Reti e centri. Conversazione con Tatiana Palenzona e Amina Berdin sulla curatela indipendente e le geografie dell’arte contemporanea

Le fondatrici di MARES, Tatiana Palenzona e Amina Berdin. Foto di Lorenzo Morandi 

Dal 26 settembre al 10 ottobre 2026, il Complesso monumentale di Santa Croce a Bosco Marengo, in provincia di Alessandria, ospita “Tales”, mostra conclusiva della seconda edizione della residenza artistica promossa da MARES. Le opere site specific di Lucia Cristiani, Martina Ferrari, Benedetta Fioravanti e Krizia León Porta sono nate da oltre due mesi di ricerca a contatto con la storia, gli archivi, l’architettura del complesso e il territorio. 
Fondata nel 2024 dalle curatrici Tatiana Palenzona e Amina Berdin, MARES è una piattaforma indipendente che lavora con artisti e curatori emergenti mettendo al centro il rapporto tra produzione artistica, territorio e comunità. A partire da “Tales”, abbiamo parlato con le due fondatrici del loro modo di intendere la curatela, delle possibilità offerte dai contesti decentrati e della ricerca di modelli alternativi rispetto alle geografie consolidate e alle dinamiche produttive dell’arte contemporanea.

Complesso monumentale di Santa Croce, Bosco Marengo. Courtesy di MARES. Foto di Lorenzo Morandi  

Francesco Vitali Rosati MARES nasce nel 2024 come progetto indipendente. Da quale esigenza siete partite? A quali modelli vi siete ispirate, e in che rapporti vi ponete con i paradigmi contemporanei di curatela?

Tatiana Palenzona, Amina Berdin MARES nasce dalla volontà di offrire agli artisti emergenti tempo, risorse per la produzione, continuità nel confronto e la possibilità di sviluppare una ricerca a partire da un contesto specifico. Più che da un modello curatoriale da replicare, siamo partite dall’idea di costruire una struttura aperta, capace di modificarsi attraverso le persone, i luoghi e le pratiche che avrebbe incontrato.
Ci interessava inoltre mettere in relazione esperienze maturate in ambiti diversi del nostro lavoro, istituzionali e indipendenti, e capire cosa potesse nascere operando su una scala differente. La residenza è stata il primo dispositivo scelto, ma non pensiamo a MARES come a un progetto necessariamente legato a questo formato.
Il nostro modo di intendere la curatela parte soprattutto dal confronto con gli artisti, i luoghi e le persone che li abitano. Non ci interessa applicare un metodo a priori, quanto costruire una posizione a partire da ciò che incontriamo, mantenendo una responsabilità verso il lavoro degli artisti, i luoghi che ci accolgono e le relazioni che un progetto mette in moto.

F.V.R. Avete entrambe esperienze maturate in istituzioni e contesti internazionali, ma con MARES avete scelto di concentrare il vostro lavoro fuori dai grandi centri urbani. Che cosa può offrire oggi la provincia che una grande città non offre più, o offre con maggiore difficoltà?

T.P., A.B. Nei grandi centri l’offerta culturale è estremamente ricca, ma anche molto concentrata: lavorare fuori da queste geografie significa per noi rivolgere l’attenzione verso luoghi meno attraversati dai circuiti dell’arte contemporanea e capire che tipo di relazioni possano nascere a partire da lì.
A Bosco Marengo, la permanenza di tre mesi permette agli artisti di conoscere Santa Croce e il territorio attraverso una frequentazione quotidiana: incontrano persone, raccolgono racconti, tornano negli stessi luoghi e progressivamente ne modificano la propria lettura. Allo stesso tempo, la loro presenza introduce nel contesto nuovi sguardi e interlocutori. È uno scambio che richiede tempo e che, proprio perché avviene in un luogo dove progetti di questo tipo sono meno frequenti, può avere una risonanza particolare.
MARES mette così in relazione geografie e reti differenti. La provincia, in questo senso, non è per noi un’alternativa al centro, ma un luogo da cui possono originarsi nuove connessioni e traiettorie.

Krizia León Porta, El fin de la tormenta, 2026. Veduta dell’installazione. “Tales”, 2026. Complesso monumentale di Santa Croce, Bosco Marengo. Foto di Lorenzo Morandi 

F.V.R. Negli ultimi anni termini come “decentramento” e “territorio” sono diventati onnipresenti nel discorso culturale. Non c’è il rischio che la provincia diventi semplicemente un nuovo scenario per il sistema dell’arte, che continua tuttavia ad avere altrove i propri centri di produzione?

