Guida all’ascolto. Suono e arti visive in Italia

Che senso ha, oggi, continuare a dividere arti visive e musica? Non è certo una novità che musei e fondazioni dedicati alle arti visive abbiano aperto le proprie programmazioni al suono, alla musica e alla performance. Negli ultimi anni istituzioni come Fondazione Antonio Dalle Nogare, Museion, OGR Torino, Triennale Milano o Fondazione Querini Stampalia, per citarne solo alcune, hanno fatto dell’ascolto un terreno di ricerca. Il suono entra negli spazi espositivi come pratica artistica e dispositivo percettivo, ma anche come modo di costruire lo spazio, coinvolgere il corpo e stabilire nuove relazioni con chi ascolta. È ancora possibile un “ascolto vergine”?
Ottobre sembra rendere questo confine ancora più difficile da tracciare. Basta guardare a ciò che accade nello stesso momento in Europa. Mentre Londra e Parigi entrano nel vivo della stagione delle grandi fiere, alla Tate Modern, Tarek Atoui, artista e compositore che da anni lavora tra installazione, performance, strumenti musicali e ricerca sonora, occupa la Turbine Hall. In Italia, Torino si prepara invece ad Artissima e, negli stessi giorni, a Club To Club: pubblico dell’arte e pubblico della musica attraversano la stessa città e spesso finiscono per coincidere.

Questa permeabilità tra arti visive e musica attraversa anche altri luoghi e formati: il 17 ottobre, a Villa Tasca a Palermo, l’Abdullah Miniawy Trio porta il live set in un contesto che mette in relazione musica, luogo e ascolto. A novembre, Correspondences Live di Soundwalk Collective & Patti Smith porta invece al Teatro Lirico di Milano l’estensione performativa e sonora della mostra “Correspondences”, presentata da Triennale Milano e Fondation Cartier pour l’art contemporain.

A Venezia, dal 10 al 24 ottobre, anche la Biennale Musica 2026 parte proprio dall’atto dell’ascoltare. Ispirata a “A Child of Sound”, all’ascolto vergine del bambino, libero da aspettative stilistiche e convenzioni culturali, guarda all’infanzia come luogo d’origine di un ascolto radicale. Sotto la direzione di Caterina Barbieri, il programma attraversa secoli, geografie e tradizioni facendo convivere musica colta e popolare, sperimentazione elettronica e saperi antichi: Bach con Sarah Davachi ed Ennio Morricone; il canto sacro con l’ambient e il noise; la tradizione gnawa di Asmaâ Hamzaoui con la scena singeli di Dar es Salaam. E anche qui il suono supera i propri confini: in As Nature di KMRU, sviluppata con Nick Verstand e Mareike Bode, la dimensione sonora incontra stimoli visivi e olfattivi in una performance multisensoriale. Molti degli appuntamenti si concentrano inoltre nella Sala d’Armi G dell’Arsenale, trasformata per l’occasione in “Origine”, uno spazio dedicato all’ascolto profondo, all’incontro e allo scambio, tra concerti, sessioni d’ascolto, proiezioni e conversazioni. Tra gli ospiti c’è anche Masaru Hatanaka del Nightingale di Tokyo, chiamato a curare selezioni musicali e visive. Una presenza che intercetta un’attenzione oggi sempre più diffusa verso la cultura dei listening bar, luoghi nati intorno a un ascolto consapevole e condiviso della musica, e che qui entra direttamente nello spazio della Biennale.

Le mostre e i progetti raccolti in questa selezione partono proprio da questa contaminazione, ma raccontano modi molto diversi di intendere il suono. Al Museion di Bolzano, la retrospettiva dedicata a RAMMELLZEE ricostruisce una pratica nata dall’intreccio tra graffiti, hip hop, linguaggio, performance e scultura. A Reggio Emilia, “A Series of Dreams” rilegge la fotografia di Luigi Ghirri attraverso il suo rapporto con la musica e con figure come Lucio Dalla, Gianni Morandi, Ron, Luca Carboni e i CCCP, fino a una collaborazione contemporanea con Iosonouncane. A Milano, la prima personale di Éric Baudelaire in un’istituzione italiana, “When There Is No More Music to Write”, alla Fondazione ICA, parte invece dall’incontro tra la ricerca cinematografica dell’artista e il percorso del compositore Alvin Curran, figura centrale della sperimentazione musicale internazionale e della scena culturale romana degli anni Sessanta e Settanta del Novecento. Immagini d’archivio, riprese in Super 8, registrazioni sonore, conversazioni, fotografie, partiture e un concerto d’improvvisazione trasformano la mostra in uno spazio di relazione tra suono, immagine e documento, interrogando anche la natura collettiva dei processi di produzione artistica. A Milano, con 40Hz, la musica diventa un vero campo di ricerca: frequenze, percezione e risposta psicofisica all’ascolto vengono indagate attraverso residenze artistiche e neuroscienze.

A Canelli, Jacopo Benassi, in dialogo con Ludovica Carbotta, porta il suono dentro la performance e la fotografia, lavorando con strumenti a fiato, distorsioni elettroniche e improvvisazione. A Torino, Evolving Soundscapes #4, public programme della mostra di Song Dong al MAO, allarga ulteriormente il campo dell’ascolto attraverso una programmazione distribuita tra il museo e altri luoghi della città.

Ad altre frequenze rispondono le sculture di Amalia Del Ponte, i cui litofoni rendono quasi impossibile stabilire dove finisca l’oggetto e cominci lo strumento musicale. Sempre a Milano, Nathalie Djurberg e Hans Berg costruiscono, con “Song of the Sirens”, un universo in cui animazione, scultura e composizione sonora sono inseparabili: le musiche di Berg non accompagnano semplicemente le immagini di Djurberg, ma ne determinano atmosfera, ritmo e tensione narrativa. Il suono diventa così parte della costruzione stessa dell’immagine e dell’esperienza dello spettatore.

Il 17 ottobre, a Napoli, il suono entra anche in un chiostro. Negli spazi della Fondazione Made in Cloister, ANOHNI, tra le figure più influenti della scena artistica e musicale contemporanea, presenta “Jesus as a Girl”, un artist takeover che fino al 6 marzo 2027 trasforma il chiostro cinquecentesco della chiesa di Santa Caterina a Formiello in un’esperienza immersiva fatta di luce, suono e immagini. Il progetto chiude RINASCITA (REBIRTH), il programma biennale della Fondazione sviluppato con nonlineare, e porta al centro temi che attraversano da anni la ricerca dell’artista: spiritualità, ecologia, vulnerabilità e relazione tra umano e non umano.

Del resto, parlare di suono significa inevitabilmente parlare anche di ascolto. Dall’“ascolto vergine” evocato dalla Biennale Musica all’eredità del Deep Listening di Pauline Oliveros, ascoltare non significa soltanto ricevere un suono, ma esercitare una forma di attenzione: allo spazio, al proprio corpo, agli altri e a ciò che normalmente rimane ai margini della percezione.
La selezione di ottobre appare dunque come un attraversamento del suono come esperienza estetica, corporea e relazionale. In queste pratiche la musica può diventare materia, ambiente, archivio, strumento o metodo di ricerca; può modificare uno spazio e il modo in cui il corpo lo attraversa. Arti visive e musica si contaminano. Vale allora la pena chiedersi cosa accade quando si incontrano.