Ritratti: Jacopo Belloni

di | 30 giu 2026
Jacopo Belloni. Foto di Greg Clément

Ecco il Nuovo Mondo!, grideremo sconcertati ma entusiasti. Abbiamo scoperto il Nuovo Mondo! 
Eh no, dirà il Coyote. No, questo è il vecchio mondo. 
Quello che ho fatto io. 
L’hai fatto per noi!, grideremo, stupiti e grati. 
Non mi azzarderei a metterla così, dice il Coyote. 

Ursula K. Le Guin,
Una visione non-euclidea della California come luogo freddo.

Comune alla maggioranza delle culture native americane è una figura antropomorfa, spesso assimilata a quella del Coyote, foriera di caos. Nota anche come trickster, rappresenta l’entropia e l’inganno, smuove il placido fondo su cui poggiano le fondamenta della società. Mediante il disordine si manifesta però quale forza generatrice, in grado di svelare la fallacia, o perlomeno la contraddizione, che nutre ogni tentativo di ricondurre la realtà entro rigide strutture di pensiero o categorie. 
È la rivoluzione incarnata, il cambiamento capace di introdurre quanto, prima del suo intervento, appare inimmaginabile o confinato nel reame dell’inattuabilità.
Il lavoro di Jacopo Belloni sembra muoversi nella stessa direzione: escogita piani per minare l’utopia, ideale precipitato del pensiero unico, e illustra come ogni Nuovo Mondo equivalga di fatto a una riconfigurazione dei precedenti.
Analogamente al trickster, l’artista ricorre all’artificio, più in generale alla dimensione teatrale e narrativa, al fine di evidenziare la ricorrenza di specifiche forme psichiche nella produzione e nei fenomeni culturali. Non è perciò un caso che ritualità e pensiero magico costituiscano i suoi principali oggetti d’indagine, corrispondendo di fatto anche a codici linguistici ed estetici. Nella diacronia, nel loro sottrarsi al tempo della storia per scongiurare l’imprevedibile, vale a dire la potenziale “crisi di presenza”, è già contenuta una promessa di eternità, formulata per mezzo della reiterazione di gesti e pratiche.
La forma che rito e magia assumono nella sua produzione, tuttavia, non è puramente citazionista, intrisa di nostalgia. Al contrario: l’obiettivo è rintracciare le manifestazioni di queste ultime nella contemporaneità, individuarne le mutazioni in un contesto che, ancorato alla tradizione positivista, si riconosce esclusivamente nella logica e nel puro calcolo. 

Jacopo Belloni, Girigogolo, 2024. “True Colors”, 2025. MAXXI, L’Aquila. Foto di Jacopo Belloni

Si vedano in questo senso Girigogolo e L’Orso Stralunato (2024), esiti della ricerca condotta al Museo delle Civiltà di Roma e dedicata allo studio delle celebrazioni agropastorali italiane. Realizzate con il coinvolgimento di un laboratorio di restauro specializzato in sartoria teatrale, le sculture antropomorfe plasmano, a partire da iconografie pregresse, un nuovo immaginario, aggiornato nel vestiario come negli atteggiamenti: tute acetate accolgono automi intorpiditi, animati da passioni tristi, “inceppati” nella ripetizione di movimenti dettati dall’impazienza o dalla noia. Alla cristallizzazione, condizione comune ai manufatti musealizzati, si sostituisce la rinegoziazione simbolica, necessaria per preservare l’efficacia del rito e per garantirne altresì la sopravvivenza. 

In Drollery (2023) è l’archetipo dell’uomo selvatico a essere attualizzato.
Personificazione dello stato di natura arcadico, di un’Età dell’oro antecedente al conflitto, emblema di rinascita in occasione di feste o parate carnevalesche, questa figura veste ora i panni del business man, icona del culto economico, il cui vocabolario e carattere speculativo presentano inaspettati punti di contatto con il pensiero religioso, escatologico e superstizioso. 
Il titolo della serie, mutuato dalle decorazioni situate a margine dei manoscritti gotici, ne lascia prefigurare la collocazione ai limiti del contesto espositivo; d’altra parte, la posizione sopraelevata rispetto al pubblico tramuta l’originaria subordinazione in dominio: volti composti di seriche foglie, delimitati da colletti bianchi, ci scrutano, e alle volte sogghignano, forse dell’illusoria convinzione umana di potersi affrancare dalla dimensione rituale e mitopoietica. 
Da queste ultime Belloni sembra allo stesso modo trarre un approccio animista, riconoscendo agli oggetti e agli strumenti di cui ci serviamo, la capacità di agire, di influenzare attivamente il nostro ambiente e operato. 
Nei progetti più recenti le sculture assumono qualità e abilità umane, nonché forme organiche. 
Se nel Falò Chiacchierone (2024) il fuoco, primordiale dispositivo per la condivisione di saperi e storie, risulta già dotato di eloquio, in Confabula (2025) esso trama un piano per incendiare lo spazio che lo ospita. La sua personalità si complica a tal punto da sviluppare una coscienza di classe: alla presenza dei visitatori, le stufe che compongono l’installazione si limitano a conversare intorno a futili argomenti. In assenza di essi, invece, il tono delle loro voci diventa diabolico, scambi di battute sull’oroscopo si trasformano in istruzioni per costruire bombe o critiche sull’operato delle istituzioni culturali.
Al pari del suono, la forma anima le scocche di acciaio ed evoca sembianze umane o animali. 

Jacopo Belloni, Dormancy, 2026. “(Future) Paradise Gardens”, 2026. Biennale Gherdëina 10, Santa Cristina, Bolzano. Foto di Tiberio Sorvillo

Dormancy prende invece avvio dall’analisi delle relazioni che legano l’umanità al regno vegetale, indagando nello specifico le proprietà calmanti e soporifere di piante come la camomilla o il cirmolo. 
Avviato nel 2025, il progetto include due nuovi cicli scultorei, uno dei quali ha previsto la costruzione di quattro alambicchi che, attivati nel contesto di mostra, mutano temperatura e odore della stessa, condizionando il comportamento dei suoi avventori.

Jacopo Belloni, Hypnos, 2025. “Jardins Défiants (Defiant Gardens)”, 2025. Halle Nord, Ginevra, Svizzera. Foto di Thomas Maisonnasse

Realizzati in vetro o in rame, i lavori istituiscono un’analogia tra corpo organico e meccanico: nel caso di Hypnos (2025), le estremità dei condensatori appaiono ciliate, dotate di piccoli occhi che esplicitano il nesso tra lacrimazione e distillazione.
Nel caso di Nenia (I-II-III) (2026) l’impiego del metallo permette la creazione di curve simili a steli di glicine o zampe di insetto, mentre la sospensione dei condensatori produce una leggera oscillazione, ulteriore suggestione di agentività. 

Al pari della funzione, la natura metamorfica delle sculture comprova la presenza, nel lavoro di Belloni, di una matrice trasformativa: qualsiasi sistema, sia esso meccanico o culturale, implica in effetti un movimento dialettico che conserva, nella perpetua ricombinazione, tracce del passato. 
Il Vecchio Mondo sopravvive nel Nuovo. 

Per saperne di più

Giulia GaibissoJacopo Belloni