Oltre la città del tondino: il contemporaneo a Brescia

di | 15 giu 2026
Raùl De Nieves, Chip Star, 2026. APALAZZOGALLERY, Brescia. Courtesy dell’artista; APALAZZOGALLERY. Foto di Melania Dalle Grave, DSL Studio

Quella di Brescia con l’arte contemporanea è una lunga e fruttuosa storia d’amore. Ma prima di arrivarci il percorso è lungo, anche se non si direbbe, perché questa è una città che stupisce sempre chi, arrivando da fuori, si aspetta di trovare un luogo industriale e razionale, lontano dalla creatività, come spesso ci si immagina il Nord. 
Il sottobosco delle gallerie d’arte a Brescia è molto folto e vale la pena partire da Massimo Minini. Non è perfettamente in centro, e chi vi si imbattesse per la prima volta potrebbe ritenerla un po’ nascosta, là, in fondo al cortile dietro al cancello che affaccia su via Apollonio, proprio prima della galleria Tito Speri che porta verso i duomi di Brescia. Non ci si passa quindi davanti per caso, ma vale la pena cercarla sulla mappa, perché è dal 1973 che porta l’arte concettuale (ma non solo) in Italia. Il fondatore Massimo Minini ha compiuto ottant’anni nel 2024, lo spazio ha più di cinquant’anni e da mezzo secolo i bresciani sanno che lì, troveranno ricerca, storia e novità, spesso intrecciate. Ne sono un esempio le ultime esposizioni: prima i decani dell’arte Sheila Hicks e Paolo Icaro, poi un’installazione del croato David Maljković. E nella scuderia Minini ci sono Anish Kapoor, Sabrina Mezzaqui, Vanessa Beecroft, Haris Epaminonda, Alberto Garutti, Carla Accardi, Giovanni Anselmo, Stefano Arienti, Giulio Paolini e Ariel Schlesinger, tra i tanti.

Sheila Hicks e Paolo Icaro, “Live Wires”, 2026. Veduta dell’allestimento. Galleria Massimo Minini. Courtesy degli artisti; Galleria Massimo Minini. Foto di Petrò Gilberti 

In centro storico, nello stesso edificio ma su due piani differenti, ecco due spazi che in qualche modo si possono definire eredi di quella scena artistica novecentesca che vide Minini protagonista. In corsetto Sant’Agata, proprio dietro piazza della Loggia, Dario Bonetta della A+B Gallery propone dal 2014 artisti di quella che chiama «nuova generazione», in particolare figurativi che si concentrano su pittura e scultura; al piano interrato Spazio Contemporanea di Fondazione Clerici – curato da Gloria Pasotti, Carlo e Carlotta Clerici – si concentra invece (quando non sulla stessa, vasta collezione Clerici, come accaduto per la recente esposizione “Che coraggio!” sulle autrici della Raccolta dei Campiani) su giovani e giovanissimi e sulle ricerche audaci. 

Ibrahim Mahama, Cause I Love You, 2024. “IF THESE ARE THE THINGS”, 2024. APALAZZOGALLERY, Brescia. Courtesy dell’artista; APALAZZOGALLERY. Foto di Alice Fiorilli

L’epicentro delle gallerie anti-white room è invece spostato verso piazzale Arnaldo, all’estremità orientale del centro storico. Tra piazza Tebaldo Brusato e via dei Musei si concentrano due realtà centrali per comprendere l’attuale scena artistica cittadina: APALAZZOGALLERY e Palazzo Monti. Pur con modelli differenti, entrambe testimoniano la capacità di Brescia di rinnovare una tradizione contemporanea che affonda le proprie radici negli anni Sessanta e Settanta, quando le gallerie della città ospitavano ricerche legate alla body art, alla performance, all’arte cinetica e programmata. Come per esempio la Nuovi Strumenti, dove Ketty La Rocca portò uno dei suoi ultimi atti creativi a pochi mesi dalla morte. APALAZZOGALLERY è il contrario di una white room. Affacciata su un grande rettangolo di castagni, si trova al primo piano di Palazzo Cigola Fenaroli ed è stata fondata nel 2008 da Francesca Migliorati e Chiara Rusconi. La linea curatoriale è non avere una linea definita, che però preveda quasi sempre inclusione e multiculturalità. Da qui sono passate Nathalie Du Pasquier (che accoglie i visitatori bresciani anche con l’installazione piastrellata all’ingresso della stazione della metropolitana Vittoria), Marta Pierobon, Nathalie Provosty, Olympia Scarry, Chiara Fumai, tra le tante. Tra le ultime esposizioni quella del bresciano Francesco Vezzoli (che ha firmato anche diverse installazioni contemporanee nel parco archeologico di Brixia Romana in via dei Musei), Ann Iren Buan, Ibrahim Mahama e Raúl de Nieves.

