Il ritorno dell’India alla Biennale di Venezia: memoria, diaspora e diplomazia culturale

Dopo l’ultima partecipazione con un Padiglione nazionale nel 2019, l’India torna alla Biennale di Venezia con “Geographies of Distance: remembering home”, mostra collettiva curata da Amin Jaffer e promossa dal Ministero della Cultura indiano in collaborazione con il Nita Mukesh Ambani Cultural Centre (NMACC) e la Serendipity Arts Foundation. Il progetto, ospitato all’Arsenale, riunisce Alwar Balasubramaniam, Sumakshi Singh, Ranjani Shettar, Asim Waqif e Skarma Sonam Tashi, cinque artisti appartenenti a generazioni e aree geografiche diverse del subcontinente, accomunati dall’impiego di materiali organici fragili come terra, fibre tessili, legno, materiali di recupero e cartapesta, e pratiche artigianali tradizionali. Curata in dialogo con “In Minor Keys”, la Biennale immaginata da Koyo Kouoh, la mostra sviluppa una riflessione sul concetto di “casa” come spazio culturale ed emotivo piuttosto che luogo fisico – e il curatore Jaffer ha più volte sottolineato l’importanza di una perfetta adesione del Padiglione al tema. Il comunicato degli organizzatori sul Padiglione insiste sulla trasformazione degli spazi urbani, sulla dispersione delle comunità e sul permanere di un legame con le proprie origini, proponendo una lettura della distanza come esperienza condivisa e insieme universale. In un’India segnata da una rapida urbanizzazione e da una crescente mobilità interna e diasporica, l’appartenenza si configura come una condizione portatile, costruita attraverso memoria, rituali, materiali e pratiche quotidiane.
Il clamore di quello che potremmo definire un ritorno dell’India in grande stile non è certamente passato inosservato, nemmeno agli addetti ai lavori e, soprattutto, alla direzione della Biennale. In occasione dell’inaugurazione ufficiale del Padiglione, alla presenza di artisti, curatori, ministri e rappresentanti delle istituzioni coinvolte, il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha tenuto infatti un intervento di forte rilievo istituzionale, sottolineando l’importanza delle partecipazioni nazionali all’interno della manifestazione, e auspicando con convinzione che l’India, in quanto grande nazione con una tradizione artistica di primaria importanza, continui a essere presente regolarmente nelle future edizioni della Biennale, sia di arte che di architettura.

L’assetto istituzionale del progetto appare immediatamente rilevante. Il Padiglione nasce infatti dalla collaborazione tra il Ministero della Cultura e il Nita Mukesh Ambani Cultural Centre, istituzione privata divenuta in pochi anni uno dei principali strumenti di proiezione culturale internazionale dell’India. In questa prospettiva, la partecipazione veneziana sembra inserirsi pienamente nelle dinamiche della diplomazia culturale contemporanea, dove la rappresentazione nazionale passa attraverso il linguaggio dell’arte, della tradizione e della creatività più che attraverso il discorso politico esplicito. Si tratta inoltre di una scelta a lungo auspicata dalla comunità artistica indiana. Già nel 2007, Robert Storr, all’epoca direttore artistico della Biennale di Venezia, aveva offerto all’India la possibilità di allestire un Padiglione nazionale, ma l’iniziativa non ricevette alcun seguito da parte del governo indiano. Nel 2013, numerosi artisti, guidati da Bharti Kher e sostenuti da altri esponenti della scena contemporanea, avevano sollecitato il governo a garantire una presenza stabile e continuativa dell’India alla Biennale di Venezia. Nel suo appello, Bharti Kher denunciava con toni fortemente polemici l’assenza dell’India a Venezia, sottolineando come numerosi paesi con risorse economiche e dimensioni molto inferiori fossero riusciti a garantire una presenza nazionale, mentre l’India avesse ancora una volta rinunciato a partecipare. L’artista interpretava questa mancanza come il sintomo di una più ampia disattenzione nei confronti della cultura e delle arti. Kher criticava l’indifferenza e l’apatia delle istituzioni, accusate di non aver compreso il valore della Biennale come luogo di scambio di idee e di costruzione di una presenza culturale internazionale, e sosteneva che, al di là delle logiche nazionalistiche, la partecipazione rappresentasse un atto di responsabilità nei confronti dell’arte e della sua capacità di alimentare immaginazione, memoria e legami collettivi.


