Ritratti: Margherita Raso

Margherita Raso (1991) vive e lavora tra Milano e Basilea. Dopo gli studi all’Accademia di Belle Arti di Brera ha conseguito un Master presso la FHNW Hochschule für Gestaltung und Kunst di Basilea. La sua pratica si sviluppa tra scultura, installazione, tessitura jacquard, suono e fotografia. Negli ultimi anni ha esposto, tra gli altri, alla GAMeC di Bergamo, alla Kunsthalle Basel, alla Kunsthaus Baselland, al MACRO di Roma, al Magazzino Italian Art di New York, alla Fondazione Arnaldo Pomodoro di Milano e agli Swiss Art Awards.
Margherita è nata a Lecco, sulle rive del lago. È un paesaggio che restituisce continuamente immagini leggermente diverse di sé: cambia con la luce, con il vento, con la stagione, senza mai perdere la propria identità. Più che cercare in questo paesaggio l’origine della sua ricerca, vale forse la pena osservare come molte delle sue opere condividano la stessa qualità. Non fissano mai una condizione definitiva; si concentrano sul momento in cui una forma, un materiale o un significato iniziano lentamente a trasformarsi.

Quando entra in uno studio, o in uno spazio espositivo, Margherita rivolge l’attenzione a ciò che normalmente rimane sullo sfondo. Le finestre, gli scaffali, le strutture di sostegno, gli strumenti, i dispositivi tecnici. Più che gli oggetti, le interessano le relazioni che li rendono possibili. È un’attitudine che attraversa tutta la sua pratica e che spiega perché il suo lavoro prenda spesso avvio da sistemi già esistenti, osservati, compresi e poi ricollocati in un altro contesto.
Margherita è una scultrice. È una definizione corretta, ma non basta. La scultura costituisce uno dei territori in cui si muove, non il principio che organizza la sua ricerca. Bronzo, alluminio, vetro, tessuto, carta o rame non vengono scelti per le loro qualità espressive, ma per le forme di conoscenza che custodiscono. Ogni tecnica incorpora una storia, un sapere, una precisa modalità di trasformazione. Margherita lavora dentro queste eredità senza trattarle come repertori da citare né come esercizi di abilità. Ciò che le interessa è capire come un procedimento continui a produrre significato anche quando viene sottratto al contesto per cui era stato concepito.

Vale anche per le tecniche che ritornano più spesso nel suo lavoro. La tessitura jacquard e la fusione a cera persa appartengono a mondi lontani, eppure condividono una caratteristica fondamentale: entrambe trasformano un’informazione attraverso una sequenza di passaggi in cui qualcosa si conserva e qualcosa si perde. Più che la permanenza delle forme, Margherita osserva la continuità dei processi.
A differenza di molti artisti della sua generazione, Margherita non cerca di inventare sistemi. Preferisce intercettarli. Un codice usato dietro le quinte di un teatro, la logica di un telaio jacquard, un procedimento metallurgico, una finestra, una credenza popolare. Li osserva mentre funzionano e li sposta appena, quanto basta perché rivelino qualcosa che, nel quotidiano, rimane invisibile. La sua autorialità non nasce dall’invenzione di un linguaggio, ma dalla capacità di riconoscere le possibilità ancora inespresse di linguaggi già esistenti e nel produrne di inediti.
Anche per questo ogni nuovo progetto coincide con l’apprendimento e lo sviluppo di una grammatica diversa. La padronanza non è mai il punto di arrivo del suo lavoro, ma la condizione che permette di avviare nuove possibilità di senso. Le tecniche non servono a consolidare un’identità autoriale; servono a metterla continuamente alla prova.

Questa disposizione emerge con particolare chiarezza in “the hearing eye and the speaking ear”. Grandi figure cave in alluminio convivono con fusioni dell’orecchio interno, una finestra ricostruita a partire da quella del suo studio e una composizione sonora intitolata Eight Types of Whistle. L’insieme non procede per associazioni simboliche, ma costruisce un sistema di corrispondenze nel quale corpo, architettura e tecnologia vengono osservati come dispositivi capaci di ricevere, trasformare e trasmettere informazioni. Lo spazio espositivo smette così di essere un semplice contenitore e diventa parte attiva dell’opera.
C’è un tratto che ritorna con insistenza nella ricerca di Margherita Raso: l’interesse per tutto ciò che normalmente resta fuori campo. Non l’immagine, ma il dispositivo che la produce. Non il suono, ma il sistema che lo organizza. Non l’oggetto, ma la tecnica che gli permette di esistere. Le sue opere spostano lo sguardo verso quelle infrastrutture della percezione che, proprio perché funzionano, tendono a rimanere invisibili.

Anche “Eight Types of Whistle” nasce dall’osservazione di un codice di comunicazione utilizzato dietro le quinte dei teatri. Una sequenza di fischi coordina i movimenti dei macchinisti senza interferire con ciò che accade in scena. Margherita trasferisce quel linguaggio nello spazio dell’arte mantenendone intatta la struttura. Qualche anno più tardi, durante una residenza in Giappone, scopre che lo stesso gesto assume un significato completamente diverso all’interno di un’altra tradizione culturale. Da questo scarto prende forma “Yet to Be Read or Seen”, dove la riflessione si allarga ai modi in cui conoscenza, esperienza e memoria si modificano attraversando codici differenti. La traduzione, qui, non riguarda soltanto le lingue, ma ogni processo attraverso cui qualcosa continua a esistere cambiando forma.

Margherita quando è al bar ordina quasi sempre un Martini Cocktail. È una delle poche abitudini rimaste dagli anni trascorsi a New York. Non racconta una nostalgia, ma una forma di continuità. Alcuni gesti sopravvivono ai luoghi che li hanno generati, modificandosi lentamente insieme a chi li ripete. Anche le sue opere sembrano comportarsi così: conservano la memoria dei contesti da cui provengono senza cristallizzarsi in semplici documenti di quelle esperienze, ma trasformandosi di volta in volta.

Margherita viaggia molto. Milano, Basilea, New York, Tokyo e Belgrado non costituiscono soltanto le tappe di un solido percorso internazionale, ma sono luoghi in cui il suo metodo viene ogni volta rimesso alla prova. “Tributary”, doppia personale con Michael Ray-Von tra Autokomanda e il Museum of Yugoslavia, nasce proprio da questa disponibilità a lavorare con ciò che il contesto offre: architetture, relazioni, tempi, competenze. L’opera non viene semplicemente collocata in uno spazio; prende forma attraverso lo spazio e insieme alle persone che lo animano.

Molti artisti costruiscono la riconoscibilità del proprio lavoro attraverso la ripetizione di un immaginario, di una tecnica o di un materiale. La continuità della ricerca di Margherita Raso risiede altrove. Nasce dalla capacità di riconoscere sistemi già esistenti, comprenderne le logiche e metterli in relazione senza ridurli a metafore. È una pratica che attraversa discipline differenti mantenendone intatte le specificità e che trova la propria misura in quello spazio, spesso impercettibile, in cui una forma, un gesto o un sapere iniziano a diventare qualcos’altro.