Galleria Palazzo Monti, Brescia. Veduta dell’allestimento. Foto di Piercarlo Quecchia, © DLS studio

Palazzo Monti si trova lì a pochi passi. Ma non si tratta di una galleria d’arte. Il progetto fondato da Edoardo Monti ha una vocazione meno espositiva, più orientata alla ricerca: si tratta di una residenza artistica che di tanto in tanto ospita anche esposizioni per mostrare ciò che gli artisti lì ospitati concepiscono e producono durante la loro esperienza bresciana. Monti arriva dal mondo della moda internazionale, ma nel 2017 ha deciso di tornare nella città natale riaprendo il palazzo di famiglia. Il progetto ha acquisito una visibilità tale da essere citato dal «New York Times» nell’articolo A Brief Guide to the Wide, Wild World of Art Schools and Residencies. Insieme ai suoi collaboratori Sole Castelbarco Albani e Luca Cremona ha fondato nel 2025 Fertile, spazio meno centrale ma con la stessa idea di portare gli artisti e i cultori in questa città di provincia che non pare più così provinciale dal punto di vista dell’arte contemporanea. In questo caso anche l’architettura è del tutto nuova: si tratta di una ex vetreria in via Arnaldo Soldini che è diventata grazie a loro un hub di creatività. Anche qui si promuovono residenze ed esposizioni, ma pure il contatto diretto tra gli artisti e le artiste e i collezionisti e le collezioniste, che a Brescia non mancano, a partire dallo stesso Massimo Minini per arrivare a una delle personalità più note in Italia, Umberta Gnutti Beretta, che oltre a collezionare ha offerto al pubblico la possibilità di vedere le opere d’arte da lei possedute aprendo lo Spazio Almag. In questo caso ci si deve spostare un po’ dal centro, a Roncadelle, negli uffici della sua azienda: all’interno di un grande spazio dedicato si trovano i grandissimi dell’arte accanto ai giovanissimi a cui lei tiene particolarmente. E ogni mese, su appuntamento, lo si può visitare.

“XXL”, 2025. Fertile, Brescia. Foto di Piercarlo Quecchia

In provincia Spazio Almag non è l’unico luogo da mettere su un’ipotetica mappa della contemporaneità: vi è anche la Collezione Paolo VI per l’arte contemporanea, il centro che sorge sulla casa natale di papa Giovanni Battista Montini, il pontefice che seppe riavvicinare gli artisti alla Chiesa cattolica promuovendo la raccolta d’arte contemporanea vaticana e favorendo il dialogo con il mondo dell’arte. Qui ogni anno si tiene il premio Paolo VI per l’arte contemporanea, dedicato ad autori e autrici attuali nelle cui opere trovano spazio spiritualità e anelito religioso. Qualche anno fa lo vinse il giovane Giovanni Stefano Rossi, altro artista che nel suo piccolo sta contribuendo a cambiare la faccia culturale di Brescia: ha da poco aperto uno studio-vetrina in corso Cavour, in centro, a pochissimi passi da un altro artista che ha deciso di puntare su una vetrina alternativa a quella digitale di Instagram, ovvero Carlo Maria, che di mese in mese espone le sue opere accostandole ai maestri del Novecento rivedendo ogni volta l’estetica delle vetrofanie. Addirittura Giovanni Stefano Rossi – riconoscibile per il gusto spiritual-pop e il colore blu – ogni maggio in questo studio organizza il Santo Rosario davanti a una sua scultura, la Madre azzurrissima.
Al Palazzo e a Fertile va aggiunto un terzo progetto: la curatela del Bunkervik in via Odorici a Brescia, un vero, vecchio bunker antiaereo che l’amministrazione ha riaperto da qualche anno proprio allo scopo di ospitare installazioni e performance. Nei mesi scorsi è stato indetto un bando per la gestione, assegnato a una cordata di giovani art worker guidati proprio da Palazzo Monti, che nei prossimi mesi allestiranno qui mostre dedicate in modo particolare ai sentimenti d’ansia dell’oggi e all’ecologia.
A Edoardo Monti, Sole Castelbarco Albani e Luca Cremona si aggiunge stavolta un quarto protagonista: Riccardo Angossini, founder della galleria The Address. Si trova in pieno centro pedonale, a due passi dai teatri e da corso Zanardelli, in via Felice Cavallotti: è in una vecchia banca degli anni Cinquanta e l’effetto degli allestimenti è sempre di gran fascino. Le mostre collettive o le personali sono dedicate solitamente ad artisti emergenti (o, al contrario, molto storici: l’ultima esposizione ha proposto Marion Baruch, decana dell’arte tessile) che esplorano temi attuali come ecologia, relazioni, politica e media digitali.

Marion Baruch, Leonardo Meoni, “Mi fa pensare a..”, 2026. Veduta dell’allestimento. Galleria The Address, Brescia. Courtesy di The Address

Una menzione speciale la meritano infine una delle gallerie più storiche, a cui va il merito di aver portato e di continuare a portare l’illustrazione a Brescia, ovvero l’elegantissima Galleria dell’Incisione in via Bezzecca; e l’ultima nata, Mutty Gallery, costola di Mutty Libreria a Castiglione delle Stiviere e nata dalle ceneri (molto fredde) della Wave Photogallery in via Trieste, per molti anni protagonista della fotografia a Brescia insieme a Ken Damy, al Museo nazionale della fotografia e alla Cavallerizza (di cui è stato presidente, fino alla morte nel 2025, Gianni Berengo Gardin).
La Brescia contemporanea non è vivace solo alla luce del sole, peraltro. Da qualche anno Fondazione Brescia Musei, il Teatro Grande e il Teatro Sociale, i due storici teatri, hanno avviato un percorso virtuoso riuscendo a fare della città un rispettabile e sofisticato polo della danza contemporanea, proposta sia sul palco, sia in spazi istituzionali dell’arte come la Pinacoteca Tosio Martinengo, il Museo di Santa Giulia e il tempio capitolino. Solo qualche nome degli ultimi cartelloni: Diego Tortelli (che qui è pure nato), Hofesh Shechter, la compianta Dada Masilo, Ohad Naharin, William Forsythe, Mamela Nyamza. Difficilmente Brescia si staccherà di dosso l’etichetta di città del tondino. Non è riuscita a farlo nemmeno la nomina a Capitale della Cultura nel 2023 con Bergamo (o quantomeno non del tutto). Ma l’evidenza non si può negare: la mappa è piena di tanto altro.

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