Luca Trevisani alla Casa Museo Jorn: le impronte delle Grotte di Toirano diventano sculture

di | 06 lug 2026
Luca Trevisani, “Kotykeye”, 2026. A cura di BLU – Breeding and Learning Unit. Casa Museo Jorn, Fondazione Museo della Ceramica di Savona. Foto di Andrea Rossetti 

Ci sono mostre che parlano di oggetti e mostre che parlano di relazioni. Poi esistono progetti più rari che sembrano utilizzare gli oggetti per arrivare altrove, verso una zona più instabile in cui le categorie attraverso cui organizziamo il mondo iniziano a perdere consistenza. “Kotykeye”, il progetto di Luca Trevisani presentato alla Casa Museo Jorn di Albissola, appartiene a questa specie. Le sculture in grès che costituiscono il nucleo visibile della mostra non coincidono infatti con il lavoro nel suo complesso; ne rappresentano piuttosto una condensazione temporanea, una soglia materiale attraverso cui diventano leggibili questioni che riguardano la domesticazione, la memoria geologica, la convivialità, la trasmissione culturale e, più in generale, le modalità attraverso cui gli esseri viventi costruiscono forme di coesistenza.
La mostra costituisce l’esito di un progetto promosso da BLU – Breeding and Learning Unit, sostenuto dall’Italian Council e sviluppato attraverso una serie di tappe internazionali che hanno assunto la forma di attivazioni performative, incontri pubblici e banchetti. In questa traiettoria, l’opera non si è limitata a viaggiare da un’istituzione all’altra, ma ha progressivamente accumulato relazioni, usi, sedimentazioni e trasformazioni. Ciò che oggi appare nello spazio della Casa Museo Jorn porta con sé le tracce di questi attraversamenti: non soltanto come memoria documentaria, ma come componente costitutiva della propria identità.
A uno sguardo superficiale le opere potrebbero apparire come organismi fossili, concrezioni carsiche, reperti provenienti da una temporalità remota o da un futuro ancora privo di nome. Le loro superfici sembrano essere cresciute piuttosto che costruite. Cavità, pieghe, escrescenze e porosità suggeriscono processi di accumulo e sedimentazione più che operazioni compositive. Non vi è nulla di monumentale in queste forme. Sembrano piuttosto appartenere a una famiglia di oggetti che ha trascorso molto tempo sottoterra, a contatto con l’umidità, con il passaggio degli animali, con la lenta pazienza della materia.
È precisamente qui che il progetto trova la propria origine.

Luca Trevisani, “Kotykeye”, 2026. A cura di BLU – Breeding and Learning Unit. Casa Museo Jorn, Fondazione Museo della Ceramica di Savona. Foto di Andrea Rossetti 

Nelle Grotte di Toirano, a pochi chilometri da Albissola, il tempo geologico ha compiuto uno dei suoi miracoli più discreti: trasformare un gesto effimero in una presenza permanente. Migliaia di anni fa alcuni esseri umani hanno attraversato una cavità lasciando impronte nel fango. Con loro, probabilmente, si muovevano alcuni cani o animali impegnati in quel lungo processo che avrebbe progressivamente trasformato il lupo in strumento, guardiano, poi collaboratore, e in fine membro della comunità umana. Oggi quelle tracce sopravvivono come una sorta di fotografia senza immagine, un archivio involontario di relazioni.
Le impronte di Toirano possiedono una qualità perturbante. Non mostrano semplicemente dei corpi. Mostrano delle dipendenze. Mostrano il fatto che nessuna forma di vita attraversa il mondo da sola.
La cultura occidentale ha costruito gran parte della propria architettura filosofica sull’idea di separazione. Natura da una parte. Cultura dall’altra. Umano da una parte. Animale dall’altra. Oggetto da una parte. Soggetto dall’altra. Per secoli queste dicotomie hanno funzionato come bussole, consentendo di classificare e amministrare la complessità del reale. Ma osservando quelle impronte qualcosa vacilla. Ciò che appare nella pietra non è la separazione, bensì il contatto. Ciò che rappresentano non è la distanza, ma l’interdipendenza.

