Giulia Monroy: come studio moy costruisce il pubblico dell’arte contemporanea a Palermo

di | 07 ago 2026
studio moy da Francesco Costantino, maggio 2026. Foto di Fausto Brigantino

Il progetto ideato da Giulia Monroy, studio moy, è un programma di visite negli studi di artiste e artisti che vivono a Palermo. Si tratta di piccoli incontri (mai più di una decina di partecipanti) pensati per favorire uno scambio diretto tra chi presenta il proprio lavoro e chi lo osserva. Per molte delle persone coinvolte, è spesso la prima occasione per parlare del proprio lavoro con un pubblico non specialistico, che a sua volta si avvicina per la prima volta al linguaggio della pratica contemporanea. Tale coinvolgimento e sensibilizzazione della comunità, in un contesto come quello di Palermo, diventano imprescindibili per la costruzione di un pubblico. In questo senso, bisogna ricordare che Palermo ha una storia unica nel panorama nazionale, avendo mancato il processo vissuto da molte altre città italiane a partire dalla fine degli anni Ottanta. Furono quelli gli anni in cui si coltivò una sensibilità verso il contemporaneo attraverso la nascita di musei, fiere e fondazioni dedicate all’arte contemporanea – istituzioni essenziali per costruire un sistema, e quindi un pubblico, e infine un gusto. Negli stessi anni, Palermo affrontava la cosiddetta Seconda Guerra di Mafia, un conflitto civile che avrebbe raggiunto il suo apice negli anni delle stragi, il 1992 e il 1993. Questo si tradusse in uno sfasamento rispetto al corso che il contemporaneo avrebbe fatto nel resto del paese. 
Progetti come studio moy vivono nel paradosso di essere originati da e per un contesto specifico, ma di rivelarsi capaci di produrre significato anche altrove.   

Giulia Monroy. Foto di Midge Wattles

Mariacarla Molè Com’è nato il progetto di studio moy? 

Giulia Monroy Prima di raccontarti di studio moy ho bisogno di fare una premessa sulla mia formazione. Mi sono laureata qui a Palermo in Progettazione degli spazi espositivi e allestimenti museali all’Accademia di Belle Arti. Dopo la laurea ho fatto uno stage a Berlino, dove mi sono fatta un’idea del funzionamento del sistema dell’arte cittadino e al mio ritorno a Palermo, che è la mia città, ho fatto un colloquio nella galleria di Francesco Pantaleone, dove ho lavorato per sette anni. È stata la scuola migliore che avrei potuto avere. Ho imparato tutto in galleria: il rapporto con il mondo dell’arte, del giornalismo e del collezionismo. Ho una grande stima per Francesco, trovo che abbia avuto molto coraggio ad aprire una galleria in una città in cui non c’è una sensibilità radicata per l’arte contemporanea come in altre città d’Italia. Dopo l’esperienza in galleria, per tre anni sono stata assistente alla curatela e alla produzione a ZACentrale, il progetto di Fondazione Merz a Palermo. In quegli anni ho avuto la fortuna di lavorare nella mia città a mostre di figure internazionali come Lawrence Wiener, Alfredo Jaar, Lida Abdul, Voluspa Jarpa. Quelli con le loro opere sono stati incontri incredibili che mi hanno dato molto e per cui sono molto grata. Se vado a ritroso nella memoria, un incontro fondamentale, quando ero ancora studentessa in Accademia, è stato quello con Paolo Falcone, un curatore molto attivo nella scena palermitana. Fu tra i primi, negli anni Novanta, a vedere nei Cantieri Culturali alla Zisa – allora un’area industriale in abbandono – ciò che sarebbero potuti diventare: propose l’idea al Comune di Palermo, e da lì nacque uno dei poli dell’arte contemporanea più importanti della città. Curò poi la prima grande antologica palermitana di Letizia Battaglia, una mostra che poi andò al MAXXI di Roma e ora gira il mondo. Ma forse l’incontro che è arrivato prima di tutti è stato proprio quello con Letizia: è stato lì che ho capito di voler lavorare con artisti e artiste e di voler essere di supporto al loro lavoro.
Ti ho detto tutto questo per raccontarti di come ho capito di voler fare questo lavoro, e di quanto mi senta fortunata a farlo nella mia città e ad avere una lente privilegiata su come Palermo viva il contemporaneo, dove le istituzioni sono più focalizzate su un altro tipo di patrimonio. 
Un altro progetto di cui vado molto fiera e del quale ho curato la produzione è “Crossing Borders, Popoli in movimento” della Fondazione Ghenie Chapels, in collaborazione con l’Università degli Studi di Palermo. Per questo progetto, la curatrice Alessandra Borghese ha invitato Claire Fontaine, Yuri Ancarani, Paolo Pellegrin, Francesco Vezzoli, Loredana Longo e Adrian Ghenie a lavorare sul tema delle migrazioni. Le opere prodotte sono state installate all’interno del Dipartimento di Giurisprudenza, in via Maqueda, con l’idea di costruire un museo diffuso capace di radicarsi nella città e di parlare alle nuove generazioni di studenti.

M.M. So che non siamo ancora arrivate al momento in cui fondi studio moy, ma ti interrompo perché mi arriva molto forte un senso di profonda gratitudine, come se il tuo progetto fosse prima di tutto un modo per restituire qualcosa alla città e a tutti gli incontri che sono stati fondamentali nel tuo percorso professionale. 

