Ritratti: Chiara Enzo

di | 22 mag 2026
Chiara Enzo. Courtesy dell’artista

Nel corso di una telefonata in cui mi racconta della sua relazione con la pittura, della gestazione che accompagna la produzione di ogni opera, delle esitazioni, dei dubbi sorti lungo il processo, Chiara Enzo fa riferimento alle sue mani come a un appiglio. Nei momenti in cui necessita di concentrazione o avverte distacco dal proprio lavoro, le osserva per poi ritrarle, le rende misura di tutte le cose, strumento mediante cui ristabilire un contatto con ciò che è posto al di là della sua pelle. 
«La presa di possesso del mondo esige una sorta di fiuto tattile», scriveva Henri Focillon in Elogio della mano (1939), esplicitando un dato comune tanto ai generali processi di esplorazione e apprendimento, quanto all’esperienza artistica. Pur ricorrendo a una visione lenticolare e chirurgica, che indurrebbe ad analizzarla in termini puramente visivi, la ricerca di Enzo si motiva e sviluppa precisamente da un’esigenza tattile e corporea, rilevabile in una prospettiva non solo iconografica ma anche e soprattutto metodologica.

Chiara Enzo, Chest, M., 2024. Acquerello, pastello e matite colorate su carta applicata su tavola lignea, 21,9 x 24,5 cm. Courtesy Private Collection, London

Il supporto equivale a un’epidermide: è una superficie mediante cui entrare in relazione con l’alterità, sondarla, cercare in qualche modo di assorbirla. È uno strumento conoscitivo e interpretativo, al pari del disegno e della pittura, tecniche che permettono di dilatare temporalmente l’analisi e di scandagliare il soggetto al fine di restituirne un’immagine accurata. 
Il formato adottato non è mai superiore alle dimensioni del volto umano e la disposizione delle opere, collocate ad altezze e distanze differenti, trasforma la dimensione pittorica in ambientale, interpellando il corpo di chi osserva: alla prossimità, che consente l’esame del dettaglio, delle minime variazioni cromatiche e luminose, segue una necessaria “presa di distanza”, tramite la quale è possibile rilevare la natura installativa di ogni intervento, composto da una costellazione di frammenti. 

Significativo è in questo senso Letti – in una stanza (2017-2018), in cui il posizionamento dei due quadri entro la medesima cornice ne impedisce la visione simultanea, obbligando i visitatori a effettuare un movimento di rotazione. Oppure Conversation Piece, allestimento elaborato in occasione della 59. Biennale d’Arte di Venezia, dove ventuno lavori appaiono quasi sospesi rispetto al fondo della parete, incuranti dello standard espositivo che li vorrebbe collocati lungo una stessa linea e tutti, analogamente, accessibili allo sguardo. 

Chiara Enzo, Senza titolo (Gambe, F.), 2022. Acquerello, pastello e matite colorate su carta applicata su tavola lignea, 10 x 10 cm. Courtesy The Tony and Trisja Podesta Collection, USA

Lividi, cicatrici, imperfezioni della pelle, momentanee marcature causate da indumenti troppo aderenti, segnano i corpi ritratti come la mano dell’artista segna la carta, suo supporto d’elezione. Visioni ravvicinate isolano allo stesso modo particolari di ambienti: dai già citati Letti, sui quali sembra di poter avvertire la pressione e il calore di chi vi giaceva, a Lavabo (2022), Neon spento e Pareti (2018), in cui l’inquadratura, simile a uno sguardo assorto, si sofferma su luci di emergenza o angoli di stanze privi di alcuna personalizzazione. 
Ritratti dal vero o prelevati da riviste, social media e manuali di medicina, questi soggetti si caratterizzano per la capacità di apparire intimi e al tempo stesso repulsivi, perché dotati di una nitidezza tanto realistica da risultare innaturale. 

Chiara Enzo, Conversation piece, 2018-2022. “The Milk of Dreams”, 2022. 59. Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia. Foto di Roberto Marossi

La resa fotografica non ambisce tuttavia a generare un simulacro “più reale del reale”: corrisponde piuttosto a una preventiva ammissione di parzialità, prodotta dalla consapevolezza dell’irriducibilità del fenomeno alla sua rappresentazione, della distanza che separa la percezione della realtà da quest’ultima. 
Non è dunque un caso che l’artista opti per immagini la cui bassa risoluzione consente un margine interpretativo e inventivo, sia a livello cromatico che segnico. A essere descritto non è il mondo, ma la sua mediazione: tanto vale rinunciare a ogni pretesa di esaustività da parte della forma, sin dal suo abbozzo.
Lungi dal costituire una contraddizione, l’impiego di un linguaggio aderente all’apparenza delle cose permette a Enzo di manifestare il limite intrinseco all’interpretazione mimetica della pittura e all’idea del quadro come “finestra sul mondo”.  

Chiara Enzo, Neon spento, 2018. Pastello e matite colorate su carta applicata su tavola lignea, 10,8 x 10,8 cm. Courtesy Private Collection

Per saperne di più

Chiara EnzoGiulia Gaibisso