Luca Trevisani, “Kotykeye”, 2026. A cura di BLU – Breeding and Learning Unit. Casa Museo Jorn, Fondazione Museo della Ceramica di Savona. Foto di Andrea Rossetti 

In questo senso “Kotykeye” potrebbe essere letto come un progetto sul fallimento delle categorie moderne. Le impronte conservate nelle grotte raccontano infatti una storia diversa da quella che la modernità ama raccontare a sé stessa. Non la storia dell’essere umano che si emancipa dalla natura attraverso la cultura, ma quella di una continua contaminazione tra mondi differenti. La domesticazione, che costituisce uno dei nuclei centrali del progetto, non coincide con il trionfo dell’umano sull’animale. È piuttosto una mutazione reciproca. Un processo attraverso cui entrambe le parti vengono trasformate.
Ogni addomesticamento è un negoziato biologico e affettivo. Nessuno addomestica senza essere a propria volta addomesticato. Se il cane diventa cane attraverso la vicinanza all’umano, anche l’umano diventa ciò che è attraverso la vicinanza al cane. Le specie non preesistono completamente alle relazioni che le legano. Vengono continuamente prodotte, ridefinite e riscritte da esse. Le tracce di Toirano documentano proprio questo momento vertiginoso: una soglia in cui identità apparentemente stabili si rivelano processi ancora aperti.
Infatti Trevisani non affronta questa materia come un archeologo. Non cerca di ricostruire il passato. Lo utilizza piuttosto come una macchina speculativa capace di destabilizzare il presente.
Le sculture non sono metafore plastiche delle grotte. Non illustrano le impronte. Sembrano invece emergere dalla stessa logica che le ha generate. Come le cavità carsiche, funzionano da luoghi di accumulo. Trattengono tracce. Registrano contatti. Assorbono residui. Sono oggetti che sembrano ricordare. L’impressione è quella di trovarsi di fronte a qualcosa proveniente da un tempo difficile da determinare. Potrebbero appartenere a un remoto passato archeologico oppure a un futuro postumano. Questa ambiguità temporale costituisce uno degli aspetti più interessanti del lavoro. Le opere non raccontano la preistoria, ma ne riattivano piuttosto alcune condizioni percettive e simboliche, producendo una temporalità stratificata in cui il remoto e il contemporaneo finiscono per sovrapporsi.

Luca Trevisani, “Kotykeye”, 2026. A cura di BLU – Breeding and Learning Unit. Casa Museo Jorn, Fondazione Museo della Ceramica di Savona. Foto di Andrea Rossetti 

La scelta della ceramica diventa allora decisiva. Pochi materiali possiedono una relazione così ambigua con il tempo. La ceramica nasce dalla trasformazione della terra ma conserva al proprio interno qualcosa della propria origine geologica. È simultaneamente minerale e tecnologia. Natura e cultura. Sedimento e progetto. 
Forse proprio per questo Albissola rappresenta il contesto ideale per un lavoro di questo tipo. La storia della ceramica albissolese è, in fondo, una lunga storia di attraversamenti. Una storia in cui artisti, artigiani, designer e architetti hanno costantemente messo in crisi le gerarchie che separano arti maggiori e arti applicate, funzione e rappresentazione, decorazione e scultura. In nessun altro luogo la materia ceramica appare così chiaramente come un territorio di negoziazione tra mondi differenti.
Impossibile poi, in questo contesto, non confrontarsi con la figura di Asger Jorn. La Casa Museo Jorn non è semplicemente il luogo che ospita la mostra. È una presenza attiva all’interno del progetto. Un interlocutore silenzioso ma costante e magistralmente scelto da Trevisani come il palcoscenico ideale per mettere in scena il suo racconto. Gran parte della ricerca di Jorn può essere letta come una critica sistematica alle forme di separazione prodotte dalla modernità. Non soltanto quella tra arte e vita, spesso evocata in modo generico quando si parla delle avanguardie, ma anche quelle tra produzione e immaginazione, ambiente e architettura, individuo e collettività.
La casa di Albissola rappresenta probabilmente la manifestazione più radicale di questa posizione. Non una casa decorata da un artista, ma una struttura che sembra essersi sviluppata secondo logiche organiche. Muri, mosaici, vegetazione, percorsi e superfici convivono all’interno di una configurazione che sfugge continuamente alla classificazione. Dove finisce il paesaggio e dove inizia l’architettura? Dove termina l’opera e dove prende avvio la vita quotidiana? Sono domande che Jorn non risolve. Preferisce mantenerle aperte.

Luca Trevisani, “Kotykeye”, 2026. A cura di BLU – Breeding and Learning Unit. Banchetto performativo, Casa Museo Jorn, Fondazione Museo della Ceramica di Savona. Foto di Benedetta Stefani 

Kotykeye sembra inserirsi precisamente in questa faglia. Le sculture non occupano semplicemente gli spazi della casa. Ne prolungano alcune intuizioni fondamentali. Come l’ambiente costruito da Jorn, anche queste opere sembrano provenire da una zona in cui le categorie non hanno ancora deciso cosa vogliono diventare. Tale condizione emerge con particolare forza nelle attivazioni performative che accompagnano il progetto. Nel corso delle diverse tappe internazionali le sculture sono state utilizzate durante una serie di banchetti conviviali. Il cibo viene disposto direttamente sulle superfici ceramiche. I partecipanti si raccolgono attorno alle opere. Le mani sostituiscono le posate. I gesti del mangiare, del servire e del condividere diventano parte integrante del lavoro.