T.P., A.B. Il rischio esiste, ed è qualcosa con cui ci confrontiamo costantemente. La geografia italiana non si esaurisce nelle grandi città: è fatta di borghi, frazioni e piccoli centri che vivono uno squilibrio rispetto alle aree a forte produzione culturale, non per mancanza di potenziale, ma di infrastrutture.
Le strategie che mettiamo in campo non pretendono di essere una formula esportabile: sono risposte costruite a partire dal nostro contesto specifico. Ci affidiamo il più possibile a servizi e artigiani locali per la produzione delle opere; gli atelier sono visitabili su richiesta; portiamo pubblico dalle città limitrofe a scoprire il complesso e coinvolgiamo ogni anno le scuole del territorio con visite e laboratori. Quest’anno lanciamo inoltre un festival in collaborazione con Radici Urbane e Radic’Arte, due realtà locali attive rispettivamente nel cinema e nella danza e performance. È da queste interazioni, piccole magari, ma concrete, che crediamo si possa rendere la provincia un centro a sé, e non una succursale della città.
Ci ha colpito una riflessione di Adelita Husni-Bey, che ci sentiamo di parafrasare: siamo forse arrivati a un momento storico in cui è necessario fermarsi, radicarsi nei territori e costruire non solo progetti, ma anche relazioni durature.

F.V.R. Il Complesso monumentale di Santa Croce è un luogo dalla storia particolarmente stratificata: nato nel XVI secolo come convento domenicano, è stato poi deposito militare, ospedale, riformatorio minorile. Come siete arrivate a Santa Croce? E che cosa vi ha convinte che potesse diventare, o tornare ad essere, un luogo di produzione culturale e artistica?

T.P., A.B. Tatiana è cresciuta nelle vicinanze di Santa Croce, quindi la struttura le era già familiare: ne conosceva la storia, la situazione attuale e, soprattutto, ne aveva già intuito il potenziale. Quando ha mostrato il complesso ad Amina, abbiamo immaginato subito che un progetto di ampio respiro come una residenza d’artista potesse trovarvi una collocazione naturale.
Santa Croce è stato un polo di produzione culturale nel passato, per poi assumere connotazioni molto diverse. Le ex aule, i chiostri e le aree trasformate in atelier ci hanno fatto capire come l’inserimento di nuovi pensieri potesse reinterpretare questi spazi. Per noi la stratificazione storica genera una sorta di auto-mitologia, ricca e affascinante proprio perché fatta di tante memorie sovrapposte e non sempre distinguibili tra loro – ed è proprio questa fumosità, questo non sapere con esattezza dove finisce una storia e ne inizia un’altra, a rendere possibile immaginare nuovi futuri per il luogo.
L’architettura, la quiete, la scala degli spazi restano presupposti solidi per ospitare una nuova produzione artistica, questa volta contemporanea.

Benedetta Fioravanti, Us above the brutes, 2026. Veduta dell’installazione. “Tales”, 2026. Complesso monumentale di Santa Croce, Bosco Marengo. Foto di Lorenzo Morandi 

F.V.R. In “Tales” le artiste hanno lavorato direttamente con gli archivi, l’architettura e le memorie del complesso. Come si lavora con un patrimonio storico senza ridurlo a scenografia suggestiva? E, al contrario, quanto è il luogo stesso a determinare le scelte curatoriali e la produzione degli artisti?

T.P., A.B. Per noi il site specific non comincia con l’installazione dell’opera, ma molto prima, già nella ricerca. Uno dei prerequisiti della residenza è proporre un progetto che possa entrare in relazione con Santa Croce o con il territorio circostante. Durante i tre mesi questi progetti possono e devono cambiare, proprio perché il contatto prolungato con il luogo introduce elementi inizialmente imprevedibili.
Una delle condizioni per non ridurre un patrimonio storico a scenografia è accettare che il luogo opponga una certa resistenza. Santa Croce impone molti limiti: lavoriamo quasi esclusivamente con luce naturale, alcune stanze non possono essere utilizzate, altre conservano presenze architettoniche con cui è necessario confrontarsi. Cerchiamo di non neutralizzare questi vincoli, perché costringono noi e le artiste a osservare gli spazi con maggiore attenzione. Ci piace pensare che Santa Croce eserciti così una forma di curatela involontaria.
Allo stesso tempo, è fondamentale che sia il linguaggio dell’artista a incontrare la storia, non il contrario. Non chiediamo alle artiste di illustrarne le vicende o di produrre necessariamente un’opera “su” Santa Croce. La residenza nasce proprio in questa tensione: da una parte il luogo modifica inevitabilmente ciò che vi entra; dall’altra, le artiste introducono linguaggi e immaginari che prima non gli appartenevano. Più che determinarsi a vicenda, luogo e pratica artistica finiscono così per negoziare una forma temporanea di convivenza.

F.V.R. Costruire un modello indipendente significa fare i conti con le sue condizioni materiali. Come si rende sostenibile economicamente, tentando al contempo di mantenere l’autonomia curatoriale, un progetto di questo tipo? 

