Non solo il suono, ma tutto il resto. ROMASUONA a Palazzo Esposizioni, Roma

Tutto inizia con Le stelle di Mario Schifano. Come a mettere immediatamente in risalto quel punto di contatto tra musica e arti, tra Roma e una certa idea espansa della musica. Non è un inizio puramente cronologico, anche perché la mostra “ROMASUONA. La musica in Italia 1970-1979”, a cura di Guido Bellachioma, con l’amichevole collaborazione di Pino Candido, presente in questi giorni al Palazzo delle Esposizioni, dichiara di occuparsi degli anni Settanta, ma tutto parte dal 1967. Più precisamente da un poster, quello dell’ormai storica serata al Piper del dicembre di quell’anno, per l’evento Grande angolo, sogni e stelle. Poi si possono ammirare i vinili della band, alcune foto molto pinkfloydiane e una piccola installazione a schermi.

Schifano rappresenta per questa mostra una soglia a tutti gli effetti. Non solo perché nel piano inferiore dell’edificio c’è in scena una sua retrospettiva molto ricca, che fa capire, tra le altre cose, quanto il suo sguardo fosse immerso in certe correnti controculturali molto affini alla musica, anticipatrici di molte visioni wave dei decenni a venire. Ma anche perché Schifano non voleva soltanto “fare un gruppo”, né semplicemente trasferire nel rock italiano il modello angloamericano dei Velvet Underground o dell’Exploding Plastic Inevitable warholiano. O meglio. Schifano si muoveva dentro un clima in cui il rock, tra Londra e New York, stava già uscendo dalla forma del concerto tradizionale. La Factory di Warhol, i Velvet, i light show psichedelici, il cinema underground, la nuova cultura dei club e tutto il resto, avevano già mostrato come la musica potesse diventare ambiente, caratterizzata non solo da suoni, ma da immagine e performance, qualcosa di molto situazionista. Schifano conosceva quel mondo; ma ridurre Le Stelle di Mario Schifano a una semplice versione italiana dei Velvet sarebbe troppo schematico. Più che un’imitazione, sembrerebbe una convergenza, interessata soprattutto al modo in cui questa sensibilità si potesse innestare dentro Roma: quella di usare il rock come spazio di sconfinamento, come superficie su cui far passare forme di socialità ancora difficili da classificare.



Tali forme caratterizzeranno con forza tutto il decennio a venire, e infatti la mostra, appena lasciata questa soglia schifaniana, entra subito nella questione decisiva dei luoghi. Forse il cuore vero della mostra; perché negli anni Settanta la musica non si capisce davvero se la si separa dai posti in cui veniva performata e vissuta. A Roma, più che altrove, i quartieri o le semplici strade erano mondi: ci si spostava di pochi chilometri e cambiava il senso di ciò che si ascoltava. Ma questo cambiamento c’è anche tra locale e locale, teatri, spazi occupati o club notturni. Ognuno corrisponde a una diversa idea di pubblico. Il Piper, per esempio, appartiene ancora alla Roma della notte pop e della mondanità sperimentale, della comunione tra arte e glamour. Il Palasport, al contrario, fa pensare alla massa giovanile, al grande concerto, all’arrivo in Italia dei gruppi internazionali; la musica come evento collettivo capace di misurarsi con un pubblico molto più largo. Tornano alla memoria antiche e mitiche ambientazioni ormai perdute, come il Folkstudio, il Kilt, l’Attico.

Ma oltre ai luoghi, dei quali la mostra costruisce alcune mappe, a risaltare è la qualità dei personaggi che li attraversavano. Colpiscono soprattutto le splendide foto, molte delle quali inedite, di Battiato, Alvin Curran, Francesco Di Giacomo e Venditti, tutti giovanissimi, inframmezzate dalle copertine di alcuni dei loro dischi, dai poster dei concerti e da alcune riviste, altro medium fondamentale del periodo – assieme alla diffusione delle radio libere.
C’è moltissima continuità tra la parte romana (I luoghi della musica a Roma) e quella nazionale (La musica attraversa l’Italia). Una sezione è dedicata ai cantautori, che nel periodo raggiunsero una maturità espressiva senza precedenti, un’altra alle band di rock progressivo, una terza alle radio libere e alla controinformazione.

L’ultima parte, I festival e le piazze, concentra il focus sul Festival internazionale dei poeti di Castelporziano (dal 28 al 30 giugno 1979). L’evento fu organizzato da Ulisse Benedetti, Simone Carella e Franco Cordelli, con il sostegno dell’Assessorato alla cultura di Roma, allora guidato da Renato Nicolini. Vi parteciparono poeti italiani (Dario Bellezza, Amelia Rosselli, Milo De Angelis, Valentino Zeichen) e star internazionali come William Burroughs, Allen Ginsberg, Lawrence Ferlinghetti e Brion Gysin; una sorta di Woodstock romana e caotica – se si vuole usare un’immagine comoda ma imperfetta –, con un pubblico che interveniva liberamente e in maniera molesta, fino al crollo del palco sulla sabbia. La scelta di chiudere la mostra con questo episodio sottolinea la fine simbolica di un’epoca di creatività collettiva e il passaggio agli anni Ottanta. A parte i due ideali eventi, iniziale e finale, la struttura non è lineare, e consente al pubblico di seguire un percorso fatto di tante immagini e suoni, o di ascoltare interviste e testimonianze di protagonisti e osservatori del periodo. I reperti sono parecchi, accanto ai dischi e agli strumenti, la mostra espone riviste storiche come «Ciao 2001», «Muzak» e «Gong», fanzine autoprodotte, biglietti di concerti (tra cui i festival Pop di Palermo e i live di Pink Floyd o Genesis al Palasport), fotografie scattate da archivisti e giornalisti dell’epoca. Molti reperti provengono dalla collezione privata di Guido Bellachioma (che ha curato anche la colonna sonora di circa trecento brani: dai classici rock‑blues alle canzoni dei cantautori, dal jazz rock alle prime sperimentazioni elettroniche) e da archivi pubblici.



Impossibile fare una mappatura dei dischi importanti degli anni Settanta su scala internazionale, ma anche soltanto in Italia. Molti dei linguaggi che ancora oggi strutturano l’ascolto popolare si consolidano o cambiano forma in quel decennio. Tuttavia, l’impressione, uscendo dalla parte più documentaria della mostra, è che il disco sia quasi insufficiente a contenere ciò che la musica era diventata. Non perché il disco contasse poco, anzi: ma perché intorno a questo si costruiva un ecosistema più largo, che non era solo suono, ma anche immagine. Era anche scrittura poetica e informativa, ed era molto, anzi moltissimo, anche politica. La musica era il collante di tante cose, ma è stato anche il cavallo di Troia per irrompere nei consumi di massa giovanili. Forse il disco, al di là del valore artistico indiscutibile di moltissimi di essi, era più legato a questa parte maliziosamente consumistica. C’era però tutto un contorno, tutto il resto. Questa mostra prova nel suo piccolo a raccontare le tante sfaccettature di quel contorno.
Dal primo maggio al 12 luglio; Palazzo Esposizioni, via Nazionale 194, 00184, Roma; info.