La scelta di affidare la direzione curatoriale ad Amin Jaffer è estremamente raffinata. Storico dell’arte, curatore riconosciuto e stimato a livello internazionale, con una lunga esperienza al Victoria and Albert Museum e alla direzione della Collezione Al Thani, Jaffer è una figura autorevole, capace di conferire credibilità al progetto e certamente di collocarlo entro una dimensione transnazionale. La sua – anche per il Padiglione India – è una curatela colta e misurata. Tale scelta trova poi ulteriore conferma nella selezione degli artisti. Balasubramaniam, noto per sculture e installazioni che esplorano percezione, assenza e materia, frequentemente lavora con materiali organici e trasparenti per mettere in discussione il confine tra visibile e invisibile, e riflette sul paesaggio del Tamil Nadu. Sumakshi Singh, lavorando tra tessile, ricamo e installazione spaziale, indaga spesso il rapporto tra architettura, memoria e fragilità delle strutture, trasformando il ricamo in una delicata architettura della memoria. Ranjani Shettar, conosciuta per installazioni poetiche e immersive realizzate con materiali naturali come cera, cotone, legno e pigmenti, esplora la relazione tra natura, corpo e spazio, e rielabora le tradizioni artigianali in forme sospese. Asim Waqif, artista e architetto, usa spesso materiali di recupero, legno, metallo e strutture industriali, e il suo lavoro si concentra su spazio urbano, decostruzione e sostenibilità, interrogando il rapporto tra consumo e istanze ecologiche. Skarma Sonam Tashi, infine, intreccia nella sua pratica tradizione e linguaggi contemporanei, guarda al Ladakh e alla sua architettura vernacolare per riflettere su fragilità ecologica e identità culturale, e lavora su temi legati alla memoria collettiva; il filo conduttore è la cultura materiale come deposito di memoria e identità.


Tuttavia, proprio questa centralità della memoria e dell’appartenenza apre alcune questioni critiche. Il lessico del Padiglione, che si impone per la forte intensità estetica e la potenza scenografica dell’allestimento, è quello della casa, della diaspora, del ricordo, della trasformazione lenta e della continuità delle tradizioni. Rimangono invece sullo sfondo le profonde tensioni sociali e politiche che attraversano l’India contemporanea: le disuguaglianze prodotte dall’urbanizzazione accelerata, le migrazioni interne, i conflitti identitari, le trasformazioni del rapporto tra Stato e cultura. La distanza evocata dalla mostra appare soprattutto esistenziale e affettiva, raramente politica. In questo senso, il Padiglione – come del resto molti avevano già rimarcato in occasione della presenza indiana alla Biennale nel 2019, con il Padiglione pensato come parte delle celebrazioni in occasione del 150° anniversario della nascita di Mahatma Gandhi e intitolato “Our Time for a Future Caring” – sembra costruire una narrazione fortemente consensuale dell’India contemporanea. La cultura materiale e la pluralità delle tradizioni regionali diventano gli strumenti attraverso cui rappresentare una nazione al tempo stesso antica e globale, radicata nella propria storia ma perfettamente inserita nei circuiti internazionali dell’arte. Che tuttavia, come evidenziato da alcuni critici, caratterizzandosi proprio per il ricorso a pratiche e materiali tradizionali, affermerebbe una presenza nazionale sulla scena globale, certo, ma al contempo ribadirebbe una distanza simbolica rispetto alle avanguardie artistiche occidentali contemporanee. Sembra trattarsi di una strategia che privilegia la continuità culturale rispetto al conflitto, il ricordo rispetto alla critica, ed evita ogni gesto apertamente polemico privilegiando una riflessione universale sui temi della memoria, del luogo e dell’appartenenza.

Anche il programma performativo che ha arricchito e accompagnato le preview del Padiglione – musica, poesia e interventi effimeri disseminati nello spazio veneziano – sembra rafforzare questa dimensione di presenza discreta, in sintonia con il tema “In Minor Keys”. L’India, come rimarcato nello stesso comunicato diffuso dall’organizzazione del Padiglione, arriva a Venezia «non come uno spettacolo, ma come un sussurro». Eppure questo sussurro sembra accuratamente calibrato: abbastanza sofisticato da dialogare con il dibattito internazionale, ma al contempo abbastanza inclusivo da evitare polarizzazioni.
Tuttavia, parlare di un Padiglione apolitico, come qualcuno ha fatto, sembra non rendere giustizia a intenti e risultati ottenuti. “Geographies of Distance: remembering home” sembra piuttosto mettere in scena una diversa forma di politica: una politica dell’affetto, della memoria e della cultura materiale, attraverso cui costruire un’immagine condivisibile dell’India contemporanea. La piena consonanza con il tema curatoriale di “In Minor Keys” sembra così assumere anche una valenza diplomatica: più che rivendicare un’eccezionalità nazionale, il Padiglione sceglie di inscrivere l’India entro un linguaggio condiviso e universalizzabile, privilegiando il dialogo rispetto alla contrapposizione.

Il Padiglione non cerca di distinguersi attraverso un gesto antagonista o provocatorio, ma sceglie deliberatamente di inserirsi armonicamente nella cornice curatoriale internazionale. In un momento storico segnato da profonde trasformazioni economiche, sociali e identitarie, la scelta di privilegiare il registro poetico e meditativo può essere letta come una precisa strategia curatoriale e istituzionale. Ne emerge un progetto elegante e coerente, che offre un’immagine dell’India tanto ricca sul piano culturale quanto misurata su quello politico. Non resta dunque che auspicare che questo ritorno rappresenti l’inizio di una presenza stabile e continuativa dell’India alla Biennale di Venezia, sia nelle edizioni d’arte sia in quelle di architettura, consolidandone il ruolo nel panorama artistico internazionale.