G.M. È così.

Giulia Monroy nello studio di naomore, giugno 2025. Foto di Simone Sapienza

M.M. Tornando alla genesi di studio moy… 

G.M. studio moy nasce quando smetto di lavorare in galleria e inizio a chiedermi quale sarà il mio prossimo passo. Non ti nego di aver pensato di aprire una mia galleria, ma ho pensato fosse inutile aprire un negozio dove non c’è mercato. E poi avevo un tarlo in testa. Non mi sono mai spiegata cosa non andasse in una città che non mostra interesse verso il contemporaneo. È una riflessione che ho condiviso con persone amiche, non necessariamente del mondo dell’arte. Persone che hanno studiato, viaggiato, vissuto all’estero e che sono tornate a Palermo. Ci siamo chieste cosa mancasse in città. Ero alla ricerca di un modo per avvicinare all’arte persone che non metterebbero mai piede in una galleria, perché la trovano respingente o perché non vi si sentono socialmente incluse – proprio come non entrerebbero in un negozio di moda d’alta fascia. A quel punto ho realizzato che la chiave per avvicinare i due mondi potesse essere quella, molto semplice, di parlare. Mi sono resa conto di preferire il tempo speso con l’artista, più di qualunque altra cosa. Sono quindi partita dalla formula che amo di più, quella dello studio visit, un momento di condivisione intima con l’artista, e ho pensato di condividerla con altre persone. Volevo condividere la parte più bella del mio lavoro: il dialogo a due con l’artista. Sono i momenti che più ho amato del lavoro in galleria: le fasi di produzione e allestimento precedenti all’apertura della mostra, uno dei momenti più delicati; ne ricordo di stupendi con Stefano Arienti e Eva Marisaldi.
Ho quindi formulato un progetto, totalmente autofinanziato, nella formula di modulo: ogni mese un focus e due studio visit per piccoli gruppi, all’inizio prevedevo una dozzina di partecipanti, ma col tempo mi sono resa conto che il numero ideale per mantenere un dialogo è tra cinque e sette. Per me resta poi un’occasione per continuare a fare ricerca sulla città e condividerla. 

M.M. Hai avuto delle sorprese in questi anni?

G.M. Una cosa che mi ha stupita, a cui non avevo pensato inizialmente, è quanto una formula del genere possa essere utile all’artista giovane che non ha ancora avuto molte occasioni per raccontare il proprio lavoro. studio moy è un ottimo esercizio in questo senso. È importante, specie per chi ha un tipo di pratica meno discorsiva, o per chi mostra maggiore timidezza. Per me è commovente vedere come l’artista diventi più forte nel proprio racconto. Anche perché, sai, Palermo è una città da cui passano moltissime figure internazionali del mondo dell’arte e può capitarti di incontrare il curatore tischi toschi di un’istituzione importante quando meno te lo aspetti e a quel punto devi mostrarti perfettamente in grado di comunicare la tua pratica.

M.M. E studio moy è lontano dall’essere tischi toschi che, dimmi se mi sbaglio, vuol dire “snob”? 

G.M. Esatto, e sì, studio moy vuole costruire uno spazio dove il dialogo possa essere informale ma profondo.

M.M. E che rapporto ha studio moy con la città?

G.M. studio moy ha avuto una collaborazione con Kulture Ensamble, un istituto culturale franco-tedesco gestito da Goethe-Institut e Institut français che cura un progetto di residenza: un modulo è stato dedicato a due loro residenti, Nicola Baratto e Magdalena Mitterhofer. Quell’occasione è stata utile per riflettere sullo studio come spazio itinerante, sullo studio come esperienza che porti con te fuori dallo spazio dello studio fisico. Un altro studio visit che, in maniera assolutamente differente, ha aperto una riflessione sulla città è stato quello del duo Aterraterra che non ha più uno studio perché il proprietario ha deciso di farne un b&b, una storia che racconta un processo di gentrificazione fuori controllo e la carenza di spazi per l’arte.   

studio moy da Chantal Criniti, dicembre 2024. Foto studio moy

M.M. Quale potrebbe essere l’evoluzione del progetto? Hai mai pensato di esportarlo? E potrebbe avere senso farlo? 

G.M. Sarebbe bello portarlo in altre città. Del resto, il modulo si presta a essere adattato a diversi contesti. Mi piacerebbe anche fare viaggiare studio moy, portarlo a visitare un’altra città, a una fiera e a fare studio visit altrove. 

M.M. Ti ringrazio per queste parole che leggo come una dichiarazione d’amore al tuo lavoro e alla tua città.

G.M. Sai, faccio parte di una generazione figlia delle politiche di Leoluca Orlando e sono parte di una società civile che ama Palermo e che tenta in tutti i modi di restare e restituire. La mia storia fa parte di una storia più grande, fatta dagli sforzi che altre persone hanno fatto. La mia preoccupazione intellettuale è il disinteresse cittadino nei confronti dell’arte e cercare di colmarlo è il mio obiettivo, che vivo come un dovere morale. Questa forse è stata la grande lezione palermitana, di essere eticamente e civilmente onesti, qualsiasi sia il proprio ambito. 
Quando si ha, si restituisce. Semplice.  

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