Stella Honey. La fotografia di Tatia Franchetti Twombly da Treccani Arte a Roma

Tatia Franchetti, all’anagrafe Luisa Tatiana Franchetti (1924-2010), è stata una pittrice e fotografa autodidatta romana. Stella Honey era il soprannome con cui suo marito Cy Twombly la chiamava nelle lettere che le scriveva, ed è proprio questo appellativo a dare il titolo alla mostra inaugurata il 3 giugno presso lo Spazio Treccani Arte a Roma. Tatia possedeva una profonda sensibilità artistica. Dipingeva, fotografava, collezionava, osservava. Eppure, nel corso della sua vita, abbandonò più volte i propri mezzi espressivi. La mostra si concentra sulla fotografia, probabilmente il linguaggio che l’ha accompagnata più a lungo: una pratica intima e personale che oggi restituisce uno spaccato silenzioso ma potente dell’Italia del dopoguerra e del vivace ambiente culturale che la circondava.

Gli scatti esposti, realizzati tra il 1948 e il 1975 e rimasti per decenni chiusi in una scatola in soffitta, sono riemersi grazie al lavoro della nipote Maia. Raccontano viaggi, amicizie, vita familiare e frequentazioni artistiche. Dalla Grecia all’Egitto, dallo Yucatán a Cuba fino alla Florida, Tatia fotografa continuamente Cy Twombly, collocandolo tra rovine antiche, architetture naturali, giardini e paesaggi lontani. «Una cosa che mi colpisce molto è la naturalezza con cui Cy si lascia fotografare», racconta la curatrice Isabella Tucci. «C’è una grande scioltezza, una teatralità molto spontanea». Anche il bianco sembra essere un elemento condiviso tra i due: «Nelle opere di Cy ritorna continuamente il bianco; c’è un amore per il bianco che si vede già in molte delle fotografie di Tatia». Sul rapporto con Twombly la curatrice sottolinea: «Quello che abbiamo intuito, e su cui stiamo ancora lavorando, è l’esistenza di una vera alleanza intellettuale e collaborazione artistica. Oggi siamo fortunatamente abituati a riscoprire artiste rimaste a lungo ai margini delle narrazioni ufficiali, ma credo sia importante non cadere in una lettura troppo semplice. Non si tratta soltanto di una donna accanto a un grande artista, bensì di comprendere quale sia stato il suo contributo all’interno di una scena culturale e artistica molto complessa».

Il linguaggio fotografico di Tatia si costruisce attraverso luci, ombre, trame e tessuti. È uno sguardo estremamente attento alla composizione, alla materia e alle relazioni tra le forme. La ricerca dell’inquadratura perfetta era una costante della sua pratica: spesso si arrampicava sugli alberi per trovare l’angolazione giusta, la luce migliore e l’equilibrio ideale della scena. I soggetti che sceglieva di fotografare possono essere letti quasi come autoritratti indiretti. Attraverso i luoghi che amava e le persone che ritraeva emerge progressivamente la sua personalità. Tra questi luoghi, la Val Gardena occupa una posizione centrale. Le montagne ritornano continuamente nelle immagini, insieme ai funghi, alle escursioni e alla vita all’aria aperta. Era una raccoglitrice appassionata e profondamente legata a questo paesaggio. «Non a caso Cy la chiamava little lady of the mountains», racconta Tucci.




Anche i bambini costituiscono un nucleo importante della mostra. «Ho sempre avuto l’impressione che Tatia avesse con loro una scioltezza particolare, forse diversa da quella che aveva con gli adulti. Nei bambini trovava una dimensione di gioco e libertà che le permetteva di cogliere momenti quasi magici», racconta la curatrice. Le fotografie sembrano conservare qualcosa della loro immaginazione e del loro modo di abitare il mondo. L’ultima sezione della mostra conduce negli spazi più intimi della famiglia. Compaiono Cy, il figlio Alessandro, il fratello Giorgio e le persone più vicine al loro nucleo familiare. Le immagini restituiscono una dimensione domestica lontana dalle fotografie ufficiali che hanno contribuito a costruire il mito di Twombly. Nelle case romane di via Monserrato e via Belsiana, l’artista ritrae il marito e il figlio in momenti di silenziosa quotidianità. Se spesso Cy viene raccontato come un artista che affrontava il lavoro con intensa concentrazione, quasi come una lotta, queste fotografie ne mostrano un volto diverso: quello di un padre presente, affettuoso e sorprendentemente tenero.

Tatia non pubblicò mai queste immagini durante la sua vita. Eppure, quando la nipote Maia si trovò di fronte al suo archivio, rimase colpita dalla cura con cui era stato costruito. «Lasciò tutto perfettamente ordinato», racconta Tucci. Cartelle, date, luoghi e negativi erano organizzati con precisione. «Stampando queste fotografie ci siamo rese conto di quanto fossero state pensate per esistere come immagini. Per molto tempo le abbiamo conosciute soltanto attraverso i negativi digitalizzati. È stato nel momento della stampa, curata dalla mia collega Irene Bruni, che la loro forza è emersa pienamente. Sembrano fotografie che aspettavano di essere viste».

Alla fine del percorso resta soprattutto la sensazione di una presenza. La mostra prova a riportare alla luce una figura indipendente, complessa e difficilmente riducibile a una sola identità o a una sola pratica artistica. Una donna che ha partecipato pienamente al mondo culturale che la circondava e che oggi, attraverso queste immagini, torna finalmente a parlare con la propria voce.

Dal 4 giugno al 31 luglio; Spazio Treccani Arte, Piazza dell’Enciclopedia 4, 00186, Roma; info.