There Is A Truth. La pittura lacerante di Tracey Emin da Lorcan O’Neill a Roma

Il dolore trasformato, masticato e digerito è ciò che testimoniano le tele di Tracey Emin. Artista britannica nata a Londra nel 1963, tra le più importanti della sua generazione, ha saputo maneggiare i sentimenti più viscerali e conflittuali per l’essere umano, indagandone il disagio, la bruttezza e la goffaggine. Nelle opere di Emin, amore, ansia, sesso, maternità e lutto sono analizzati senza retorica, senza filtri che li rendano digeribili, ma anzi brutalmente tradotti in una pittura lacerante e lacerata.
Per la sua ottava mostra presso la Galleria Lorcan O’Neill, Emin pone ancora una volta al centro nient’altro che sé stessa e il suo vissuto, attraverso un corpus di opere interamente prodotto negli ultimi due anni, tra i suoi studi di Londra e Margate.
Una scultura di dimensioni monumentali sta al centro della sala, una figura femminile sgraziata e scomposta, accovacciata sul suo corpo sproporzionato. A quella sagoma fanno eco le tele attorno a lei, dove il corpo cambia posizione — ora sdraiato, seduto, inginocchiato —, ma emana un medesimo e costante senso di solitudine.

Il titolo “There Is A Truth” fa riferimento al potere lenitivo dell’arte di fronte al dolore, all’abbandono e al senso di inadeguatezza. Il processo creativo di Emin si fonda allora sul dato biografico, tanto soggettivo quanto universale. «Il mio rapporto con la mia arte sta decisamente migliorando, perché io la amo sempre di più. Non intendo che la amo perché è buona, intendo che la amo perché è realmente parte di me», ha dichiarato l’artista.
Il legame con la componente emotiva si fa quasi carnale, attraverso colature e striature di colore, contrasti tra pieni e vuoti, contorni nevrotici. Tutto nella sua pittura strilla, si agita, vibra di tormento e senso di irrisolto. Strabordanti senza essere barocche, essenziali senza essere minimaliste, le tele di Emin recuperano la radice espressionista e la esasperano con una narrazione diaristica e privata. Non è raro infatti trovare scritte a mano nelle sue opere, dove i due linguaggi – scrittura e pittura – si compenetrano senza sovrapporsi. In particolare in There Is A Truth, la tela che presta il titolo alla mostra, un lungo testo fa da sfondo al soggetto in primo piano: «Essere sicuri e coraggiosi, avere convinzione per tutto ciò che si ama, comprendere tutto ciò che ci spinge in avanti, rendere questo mondo brutto, schifoso, di merda, vile un posto migliore, senza la preoccupazione del passato. Fine».
Sono parole che fungono da testamento, manifesto e dichiarazione poetica, inserite in una tela in cui una forma triangolare nera avvolge un’esile figura umana che sanguina di contorni e colature rosse. Il contrasto tra la spinta vitale delle parole e la miseria psicologica del soggetto dipinto restituiscono la complessità intrinseca dell’arte di Tracey Emin, quella sorta di moto ondoso che oscilla tra energia e disperazione.

Dopo la grande retrospettiva italiana “Sex and Solitude” a Palazzo Strozzi lo scorso anno, e in concomitanza con “Tracey Emin: A Second Life”, visitabile per tutta l’estate del 2026 alla Tate Modern di Londra, la più ristretta selezione di opere presso la galleria romana consente di instaurare un dialogo più intimo e raccolto con la pittrice inglese: piccola finestra sul suo immenso diario visivo.
Dal 30 aprile a luglio 2026; Galleria Lorcan O’Neill, Vicolo Dei Catinari 3, 00186, Roma; info.