Diario veneziano: il rito quotidiano e corale di Ilya ed Emilia Kabakov a Venezia

di | 20 mag 2026
Ilya ed Emila Kabakov, “Diario veneziano”, 2026. Veduta dell’allestimento. Ca’ Tron, Venezia. Courtesy di Ilya ed Emilia Kabakov; Art Foundation. Foto di Osvaldo Di Pietrantonio

Gli oggetti quotidiani sono reliquie silenziose che attraversano la vita umana. Marginali, ambigui, consumati dall’uso e subordinati alla loro funzione pratica essi si fanno, tuttavia, custodi temporali di una densità storica e simbolica. Sono testimonianze emotive sulle quali è inscritta una biografia dell’invisibile: le superfici logorate, le incrinature, le impercettibili alterazioni prodotte dal tempo e la patina affettiva sedimentata dal contatto umano trasformano gli oggetti in archivi empatici della memoria quotidiana. Conservano tracce di gesti reiterati e ritualizzati che permettono loro di insinuarsi nei processi attraverso cui gli individui costruiscono identità e relazioni: divengono, così, dispositivi attivi che partecipano alla produzione del senso come estensioni – insieme materiali e immateriali – della presenza umana. Gli oggetti sopravvivono ai corpi che li hanno attraversati e diventano residui rituali tramite cui il passato continua a riecheggiare nel presente. All’interno dell’oggetto quotidiano è osservabile una sedimentazione delle strutture simboliche della vita collettiva: attraverso il dono e lo scambio, ogni oggetto diviene trasportatore di relazioni sociali, coabitazioni, reciprocità e corrispondenze che ritualizzano il vivere sociale. Ciò che è residuale e quotidiano si carica di una densità affettiva e simbolica: travalicando la sua materialità, l’oggetto diviene costruttore di un archivio narrativo della vita individuale e collettiva.

Ilya ed Emila Kabakov, “Diario veneziano”, 2026. Veduta dell’allestimento. Ca’ Tron, Venezia. Courtesy di Ilya ed Emila Kabakov; Art Foundation. Foto di Osvaldo Di Pietrantonio

Entro questa prospettiva si colloca la nuova monumentale installazione corale di Ilya ed Emila Kabakov, realizzata attivamente insieme alla città di Venezia. “Diario veneziano” nasce con la volontà di costruire un ritratto invisibile della città, dei suoi abitanti e del suo ecosistema sociale e collettivo. Ideato in concomitanza con la 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia e curato da Cesare Biasini Selvaggi e Giulia Abate, “Diario veneziano” trasforma il piano nobile del palazzo cinquecentesco Ca’ Tron in uno spazio di sedimentazione emotiva e narrativa. Il progetto si configura come una cartografia intima della città, che da Ca’ Tron si estende fino agli spazi del Padiglione Venezia, nei Giardini della Biennale, in cui entra in dialogo con l’esposizione “Note persistenti”, curata da Giovanna Zabotti insieme a Denis Isaia e Cesare Biasini Selvaggi: gli spazi del Padiglione divengono un percorso di attraversamento simbolico delle dimensioni emotive della città, delle sue vibrazioni inconsce e delle frequenze culturali sommerse che la sostengono.

«Venezia è stata la prima città che ho imparato a conoscere davvero dopo aver lasciato la Romania. Per molti giovani è un luogo di passaggio, ma per me è diventata uno spazio che accoglie e, in qualche modo, protegge. Un anno prima di partire, in un mercatino delle pulci a Timișoara, avevo acquistato una fotografia: ritrae una famiglia romena anonima, tra gli anni Sessanta e Settanta, in uno studio fotografico della Romania comunista, in mezzo a una scenografia composta da una gondola, alcune stelle e dal ponte di Rialto, probabilmente realizzati in cartone. Oggi questa fotografia è con me a Venezia. Ironia della vita… », Iris. Ilya ed Emila Kabakov, “Diario veneziano”, 2026. Veduta dell’allestimento. Ca’ Tron, Venezia. Courtesy di Ilya ed Emilia Kabakov; Art Foundation. Foto di Osvaldo Di Pietrantonio

A tre anni dalla scomparsa di Ilya, Emilia Kabakov torna a Venezia presentando un’auto-etnografia affettiva della città, infiltrandosi nelle microstorie della ritualità cittadina al fine di raccontare la laguna attraverso i suoi frammenti di esistenza. “Diario veneziano” si è rivolto fin da subito ai cittadini: tramite un’open call, Kabakov ha radunato circa settecento abitanti di Venezia – originari, di adozione, da generazioni e contesti differenti – chiamati a lasciare un piccolo oggetto quotidiano che potesse narrare del proprio legame con Venezia. Piccoli utensili silenziosi, indumenti, vecchie scatole di latta, statuine, bottiglie vuote diventano soglie narrative attraverso cui riaffiorano relazioni, esperienze, assenze e fragilità: ogni oggetto appare come una reliquia laica, un dispositivo mnemonico in cui si cristallizza l’atmosfera quotidiana della città. Il gesto partecipativo di Kabakov ricostruisce un autoritratto psichico dei cittadini veneziani come entità marginalizzate da un sistema di consumo: è la materializzazione dell’inconscio urbano tra i paradossi economici e le fragili fondamenta di caranto della città. Kabakov decide di installare l’archivio affettivo all’interno di teche di vetro, tipiche della catalogazione etnoantropologica: una scelta – insieme poetica e ambigua – che pare fossilizzare e sacralizzare gli oggetti all’interno di una formaldeide atemporale e immobile. Una scelta museografica che oscilla tra conservazione e perdita, vita attiva e archivio, passato e presente, memoria e cristallizzazione.

