La fotografia del desiderio di Verita Monselles e la collezione di Carlo Palli. Gli allestimenti sempre più autoriali e sperimentali del Centro Pecci

di | 31 lug 2026
Verita Monselles, Senza titolo, anni Ottanta. Diapositiva, 6 x 6 cm. Courtesy dell’Archivio Fotografico Toscano, Prato; Fondo Verita Monselles 

“ROTTE. Arte di rottura dalla donazione Carlo Palli” e “Verita Monselles. CARNALE” sono le nuove mostre inaugurate a fine maggio dal Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato. Entrambe sono accomunate da una forte identità allestitiva. Due progetti distinti: il primo firmato dall’architetto Ibrahim Kombarji, direttore artistico dello studio Formafantasma, per la mostra dedicata alla donazione Palli; il secondo da Giuseppe Ricupero, cofondatore dello studio di architettura indipendente Prestini//Ricupero, nel caso di Monselles. La squadra del Pecci sotto la direzione di Stefano Collicelli Cagol è ormai diventata organica e compatta. Non si tratta di essere ripetitivi ma di dare una linea riconoscibile a un’istituzione che per troppo tempo è stata definita solo come una cattedrale nel deserto. Ricupero infatti aveva già dato un importante contributo alla mostra “Vivono”, seguendo le richieste del curatore Michele Bertolino di elogiare l’energia delle artiste, dei poeti e delle scrittrici coinvolte allontanando da una narrazione retorica e drammatica. La risposta di Ricupero si era tradotta in un candore totale, e nella riproposizione fedele delle mura domestiche di Francesco Torrini, artista in collezione al museo. 
Kombarji invece fa eco ai suoi colleghi di studio che hanno dato una nuova casa alle opere della collezione permanente intitolata “Eccentrica”, dando spazio ai tessuti simbolo della manifattura di Prato, per dividere le aree e per invitare il pubblico a sdraiarsi e prendersi del tempo, riprendendo alcuni dei colori del progetto originario di Italo Gamberini, segnando così una continuità tra storia e futuro della nuova area progettata da Maurice Nio.

Carlo Palli: una collezione esaustiva sulla storia dell’arte del secondo dopoguerra.
Da un punto di vista quantitativo e rappresentativo dell’arte del Novecento, questa donazione potrebbe da sola costituire il nucleo permanente di un museo. Grazie a un itinerario di tipo cronologico e stilistico, infatti, molte classi universitarie troveranno giovamento nel percorrere queste sale. È come sfogliare pagine di un manuale che passa dal Surrealismo alle ricerche Fluxus, dalla Scuola di Piazza del Popolo all’Azionismo Viennese, dalla poesia concreta alla Transavanguardia. Quando si visita una collezione di questa scala si rimane sì affascinati dalla qualità delle opere, ma soprattutto si è colpiti dalla personalità di chi le ha messe insieme. Sicuramente le acquisizioni sono state costanti, bisogna tenere in considerazione che Palli (Prato, 1938) nella sua vita è stato mercante, gallerista e battitore d’asta. Sembra che non voglia lasciare niente nell’ombra, e la donazione a un museo ne è la prova. Pur dovendo comunque ricordare che quanto si vede costituisce solo una parte della sua collezione ancora in crescita.
Molte opere denotano un particolare interesse verso l’impegno politico di artisti come Franco Angeli, presente con Lupa Capitolina Parlante (1963), dove Romolo e Remo sono ridotti a cocci mutilati e deturpati in pose innaturali. I fratelli sono macchiati da una vernice rosso sangue, mentre la voce registrata di Benito Mussolini gracchia dalla radio e risuona il discorso sulla guerra in Etiopia nella sala. Un’opera sull’incapacità del Paese di liberarsi dall’ideologia fascista. 

La disposizione delle opere ha degli slanci di originalità sfruttando diverse altezze ma anche delle ingenuità, probabilmente volute, per dare una dimensione domestica e intima alla collezione. Alcune opere infatti sembrano quasi ammucchiate negli angoli lasciando poi ampie porzioni di vuoto. Dalla documentazione disponibile online emergono fotografie del collezionista ritratto in alcune sale del Museo San Domenico di Prato, dove le sue acquisizioni erano spesso esposte secondo le medesime soluzioni adottate per la mostra al Pecci, il che lascia ipotizzare un possibile intervento diretto del collezionista. Molte delle cornici non sono originali, come nel caso delle serigrafie di Andy Warhol, le cui cornici sono lignee, intagliate e tinte con forme di frutta della stessa gamma di colori dei tre prototipi di scarpe ritratte: rosa, giallo e rosso. L’autorialità della collezione è espressa non solo nella scelta delle opere ma anche nelle cornici adottate. 
Il disegno allestitivo di Kombarji è caratterizzato da pareti alte autoportanti in MDF puntellate da viti che creano una trama visiva piena. Questa soluzione rischia talvolta di sovrastare le opere ma rende la mostra originale grazie al rimando all’estetica edile. 
“ROTTE” è il risultato di un dialogo ventennale con il curatore della mostra Stefano Pezzato, responsabile degli archivi e della collezione. La procedura di donazione avviata nel 2006 ha trovato spazio nelle sale storiche del museo. Nella sua totalità, la donazione di Palli al museo conta settecento opere e millecinquecento libri d’arte.

