Il Padiglione Italia. Intervista a Cecilia Canziani

Una conversazione tra Cecilia Canziani e Ilaria Gianni racconta il Padiglione Italia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, come spazio relazionale e processuale: tra memoria e lavoro collettivo, la curatela diventa pratica collettiva e femminista che intreccia corpi, opere e comunità.
Ilaria Gianni Ci conosciamo da tanti anni e abbiamo condiviso molti progetti, momenti di lavoro e di affezione. Guardando indietro, come pensi che questo scambio che ha permesso di riconoscere le assonanze, fare spazio all’ascolto e accettare le divergenze, abbia influenzato il tuo modo di lavorare?
Cecilia Canziani Il mio percorso professionale è sempre stato basato sull’idea di condivisione e di lavoro collettivo. Ci siamo conosciute alla Fondazione Olivetti nei primi anni Duemila, in un momento in cui entrambe ci stavamo formando e muovendo tra contesti diversi, tra l’Italia e Londra.
In tutti i passaggi successivi – da 1:1 projects, passando per Nomas Foundation fino ad arrivare a IUNO – è rimasta costante l’idea di mettere insieme una pluralità di voci: il collettivo, per me, non è mai stato un formato ma una struttura di pensiero.
Come giustamente sottolinei, c’è poi la questione delle divergenze: cosa succede quando non sei sola? Da un lato ti riconosci e ti affianchi alle persone con cui lavori, dall’altro però è proprio nella differenza che il lavoro si arricchisce. È anche questo che, nel nostro caso, ha reso possibile continuare a lavorare insieme nel tempo, intrecciando sguardi e percorsi.
IUNO è nato dalla volontà di riattivare e intensificare un dialogo, a partire da una parola condivisa, attorno alla quale far convergere tutto ciò che ciascuna di noi aveva attraversato fino ad allora. Anche il momento in cui ci siamo rincontrate era diverso: per la prima volta stavamo costruendo uno spazio completamente nostro.
I.G. Il tuo lavoro curatoriale si è sempre costruito nelle relazioni. Abbiamo spesso riflettuto su un’idea di un tempo lento, in contrasto con un sistema accelerato, che chiede visibilità e posizionamento. Nel tuo percorso questo è molto chiaro: una pratica che si struttura attraverso relazioni durature con artisti, letture e immagini ricorrenti.
C.C. Mi piace pensare che siamo persone “normali”, ed è forse anche per questo che ci siamo riconosciute e cercate. Per me questa è già una forma di presa di posizione.
Con le persone sento di voler pensare in termini di lunghe fedeltà. Grazie a ciò spesso, con gli artisti, può avvenire una cosa bellissima: diventi la memoria vivente del loro lavoro. Me lo diceva Bettina Buck. Ti ricordi gli inizi, a volte quasi più di loro, puoi riportare sotto il loro sguardo il tempo passato, e questo inevitabilmente parla anche di te. Quando costruisci un progetto, parti da una familiarità profonda, da una consuetudine con l’opera. Lo stesso vale per le letture: ci sono testi che ti formano e restano strutturali, non ti abbandonano più. Altri arrivano, si aggiungono. Ma alcuni rimangono, come nodi fondamentali.
I.G. Per me questo definisce uno spazio molto preciso: non un continuo spostamento tra temi o artisti, ma un sostare dentro un percorso, nelle relazioni che lo attraversano e lo modificano nel tempo. E questo, nel nostro contesto, non è affatto scontato. Forse anche per questo la reazione del pubblico alla tua curatela del Padiglione Italia è stata così forte: perché vi si è riconosciuta una linea, un linguaggio.
C.C. È stato un po’ emozionante capirlo, perché vuol dire che nel tempo hai sviluppato uno stile, quella stessa qualità che riconosci, che studi, che ti piace in un artista, e che esiste anche nel fare le mostre o nello scrivere. E questo credo sia uno dei doni più belli del crescere: diventare più consapevoli.