«Sono nato nel 1951 a Venezia, alla Celestia, e lì sono cresciuto in un mondo che oggi sembra preistorico. Passavamo le giornate a giocare a pallone nell’oratorio o in strada, a palla avvelenata o a nascondino, e spesso andavamo a pescare. Con la barca posizionavamo nei canali o sulle barene dei “covoli”, piccole reti a sacco con cui prendevamo “” per il risotto o gamberetti da usare come esca. Questa rete è per me l’emblema della Venezia che ho vissuto: una città senza automobili, dove i bambini giocavano liberamente nei campi, tra acqua, calli e canali, in un rapporto diretto e quotidiano con la laguna, purtroppo raro oggi», Stefano. Ilya ed Emila Kabakov, “Diario veneziano”, 2026. Veduta dell’allestimento. Ca’ Tron, Venezia. Courtesy di Ilya ed Emilia Kabakov; Art Foundation. Foto di Osvaldo Di Pietrantonio

Ilya ed Emilia Kabakov nel corso della loro ricerca artistica hanno elaborato un linguaggio poetico profondamente legato alla memoria materiale, all’esperienza quotidiana sovietica e alla dimensione residuale della storia. Entrambi nati a Dnipro e divenuti abitatori apolidi della storia e delle sue contraddizioni, hanno indagato tramite installazioni totali i fenomeni storici e sociali, ponendosi nell’interstizio tra utopia e fallimento, ironia e tragedia. La tela su cui i Kabakov azionano la propria pratica è la residualità della realtà, i suoi frammenti, le memorie materiali che testimoniano una condizione di malinconia post-utopica che arriva poeticamente ad abbracciare l’intera condizione umana. Accumulo, sovrapposizione di tempi, eccedenze narrative: i Kabakov mettono in scena la congestione simbolica della storia, utilizzando il caos come esperienza immersiva all’interno del quale poter sperimentare la collisione tra utopia e rovina. Quella stessa poetica del caos che il duo portò già a Venezia nel 1993 con il “Red Pavilion”, in cui decostruirono la sede dell’ex Padiglione sovietico in un’accumulazione di detriti e residui: nella straniante esperienza del disordine riecheggia il fallimento delle grandi narrazioni, l’archeologia fantasma dell’esistenza post-sovietica e l’eterna tensione tra rovina e storia. Tutto ciò fa emergere l’urgenza dell’archivio come dispositivo poetico e critico: lo dimostra l’installazione che i Kabakov idearono in quello stesso anno a Gand, presso il Museum van Hedendaagse Kunst, per la mostra “Rendez(-)Vous”, che emerge come esperienza germinativa di quello che oggi è “Diario veneziano”. Per la mostra gli artisti organizzarono in una sala semicircolare una serie di teche in cui raccolsero testimonianze materiali della città e le esposero come fossero cimeli etnografici: il gesto espositivo trasforma ciò che è marginale e privato in materiale d’archivio pubblico, mentre allo stesso tempo mette in crisi la distinzione tra oggetto significativo e oggetto insignificante.

«Sono nata e vivo a Venezia, nel sestiere di Castello. Ho scelto un gioiello semiprezioso, un moro veneziano, nel busto e nel turbante del quale si intrecciano smalti, trafori e incisioni che raccontano il mio legame con Venezia, una città di antica tradizione orafa. A Venezia i mori sono ovunque: nei cognomi, negli stemmi, nei dipinti del Rinascimento, fino ai due bronzi che battono le ore in piazza San Marco. Da amuleto difensivo, il Moretto è diventato figura beneaugurante, e quindi simbolo della Venezia crocevia di culture e immaginari, e della sua capacità di trasformare incontri, paure e conquiste in bellezza», Veronica. Ilya ed Emila Kabakov, “Diario veneziano”, 2026. Veduta dell’allestimento. Ca’ Tron, Venezia. Courtesy di Ilya ed Emilia Kabakov; Art Foundation. Foto di Osvaldo Di Pietrantonio

Come spesso mostrato dai Kabakov, il dispositivo museale diviene uno spazio di conversione simbolica: il luogo in cui il caos delle vite individuali viene temporaneamente organizzato in forma narrativa. La forza poetica di Ilya ed Emilia Kabakov è custodita proprio in questa capacità di risarcire di dignità metaforica le esistenze marginali e i frammenti del quotidiano. Contro le monumentali narrazioni storiche, il duo mostra come la memoria collettiva sopravviva all’interno della microstoria: negli oggetti consumati, nei gesti reiterati, nei riti quotidiani e nelle narrazioni conservate all’interno delle cose.

Dal 9 maggio al 28 giugno; palazzo Ca’ Tron, Santa Croce 1957, 30135, Venezia.
Dal 9 maggio al 22 novembre 2026; Padiglione Venezia, Giardini della Biennale, Calle Giazzo, 30122, Venezia.