Mimmo Paladino, Improvvisamente ansioso, 1989. Olio su tela con cornice in legno dipinta, 218 x 168 cm. Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Prato. Donazione di Carlo Palli 

Il femminismo sul lungo periodo di Monselles: dentro la costruzione dell’immagine fotografica.
Dalla luminosa area Gamberini si entra nella più scura ala Nio. Complice la musica del video Rosematic (1984) allestito in fondo al corridoio, all’ingresso della mostra di Verita Monselles (Buenos Aires, 1929 – Firenze, 2004) si ha l’impressione di entrare in un locale anni Ottanta favolosamente descritto da Pier Vittorio Tondelli in Un weekend postmoderno. Qui la curatela è a più mani e in dialogo con il designer Ricupero: Alessandra Acocella (professoressa associata di Storia dell’arte contemporanea e Storia delle mostre presso l’Università degli Studi di Parma), Michele Bertolino (curatore, Centro Pecci), Monica Gallai (archivista, Centro Pecci e Archivio Fotografico Toscano). Le figure coinvolte sono molto diverse tra loro. Sperimentano senza cadere in errori stilistici, come se si correggessero tra loro eliminando ambiguità interpretative. Le soluzioni espositive sono infatti al limite dell’accettabile da un punto di vista di autorialità rispetto alla produzione di Monselles, ma ogni slancio creativo viene rimesso a terra da strumenti esplicativi (pieghevoli, didascalie). 

Anche la terminologia adottata dalla mostra è significativa. “CARNALE” è introdotta da un trittico che qui non è da intendere come un’opera tripartita dall’artista per creare un programma narrativo, ma come una soluzione curatoriale. Si legge dal pieghevole: «La mostra si apre con un trittico di fotografie, composto dalle curatrici». Un’operazione utile per creare un manifesto delle tre vie principali della ricerca di Monselles: la relazione Uomo-Donna nella società patriarcale qui ribaltata e rappresentata da una modella con a fianco un bambolotto; la sua collaborazione con marchi di moda come Emilio Cavallini, brand toscano di calze; la donna come figura di metamorfosi con elementi terrestri e cosmici a esprimere il mutante sentire del desiderio sessuale. 
Molte delle fotografie esposte sono riproduzioni e non originali. La spiegazione è puramente conservativa e dà alla mostra un taglio, una sensibilità e una cura all’immagine tipici della vita d’archivio. Queste stampe sono il risultato di un’attenta operazione di post-produzione, qui da intendere come tentativo di restauro delle immagini dalla presenza di muffe.
Le didascalie a parete distinguono le immagini originali con nomenclature scelte come “stampa vintage” e “riproduzione da diapositiva (restauro cromatico digitale)”. Le fotografie originali sono montate sottocornice. 

Verita Monselles, Senza titolo, anni Ottanta. Diapositiva, 6 x 6 cm. Courtesy dell’Archivio Fotografico Toscano, Prato; Fondo Verita Monselles 

L’area espositiva è divisa in due zone da un pannello sospeso simile a un cartellone pubblicitario sul quale scorrono a rotazione tre diverse immagini: Paolina Borghese come Venere contestatrice (1977), che riprende la scultura di Canova con l’aggiunta della gestualità a simbolo di una vagina in segno di lotta femminista; un ritratto di due amiche come elogio alla sorellanza politica; Blu delirante nel volo dell’oblio/Farfalle (1982) che rende offuscati i confini tra corpo di donna e di farfalla in una nube di colori blu accesi.
Al di là del cartellone, l’allestimento è cadenzato da proiettori che raggruppano le stampe come in un album fotografico fatto di coni di luce. Dal soffitto calano fiori, protagonisti di alcuni dei servizi fotografici: un’ulteriore soluzione curatoriale da non confondere con un intento installativo di Monselles. Gli elementi vegetali di scena creano ombre sulle pareti rendendo evidente l’intento delle curatrici: la realizzazione di una mostra come dispositivo di costruzione e produzione dell’immagine abbandonando ogni volontà di racconto cronologico. Questa scelta esalta la fotografia di Verita che è libera, sensuale, ironica, politica, concettuale e necessaria. La prova che si può hackerare anche il sistema pubblicitario per denunciare una visione gerarchica della società. 
Amica di Ketty La Rocca, Lara Vinca Masini e Lea Vergine, è stata definita dalle compagne una femminista sul lungo periodo, sottolineando la capacità di un pensiero sulla costruzione dell’immagine che proseguirà nel tempo. 
“CARNALE” è il risultato della collaborazione tra il Centro Pecci e l’Archivio Fotografico Toscano che custodisce seimila negativi e circa duemila stampe di Monselles. Parte del fondo entra momentaneamente in contatto con quello dell’amica e storica dell’arte Lara Vinca Masini conservato nell’archivio del Centro Pecci.

“Verita Monselles. Carnale”, dal 31 maggio al 30 agosto 2026; Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Viale della Repubblica 277, 59100, Prato; info.
“Rotte. Arte di rottura dalla donazione Carlo Palli”, dal 31 maggio al primo novembre 2026; Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci, Viale della Repubblica 277, 59100, Prato; info.