Questa continua ricerca del nuovo a tutti i costi, che attraversa il mondo dell’arte, mi ha sempre lasciata un po’ perplessa. Si cresce dentro una generazione, in un certo senso, e mi piace l’idea di portare avanti questa appartenenza. Non perché non mi interessino le generazioni precedenti o quelle successive, ma perché è importante pensare di rappresentare il proprio tempo. In fondo nasci e cresci dentro a un certo immaginario, e questo entra a far parte di te. E poi sì, certo, le “ossessioni” esistono eccome. Credo che la cosa più preziosa sia restare aggrappati al proprio nucleo interiore, quello che Hillman chiama il daimon.
I.G. Nel tuo modo di lavorare, la curatela sembra prendere forma nella pratica e nel processo, più che in una posizione dichiarata. Quanto è centrale per te questa dimensione, e come diventa, in un contesto istituzionale, un dispositivo aperto e relazionale?
C.C. A me piace pensare in termini di pratica. Mi interessa soprattutto come si lavora, più che il posizionarsi in sé. Quando hai a disposizione piattaforme più visibili, diventa importante capire come portare dentro un’istituzione una dimensione affettiva e come metterla in scena. Nel caso del Padiglione, il primo gesto è stato aprire la curatela a una dimensione condivisa, plurale: da un dialogo tra artista e curatrice si è trasformata in un lavoro corale, fatto di presenze che affiancano e costruiscono insieme. Questo riguarda non solo la mostra, ma tutto ciò che la attraversa: il modo in cui coinvolgi le persone, il modo in cui immagini il pubblico. È una struttura che si apre, quasi a spirale.
I.G. Nel lavoro degli artisti con cui collabori emerge spesso una dimensione sospesa tra il concettuale e l’artigianale. Che ruolo ha la dimensione del fare, del costruire, dello stare dentro i processi nel tuo modo di curare?
C.C. Sì, me ne sono accorta mentre studiavo. Mi sono laureata in storia dell’arte pensando a un percorso più teorico, ma durante la specializzazione a Siena, con Enrico Crispolti, ho iniziato a lavorare a stretto contatto con gli artisti: passavamo tempo insieme, ed è stata una lezione fondamentale.
Lì ho capito che la dimensione puramente teorica non mi bastava. Durante uno stage alla Fondazione Olivetti mi sono resa conto che, quando ero in sala ad allestire e disallestire, ero felice.
Per me le due dimensioni – quella speculativa e quella pratica – sono entrambe necessarie, e la curatela le tiene insieme. Il fare è anche un innesco del pensiero: spesso, mentre allestisco, mi accorgo che riscriverei il testo in modo diverso.
È una pratica che condividiamo anche a IUNO: molte cose nascono dal processo stesso. Mentre lavori a qualcosa, se ne apre un’altra, e puoi continuare con lo stesso artista o progetto portandolo altrove.
L’ho vissuto anche con Chiara, con La Giusta Misura, in un momento per me molto particolare: una sorta di seminario continuo tra fare e pensare, che poi si è aperto anche ad altri. È una dimensione che sento molto mia.
I.G. Arriviamo al Padiglione. Ci racconti qualcosa del tuo legame, di lunga data, con Chiara Camoni? “Con te con tutto” sembra costruirsi come uno spazio di relazione più che come una mostra tradizionale. Penso anche a come hai formato il gruppo di lavoro e all’intreccio con cui questo progetto attraversa il tuo percorso professionale e quello di Chiara. In questa circolarità, come la avete immaginato il rapporto tra opera, spazio e pubblico – tra persone, pensieri, oggetti?
C.C. Io e Chiara ci siamo conosciute più di quindici anni fa, a Bologna. Ci siamo guardate c’è stata una specie di scintilla. Ho poi visto il suo lavoro, ho iniziato a seguirlo, e nel tempo ci sono stati diversi avvicinamenti. Quando ci siamo conosciute, la ricerca di Chiara era in una fase di passaggio. Quando si segue a lungo la pratica di un’artista è bello poter assistere alle trasformazioni, agli slittamenti, ai cambi di intensità.