Luca Trevisani, “Kotykeye”, 2026. A cura di BLU – Breeding and Learning Unit. Banchetti performativi, Académie Internationale de la Céramique, Ginevra. Foto di Benedetta Stefani 

A prima vista potrebbe sembrare una semplice e divertente strategia relazionale. In realtà ciò che viene messo in gioco è qualcosa di molto più profondo. Il banchetto costituisce una delle più antiche tecnologie sociali inventate dalla nostra specie. Ben prima della scrittura, delle istituzioni e degli stati, gli esseri umani si sono riuniti attorno al cibo per costruire alleanze, gerarchie, obbligazioni, memorie e cosmologie. La nutrizione è soltanto una piccola parte della storia. Le calorie, in fondo, sono l’aspetto meno interessante del mangiare.
Gli organismi si nutrono. Le culture mangiano. La differenza è decisiva. La nutrizione riguarda la sopravvivenza biologica. Il cibo riguarda la costruzione di mondi condivisi. Ogni pasto organizza relazioni. Stabilisce chi offre e chi riceve. Chi aspetta e chi viene servito. Chi appartiene e chi resta escluso. Il cibo non è mai soltanto materia da consumare. È una tecnologia politica ed esistenziale. In questa prospettiva le sculture di Trevisani cessano di essere oggetti esposti ed espositivi per trasformarsi in infrastrutture relazionali. Non rappresentano la convivialità. La producono. Non illustrano una comunità. La rendono temporaneamente possibile.
Le superfici ceramiche diventano dispositivi attraverso cui i corpi vengono riorganizzati nello spazio. Le distanze si modificano. Le attenzioni si riallineano. Il contatto viene redistribuito. L’opera non è più ciò che sta al centro della scena ma ciò che rende possibile una scena.

Luca Trevisani, “Kotykeye”, 2026. A cura di BLU – Breeding and Learning Unit. Banchetto performativo, Casa Museo Jorn, Fondazione Museo della Ceramica di Savona. Foto di Benedetta Stefani 

Da questo punto di vista “Kotykeye” può essere letto come una riflessione sull’impossibilità dell’autonomia totale tra soggetti.
L’individuo moderno, immaginato come soggetto autosufficiente, separato e indipendente, appare qui come una costruzione fragile. Ogni elemento del progetto sembra suggerire il contrario. Le impronte esistono perché una materia geologica ha deciso di conservarle. Le sculture esistono perché una tradizione ceramica continua a trasmettersi. Il cibo esiste perché reti biologiche, agricole, economiche e culturali lo rendono possibile. I corpi esistono perché altri corpi li sostengono.
Prima dell’individuo vengono le relazioni. Prima dell’identità vengono i desideri. Le sculture registrano tutto questo. Non come concetto astratto ma come esperienza materiale. Vengono toccate. Attraversate. Utilizzate. Si trasformano. Raccolgono residui. Conservano impronte sempre nuove. Diventano archivio di incontri.
In un’epoca caratterizzata da una crescente smaterializzazione delle relazioni, dalla trasformazione dell’esperienza in flusso digitale e dalla progressiva riduzione delle occasioni di contatto fisico, “Kotykeye” insiste ostinatamente sulla presenza. Sul tatto. Sul peso. Sul gesto. Come se ci ricordasse che ogni cultura nasce innanzitutto da una questione di corpi. E che forse, osservando le impronte lasciate da una famiglia preistorica e dal suo cane nel fango di una grotta, non stiamo guardando un passato remoto. Stiamo osservando una condizione che non abbiamo mai realmente abbandonato.
La storia raccontata da quelle tracce non riguarda l’origine dell’umanità. Riguarda l’origine e lo sviluppo della convivenza. Suggerisce che ogni forma di vita, umana o non umana, continua ancora oggi a essere il risultato instabile di una lunga e ininterrotta negoziazione con l’altro. Suggerisce che la questione decisiva non riguarda la definizione delle identità, ma la qualità delle relazioni che siamo capaci di costruire e coltivare. 

Dal 30 maggio al 25 agosto; MUDA, Casa museo Jorn, Via G. D’Annunzio 6, Albissola Marina; info