L’affetto come forza motrice tra Roma e Danimarca. All of a Sudden, Between Us da 10 documents

Giovanissimo, con appena un anno di vita, 10 documents nasce nel 2025 a Roma da un’idea di Ginevra Ludovici e Flavio Michele come luogo di ricerca artistica, curatoriale e teorica. Ultimo capitolo di un public research program incentrato sul tema dell’affezione, la mostra “All of a Sudden, Between Us” riunisce artisti che abitano e viaggiano tra Roma e Danimarca: non tutti si conoscono a vicenda, eppure condividono uno spazio che pone al centro le relazioni umane e la vicinanza affettiva. L’affetto viene infatti concepito come forza che genera movimento, che alleggerisce i corpi e li avvicina, che accorcia le distanze e alimenta il pensiero critico: un luogo non-fisico in cui potersi comunque incontrare.
Attorno a questa sfera fortemente comunitaria e collettiva, le sette sensibilità artistiche riunite in mostra presentano opere che sono l’esito di ricerche incentrate sulle proprie storie personali, sulle resistenze cui hanno preso parte, sui viaggi che hanno intrapreso. La loro vicinanza è dunque casuale e nasce “all’improvviso”, una forza che si inserisce “tra” le persone. La mostra si sofferma quindi sulla valenza quasi fisica del sentimento, che viaggia e si sposta insieme agli individui che contamina.
Il percorso si apre con il ricordo di Henning Christiansen (Copenaghen, Danimarca, 1932 – Møn, Danimarca, 2008), artista e compositore danese, figura centrale del movimento Fluxus. L’omaggio consiste nella presentazione di alcuni materiali provenienti dall’Henning Christiansen Arkiv, tra poster, partiture e vinili che raccontano il suo rapporto sperimentale con la musica.

L’imprevedibilità e la casualità sono elementi centrali nella serie di stampe Postcards from Rome (2025) di Benjamin Savi (Copenaghen, Danimarca, 1992), in cui le vedute di Roma di ispirazione piranesiana convivono con i segni di azioni distratte, dimenticanze, momenti di goffaggine, come le macchie di colore che simulano l’alone lasciato da una tazza di caffè.

Le piccole cartoline condividono la parete con i lavori di Aia Sofia Coverley Turan (Copenaghen, Danimarca, 1994), artista curda che affida alla serie scultorea Cluttered Paradise (2023-2025) una storia di repressione e resistenza: minuscole architetture portatili realizzate in rame – materiale fortemente legato alle tradizioni artigianali della Turchia – evocano la forma di scatole di fiammiferi, contenenti oggetti effimeri come zollette di zucchero o gusci di noci: tramite una serie di simbologie l’artista accosta così la propria identità mutevole legata all’esperienza diasporica, alla deperibilità degli oggetti, alla fugacità del tempo che modifica e altera il rame tramite processi di ossidazione.



La storia del silfio – antica pianta utilizzata come contraccettivo naturale e scomparsa intorno al 100 a.C., prima pianta estinta a causa dell’uso umano – viene allegoricamente ripercorsa da Alberte Agerskov (Skive, Danimarca, 1993) tramite due lavori che si specchiano e si guardano. Di fronte alla sagoma del fiore impressa in un grande blocco d’argilla sta la sua trasposizione all’interno della superficie ridotta di uno specchietto. L’artista riflette sull’universalità del tema della contraccezione femminile e in generale della salute sessuale delle donne, avvicinando dimensione presente e passata grazie alla storia di una pianta scomparsa.

Unica opera video all’interno del percorso, Rest (2025) di Erdal Bilici (Van, Turchia, 1985) parte da un sopralluogo sull’isola danese di Møn, dove l’artista ha raccolto frammenti e narrazioni che ha poi affidato a personaggi animati in 3D. Questi si muovono tra siti postindustriali e l’iconografia paleocristiana dell’isola, oscillando tra finzione e memoria, realtà e simulazione.

Profondamente radicate nell’esperienza personale sono i lavori di Mads Dallas Borre (Gentofte, Danimarca, 1988), artista queer che evoca l’intimità di certe azioni private – come spalmare la crema solare sul corpo dell’amato – fatte di tenerezza e premura. Attraverso la realizzazione di una serie in corso di monotipi, l’artista rappresenta «corpi queer in ambienti queer, e nel loro tempo queer», rivendicando uno spazio sicuro e autentico dove esercitare amore e contemplare l’altro.

A chiusura del percorso, Vala T. Foltyn (Nowa Sól, Polonia, 1986) utilizza due cuscini per raccontare la storia di una casa: Szwedzka 8, villa di inizio Novecento situata a Cracovia. Rifugio di Resistenza durante la Seconda Guerra Mondiale, abitazione privata dell’artista tra il 2014 e il 2018, l’edificio è infine divenuto sede della Kraków Art House: uno spazio espositivo che ha ospitato e protetto la comunità queer della città fino allo sfratto forzato. Le due opere tessili riportano immagini provenienti dai diversi passati della villa, trasportati sulla superficie morbida e tattile di un oggetto domestico.

La mostra è collettiva non solo per la pluralità di storie che racconta, ma anche per il senso di comunità che ogni opera esprime in maniera viscerale. Installazione, scultura, serigrafia, suono, video, disegno, testo e materiali d’archivio declinano le medesime storie di perdita, dolore, ritrovo e identità in forme inaspettate, profondamente intime e frutto di una riflessione artistica che viaggia sullo stesso binario di una ricerca psicologica, interiore ed esistenziale.
Dal 22 maggio fino al 2 luglio 2026; 10 documents, via di San Calepodio, 37, 00152, Roma; info.