T.P., A.B. Scegliere di lavorare nel Complesso monumentale di Santa Croce è, da un certo punto di vista, una scelta culturalmente ecologica. Invece di cercare un nuovo spazio da occupare, lavoriamo all’interno di un patrimonio esistente che ha bisogno di essere attraversato, curato e riattivato. Il Comune di Bosco Marengo sostiene le iniziative che contribuiscono a mantenerlo vivo e tra noi si è creato uno scambio reciproco: MARES si prende in parte cura del luogo e allo stesso tempo può abitarlo senza sostenere uno dei costi che più gravano sui progetti indipendenti, quello dello spazio.
Questo naturalmente non significa che la sostenibilità sia risolta. MARES esiste grazie a una costellazione di fondi pubblici, fondazioni e sostegni privati. Cercare bandi e interlocutori compatibili con i nostri obiettivi è una parte meno visibile ma fondamentale della pratica curatoriale: consideriamo una nostra responsabilità creare le condizioni perché chi viene in residenza possa lavorare serenamente, essere retribuito e realizzare produzioni rilevanti.
Allo stesso tempo, per noi rimane imprescindibile che mostre, workshop, eventi e attività siano gratuiti, al fine di costruire una relazione reale con Bosco Marengo e con le persone che abitano il territorio circostante. Non pensiamo quindi all’autonomia come a una forma di autosufficienza: un progetto indipendente è inevitabilmente inserito in una rete di dipendenze. La questione è come costruirle e negoziarle senza lasciare che determinino le scelte curatoriali. Rimane una fragilità strutturale che non vogliamo nascondere: la sostenibilità economica non sta ai margini della curatela indipendente, ma ne determina le possibilità e l’orizzonte.

Lucia Cristiani, Living Mesh, 2026. Veduta dell’installazione. “Tales”, 2026. Complesso monumentale di Santa Croce, Bosco Marengo. Foto di Lorenzo Morandi 

F.V.R. Le vostre traiettorie accostano iniziative autonome a grandi progetti istituzionali: Tatiana lavora dal 2020 come Assistant Curator a Pirelli HangarBicocca, mentre Amina porta avanti una pratica indipendente tra curatela, ricerca ed editoria. Per una nuova generazione di curatrici ha ancora senso questa distinzione? E che cosa avete portato delle vostre diverse esperienze dentro MARES?

T.P., A.B. Forse oggi ha più senso pensare alla curatela istituzionale e a quella indipendente non come a due identità professionali contrapposte, ma come a due diverse condizioni di lavoro. Nel caso di Amina, la pratica indipendente ha significato sviluppare una forte componente produttiva e operativa; l’esperienza istituzionale di Tatiana ha invece consolidato un metodo di lavoro e una capacità di pensare i processi su scale e temporalità diverse. Alla base riconosciamo però lo stesso desiderio: lavorare a stretto contatto con gli artisti e costruire le condizioni perché un processo creativo possa essere condiviso con un pubblico.
Scherziamo spesso dicendo che MARES ha una doppia anima: da una parte seria e affidabile, dall’altra punk. Ma non sappiamo mai esattamente quale delle due provenga da dove. Alcune delle idee più punk sono nate dall’esperienza istituzionale, mentre lavorare indipendentemente ci ha spesso richiesto di essere estremamente responsabili e pragmatiche. È forse questo scambio a interessarci di più: evitare che l’istituzione coincida necessariamente con la struttura e l’indipendenza con la sperimentazione.
Con MARES ci interessa mantenere produttiva questa tensione: poter cambiare scala, contesto e modalità di lavoro senza pensare che farlo significhi necessariamente cambiare identità curatoriale.

F.V.R. MARES sembra nascere anche – o soprattutto – come tentativo di ripensare le geografie della produzione culturale. Qual è il passo successivo? Immaginate un modello capace di spostarsi in altri territori e patrimoni decentrati? 

T.P., A.B. Entrambe siamo nate e, in modi diversi, cresciute in provincia, per poi spostarci verso grandi città per lavorare nell’arte contemporanea. È una traiettoria quasi data per scontata nel nostro settore: con MARES ci interessa provare a rendere questo movimento meno unidirezionale. Non si tratta di “portare il contemporaneo” dove si presume che non ci sia, ma di capire che cosa possa diventare quando nasce da condizioni geografiche e relazionali differenti.
Santa Croce rimane per noi un luogo centrale e ci interessa immaginare per il Complesso anche formati diversi dalla residenza, magari interventi site specific più mirati e sviluppati nel tempo. Allo stesso tempo, non vorremmo che MARES coincidesse necessariamente con un solo luogo o formato. Ci interessa capire se la metodologia costruita a Santa Croce possa entrare in relazione con altri territori e patrimoni decentrati, senza diventare un format semplicemente replicabile.
Il passo successivo riguarda anche la scala internazionale. Quest’anno abbiamo iniziato invitando il curatore madrileno Jorge Van den Eynde, ma vorremmo costruire scambi sempre più bidirezionali: invitare artisti e curatori internazionali a conoscere territori italiani fuori dai circuiti abituali e creare occasioni perché ricerche italiane possano muoversi all’estero.
Forse è questa la geografia che vorremmo costruire con MARES: non un nuovo centro, ma una rete di movimenti. Fare in modo che lavorare dalla provincia non significhi necessariamente lavorare ai margini.