Lucia Leuci: i fantasmi delle tre e diciassette alla galleria Eugenia Delfini 

di | 07 lug 2026
Lucia Leuci, Scettro tre, 2026. Bronzo, colori acrilici, fard, ombretto, cipria, 52 x 87 x 18 cm. “Le 3:17”, 2026. Galleria Eugenia Delfini, Roma. Foto di Giorgio Benni. Courtesy dell’artista; Galleria Eugenia Delfini  

La mostra di Lucia Leuci alla Galleria Eugenia Delfini di Roma si sostiene su un paradosso. Forse più d’uno. È illuminata dalla luce che filtra attraverso i vetri dello spazio espositivo ma è abitata dal buio. Sebbene si prolunghi nel tempo, “accade” in una specifica circostanza che di fatto si ripete all’infinito: le tre e diciassette. 
Nasce da un’involontaria e ricorrente sveglia notturna, una strana coincidenza a cui è data forma per mezzo del bronzo e dell’acrilico: alle tre e diciassette di ogni notte, impossibilitata a riprendere sonno, l’artista ha iniziato a plasmare il suo personale popolo di fantasmi, ora manifestatosi in galleria. 

Lucia Leuci, Scettro cinque, dettaglio, 2026. Bronzo, colori acrilici, fard, ombretto, cipria, 40 x 98 x 13 cm. “Le 3:17”, 2026. Galleria Eugenia Delfini, Roma. Foto di Giorgio Benni. Courtesy dell’artista; Galleria Eugenia Delfini  

Concentrata su un’unica parete è una teoria di cinque figure che sembra procedere o volgersi verso una loro omologa, posizionata sul muro adiacente. 
Come si trattasse di un nugolo d’insetti, la serie è intitolata Sciame ed è composta da sei fusioni a cera persa corrispondenti a chimere antropomorfe. Piante da fiore o frutto e specie invasive ne costituiscono il corpo: baccelli di carrubo si dispongono orizzontalmente a formarne la gabbia toracica, rose e rami di mandorlo gemmano al posto degli arti, integrando rami di ailanto, presenza alloctona e infestante. 
Ogni innesto corrisponde a un paesaggio emotivo assemblato a partire da luoghi, persone, circostanze significative per l’artista. A completarlo è sempre un volto femminile o infantile, mutuato da sculture barocche o contemporanee riproposte in maniera frammentaria, spesso posizionate di tre quarti.
Per via della loro natura di “artefatti”, le teste sembrano resistere alla trasformazione che interessa quanto è posto sotto di esse ed è oggetto di una metamorfosi quasi ovidiana; allo stesso tempo la finitura realizzata mediante ombretti, fard e cipria le arricchisce di cromie cangianti, rendendole simili a reperti archeologici, parti di un tesoro appena dissepolto.  

Lucia Leuci, “Le 3:17”, 2026. Veduta dell’installazione. Galleria Eugenia Delfini, Roma. Foto di Giorgio Benni. Courtesy dell’artista; Galleria Eugenia Delfini  

L’eterogeneità di tali riferimenti ricalca il processo di elaborazione mentale notturna, dominata da pensieri tanto generativi quanto intrusivi, da aspettative ma anche da rimpianti. 
Se gli elementi floreali e il trucco permettono di leggere il lavoro in chiave pacificata, le anatomie scheletriche, inasprite dalle saldature, introducono un grado di mostruosità che ben esplicita la natura inquieta del rimuginio e il suo potenziale distruttivo. 
La stessa modalità di allestimento corrobora questa ipotesi, assimilando le figure ad apparizioni enigmatiche prodotte dall’oscurità e capaci di elidere il confine tra interno ed esterno. Non solo metaforicamente: la parzialità caratteristica dei volti configura la parete (prima della stanza da letto dell’artista, poi della galleria) come soglia, limite che separa la dimensione privata da quella pubblica. 
A ben guardare, essa è equiparabile persino a un foglio bianco sul quale le opere, prima dotate di tridimensionalità, divengono segni tracciati a pennello, scarne rappresentazioni particolarmente affini al codice grafico dell’artista.

Lucia Leuci, Scettro quattro, dettaglio, 2026. Bronzo, colori acrilici, fard, ombretto, cipria, 52 x 69 x 8 cm. “Le 3:17”, 2026. Galleria Eugenia Delfini, Roma. Foto di Giorgio Benni. Courtesy dell’artista; Galleria Eugenia Delfini

La similitudine sembra confermata dalla presenza in mostra di due disegni appartenenti a La dea crea il padre, serie che rielabora il mito teogonico di Atena invertendone di fatto svolgimento ed esito: contrariamente alla tradizione, che la vorrebbe nata già adulta e armata dalla testa di Zeus, la dea greca appare quale generatrice di quest’ultimo, figura titanica e nuda che partorisce un piccolo corpo inerme e scosso. 
Nel contesto dell’esposizione, soprattutto in relazione alle sculture, l’omuncolo non incarna soltanto la divinità suprema, ridotta ora a una creatura spaurita, ma è il prodotto di quello stesso atteggiamento riflessivo, insieme propositivo e autosabotante, posto a fondamento del progetto. 

Lucia Leuci, La dea crea il padre (1, Voglio catene), 2026. Acrilico su carta, 23 x 31,5 cm. “Le 3:17”, 2026. Galleria Eugenia Delfini, Roma. Foto di Giorgio Benni. Courtesy dell’artista; Galleria Eugenia Delfini

La ripetizione e l’addensamento dello Sciame trova un corrispettivo nella pratica su carta, reiterata quasi ossessivamente a partire da un unico soggetto e introducendo minime variazioni. Colore e pennello restituiscono alla mano di Leuci l’immediatezza che la fusione in bronzo limita, rendendo conto dell’urgenza che soggiace alla produzione.
Come in uno spettacolo di ombre cinesi, l’artista ha ricondotto il buio alla forma, creando un mondo che si riarticola al minimo movimento delle sue mani.