C’è stata una mostra da SpazioA che per me è stata decisiva, “La Pazienza è virtù dei Manufatti” del 2014. Nel lavoro di Chiara mi colpiva quel suo essere leggermente fuori tempo, quasi fuori sincrono. E allo stesso tempo profondamente inscritto nella contemporaneità, nel suo momento. Erano anni in cui la parola “scultura” non si usava con naturalezza: si parlava piuttosto di installazione, e materiali come la ceramica o il bronzo erano ancora attraversati da una serie di tabù e resistenze. È stato proprio in quello scarto – tra distanza e urgenza – che ho iniziato davvero a comprendere il suo lavoro.
È stato, sì, un avvicinamento attraverso le opere, attraverso uno scambio di letture, di pensieri, ma anche attraverso una sensibilità umana. Abbiamo iniziato a frequentarci anche in momenti legati alla quotidianità: da anni passiamo l’estate insieme. L’estate è un tempo lento, in cui emergono anche molte idee. Uno scambio costruito coltivando una quotidianità che nel tempo inevitabilmente non riguarda soltanto il lavoro. Allora penso: come fai, nel momento in cui curi un Padiglione, a lasciare fuori tutto questo? Non puoi.

I.G. E infatti non hai lasciato fuori neppure altri rapporti costruiti nel tempo.
C.C. Certo, perché io vengo dagli spazi indipendenti. Per me sono strutturali: luoghi fatti da molte persone, che esistono grazie a un’economia fragile, sostenuta da un forte investimento personale, di tempo e di energie. Questo lo sappiamo bene anche io e te.
La mia parte di storia è sicuramente condivisa anche con Angelika Burtscher, con Daniele Lupo di Lungomare, con Elisa Del Prete di Nosadella.due che fanno parte del team. Ci siamo conosciuti tantissimi anni fa e, già allora, abbiamo dato vita a uno dei primi collettivi di spazi indipendenti. Le persone che ho voluto accanto sono quelle con cui sono cresciuta. Questa parte di me mi sembrava anche il corrispettivo della struttura dello studio di Chiara. Se guardi alcune delle sculture, per esempio quelle che saranno nella prima sala, e osservi i volti, e poi pensi alle persone che sono passate nello studio di Chiara negli anni, le riconosci. Ognuno di loro lascia una traccia. Una traccia che resta anche nella materia viva delle opere.
Come porti i tanti sguardi, dialoghi, le tante mani che hanno condiviso e che compongo il nostro vissuto dentro una struttura espositiva, al di là di una squadra fatta di persone che, in qualche modo, si sono chiamate a vicenda, replicando un’idea di lunghe consuetudine e collaborazioni? Questa domanda è al centro del nostro lavoro.
Il percorso del “Con te con tutto” l’abbiamo immaginato a partire dalla prima tesa, intesa come luogo di un incontro immediato tra il corpo della scultura e quello degli spettatori. È vero che l’arte contemporanea può essere ostica, ma ci sono forme che riconosciamo: la statua è una statua, e con le statue sappiamo relazionarci.
Nello spazio di ingresso abbiamo voluto costruire una situazione in cui i corpi si mescolano. L’immagine iniziale che ci ha guidate è stata proprio quella dei corpi in movimento di chi entra nella tesa e, accanto, quelli statici delle sculture.
Rivelo anche una una dimensione emotiva, legata ad alcune sculture di Chiara non presenti nel Padiglione, a cui sono particolarmente affezionata, come il bidestro (incontrato nella prima mostra di Chiara che ho visitato) e Il tronco e il trapezio. Quest’ultima nasce da un’esperienza collettiva: andare insieme nel bosco, scegliere un tronco, scolpirlo e rivestirlo con un mantello. Un gesto che sposta l’immaginario del bosco – spesso associato a una dimensione maschile o a quella del rito, delle baccanti, ambigua e potenzialmente perturbante – verso una pratica condivisa, intima, costruita nello stare insieme. È una forma arcaica, con cui continuiamo a confrontarci: nella scultura il rapporto tra il nostro corpo e quello dell’opera simulacro resta centrale, anche se ogni volta si trasforma. Nella seconda tesa, invece, abbiamo immaginato uno spazio animato dal pubblico. Le sculture diventano a loro volta luoghi che accolgono interventi di altri artisti: un percorso che, per Chiara, viene da lontano. Ad esempio alle Murate, dove avevamo organizzato il seminario La Giusta Misura, pensavamo molto a Bettina Buck che è mancata proprio in quel periodo, e Chiara ha voluto trasformare la sua mostra personale in un dialogo tra le loro opere. Anche Bettina spesso apriva le sue mostre all’invito ad altre pratiche che sentiva vicine. Oppure, in occasione di “Io dico io”, un lavoro di Chiara ha fatto spazio a un’opera di Lucia Leuci. Via via questa dimensione è proseguita nel lavoro di Chiara.
