All’indomani della guerra civile spagnola, Tàpies ha caricato la tela di segni, lettere e accumulazioni tattili, ridefinendo di fatto le possibilità della pittura nel dopoguerra europeo. L’utilizzo di materiali come sabbia, polvere di marmo, terra e tessuti, gli ha consentito di trasformare la superficie piana in un luogo di accumulo, abrasione e iscrizione, in cui il limite tra scrittura e pittura si fa sfumato e indefinito. La tela diventa così spazio tridimensionale e ibrido, in grado di accogliere e fondere insieme linguaggi eterogenei.

Antoni Tàpies, Senyalant, 1993. Pittura e matita su carta, 79,5 x 108 cm (87,5 x 116 x 5,5 cm con cornice). Courtesy Alfonso Artiaco, Napoli

Pendleton fa eco al grande maestro, vicino all’avanguardia catalana del gruppo Dau al Set, tramite composizioni non lineari fatte di stratificazioni di gesti e frammenti, espandendo le possibilità formali e concettuali dell’astrattismo. Se Tàpies dà luogo a microuniversi caotici e irrequieti, Pendleton procede con una precisione che rimanda all’arte concettuale e minimalista, costruendo minuziose strutture pittoriche, talvolta di grandezza monumentale. A partire dal 2008, l’artista ha dato vita a un processo operativo riconosciuto come Black Dada, che indaga le relazioni tra blackness, astrazione e avanguardie storiche e che si fa così portavoce di un’analisi sociale in risposta alle convinzioni borghesi e alla brutalità della guerra. «Il Black Dada è un modo per parlare del futuro mentre si parla del passato», ha scritto l’artista. 

Adam Pendleton, Black Dada Drawing (C/A), 2023. Inchiostro serigrafico su carta in cornice d’artista, 96,5 x 77,2 cm. Courtesy Alfonso Artiaco, Napoli

Per entrambi, dunque, la tela si presenta come sistema aperto, campo di sperimentazione in grado di accogliere segni esterni e allo stesso tempo di rinnovare i propri funzionamenti interni. La superficie viene costantemente sfidata, sovraccaricata e messa alla prova, all’interno di due ricerche che prendono le mosse da una matrice comune per sfociare in esiti profondamente diversi e riconoscibili, ognuno forte della propria specificità sociale e generazionale. La mostra si costruisce così su un dialogo obliquo e sussurrato piuttosto che su un’associazione diretta, riunendo due approcci alla pittura che restituiscono le tensioni e le complessità intrinseche al medium pittorico e insistendo sul rapporto tra gesto, superficie e stratificazione del segno

Antoni Tàpies, Descompost, 1996. Tecnica mista su legno, 65 x 81,3 x 4 cm. Courtesy Alfonso Artiaco, Napoli

Dall’11 maggio al 20 giugno; Galleria Alfonso Artiaco, Piazza dei Martiri 58, 80121, Napoli; info

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