La seconda tesa è infatti tutta costruita come uno spazio di dialoghi: sculture che ospitano altre presenze. Abbiamo affidato questi dialoghi a Fiammetta Griccioli e Lucia Aspesi, le curatrici della sua mostra all’Hangar Bicocca.
C’è un nucleo di opere che l’accompagna da sempre: lavori di Alessandra Spranzi, Lucia Leuci, Luca Bertolo, Franco Corradini, il suo primo maestro al liceo, quello che le disse: «Tu devi fare l’artista». E poi ci sono nuovi inviti. Due, in particolare, sono molto importanti: una commissione ad Alice Rohrwacher, che con Chiara condivide un certo immaginario; e un lavoro con Annamaria Ajmone, con cui si è sviluppato un dialogo davvero intenso.
Qui entra anche una dimensione ulteriore: quella dell’effimero. La performance di Annamaria Ajmone avviene solo in alcuni momenti, è un’attivazione. E questo è profondamente dentro il lavoro di Chiara: l’idea di come si tiene traccia di ciò che non lascia storia.
C’è un testo di Linda Bertelli, incluso nel catalogo, che riprende un’intuizione di Carla Lonzi: «Vorrei fare dei film sui gesti che non hanno seguito, che non hanno storia». Sono i gesti che ci tramandiamo. Se ci pensi: quando faccio un nodo alla scarpa, mi riallaccio alla prima persona che ha compiuto quel gesto. È qualcosa di potentissimo: non ha un archivio, eppure esiste.
Questo è parte del riannodamento che volevamo costruire nel Padiglione ed è espresso tramite le persone: parole, voci, inviti. Anche il programma pubblico nasce così, come una sovrapposizione di aperture e presenze.
La seconda tesa, in fondo, l’abbiamo immaginata come una piazza che guarda al giardino che invece rappresenta l’accettazione della mutazione di ciò che c’è. C’è un movimento progressivo per tutto il Padiglione: da un tempo della storia a un tempo futuro.
I.G. Negli ultimi tempi, leggendo articoli sul Padiglione, è emersa spesso la definizione “femminile”. Non sono sicura, conoscendoti, che tu ti riconosca del tutto in questo termine. Ripensando al tuo percorso, quello che affiora è piuttosto un femminile che si costruisce come presa di parola, come soggettivazione, appunto, dentro una genealogia, in un attraversamento continuo. Forse la parola appropriata è diversa.
C.C. Se devo usare una parola, per me è un Padiglione femminista, non femminile. Mi trovo molto più a mio agio con questa definizione. Non è una posizione ideologica, ma un avvicinamento costruito nel tempo.
Il femminismo, per me, è stato un incontro, una forma molto forte di annodamento, di genealogia, di appartenenza. Lo sento profondamente.
Mi interessa anche l’evoluzione che il femminismo sta attraversando oggi. I miei riferimenti sono storici, legati al femminismo della differenza, ma mi interessa proprio il fatto che sia un pensiero in continua evoluzione, capace di illuminare aspetti dell’economia, del pensiero, della sfera politica.
Questa componente c’è, esiste. E non sento nemmeno la necessità di esplicitarla troppo, perché credo che si veda e si senta. C’è poi un testo, Amicizia e amicizia politica nel pensiero femminile, che non abbiamo incluso nel catalogo, ma per il quale abbiamo invitato l’autrice, Chiara Zamboni. È un testo sull’amicizia, sull’amicizia politica. Io e te lo abbiamo letto insieme a Sara Basta e Lara Conte a IUNO.
Per me, se c’è una chiave di lettura del Padiglione, è proprio quella.