Vincenzo De Bellis racconta Art Basel: Basel Exclusive, il blocco dei prezzi e una fiera sempre più globale

di | 18 giu 2026
Vincenzo De Bellis partecipa alla serata degli Art Basel Awards a Miami Beach, presso il New World Symphony, Florida, 2025. Foto di Dimitrios Kambouris / Getty Images per Art Basel

Questa settimana Art Basel apre i battenti in Svizzera, in un mercato dell’arte che ha vissuto una prima metà del 2026 particolarmente interessante. La società ha ospitato con successo la prima edizione di Art Basel Qatar a febbraio, e le solide stagioni d’asta dello scorso novembre, trainate da vendite record di opere trofeo, sono andate avanti fino a maggio. Sta diventando evidente che il mercato attuale è sempre più polarizzato: la fascia alta rende bene, così come categorie più sicure – come quella degli Old Masters e dell’impressionismo –, mentre i mercati dell’arte contemporanea di livello medio ed emergente continuano a faticare. Questo divario è stato rimarcato all’inizio del mese, quando la mega-galleria Pace ha annunciato il licenziamento di cinquanta dipendenti e il taglio di altrettanti artisti dalla propria scuderia, e il CEO Marc Glimcher ha dichiarato che le gallerie hanno bisogno di una «correzione di modello».
In questo contesto, Art Basel ha impiegato l’ultimo anno a riorganizzare l’esperienza dei visitatori e a varare misure di supporto per i propri espositori. Per l’edizione svizzera del 2026, la fiera ha introdotto un blocco dei prezzi sulle quote degli stand, ampliato il programma di ingresso agevolato per gli espositori al primo e al secondo anno, e lanciato un modello di prezzi a scaglioni nel settore principale. Ha inoltre inaugurato Basel Exclusive, un nuovo programma su base volontaria attraverso il quale le gallerie si impegnano a non diffondere in anteprima digitale le opere selezionate fino all’apertura della fiera. Una scommessa consapevole, in un mercato saturo di PDF e anteprime Instagram, sul valore di vedere l’arte dal vivo.
«ARTnews» ha incontrato Vincenzo De Bellis, direttore globale delle fiere e responsabile artistico di Art Basel, alla vigilia dell’apertura, per discutere di cosa Art Basel stia cercando di risolvere e cosa no.
L’intervista è stata lievemente rimaneggiata per chiarezza e concisione.

ARTnews La prima cosa che vorrei chiederle riguarda Basel Exclusive. Quale problema stava cercando di risolvere? Perché introdurre questo programma adesso?

Vincenzo De Bellis Parto dall’ultima domanda. Ne parliamo internamente e con le gallerie da parecchio tempo. Fa parte del modo in cui continuiamo a far evolvere le nostre fiere – sempre in dialogo con i nostri protagonisti, che sono le gallerie. Le discussioni su Avant Première – per Art Basel Paris – e Basel Exclusive erano due facce della stessa medaglia.
La distribuzione digitale delle informazioni è un fenomeno enorme, e tutto sommato positivo. Nessuno intende negarlo: si raggiunge più gente, più potenziale di mercato. Gli strumenti digitali hanno indubbiamente aiutato il settore dell’arte. Al tempo stesso, l’arte è visiva ed è fatta per essere vista dal vivo. Sappiamo tutti che vedere un’opera dal vivo è diverso dal farlo attraverso un PDF. Su questo non si discute.
Basel Exclusive non nasce quindi per risolvere un problema specifico. Piuttosto, ribadisce il valore dell’esperienza diretta e della fiera come luogo in cui alcune opere vengono presentate al pubblico per la prima volta. È qualcosa che avviene comunque: anche quando le gallerie mandano anteprime, la fiera rimane il momento in cui si vedono fisicamente quelle opere, soprattutto nel mercato primario e, in alcuni casi, in quello secondario, dove i lavori non vengono presentati al pubblico da molto tempo. Volevamo semplicemente mettere in evidenza una dinamica che esiste già. Le gallerie mandano o no le anteprime a seconda di come gestiscono la propria attività, e noi volevamo dire alle persone: «A proposito, certe cose non potrete vederle se non venite a Basilea». Il fatto che oltre l’80% delle gallerie aventi diritto abbia scelto di partecipare significa che per loro ha senso. Non era obbligatorio. Come ho detto, deve avere senso per la loro attività. Se per loro funziona, allora funziona anche per noi. In caso contrario, non sono costretti ad aderire. Ma per molti è così, ed è per questo che abbiamo deciso di introdurlo.

Intervento site specific di Nairy Baghramian presso la Messeplatz. Art Basel, Basilea. Courtesy di Art Basel

ARTnews Ha detto che è su base volontaria e che l’80% ha aderito. Per il 20% che non lo ha fatto, ha ricevuto dei riscontri sulle loro motivazioni, sul perché non volessero farlo? Teme di creare una fiera a due velocità – dove tutti corrono verso le opere esclusive e magari non verso le altre gallerie?

V.D.B Non necessariamente. Penso che dovremo valutarlo dopo mercoledì, il secondo giorno VIP. Il nostro obiettivo non è certo creare una divisione, e non credo che andrà così, ma staremo a vedere. Ad oggi, centonovantatré gallerie su duecentoquaranta idonee hanno partecipato. Era aperto solo a quelle nel settore principale per un motivo: queste non sono presentazioni a progetto. Con questo tipo di presentazioni – in una categoria speciale o Unlimited – devi spiegare alle persone il progetto per comunicarlo e convincerle a venire a vederlo. Per questo l’abbiamo rivolto intenzionalmente solo al settore principale.
Per quanto riguarda chi non ha partecipato, dipende caso per caso. Alcune gallerie non ritenevano di avere qualcosa che si prestasse bene. La nostra richiesta era: dovete proporre qualcosa che rappresenti l’unicità della vostra galleria e di quell’opera in particolare. Non importa se si tratta di un lavoro su carta o di un dipinto. Art Basel non ha fornito linee guida alle gallerie se non che fosse un’opera importante per loro e che vogliono mantenere riservata fino all’apertura della fiera.
Nella maggior parte dei casi – soprattutto per il mercato primario – avevamo delle scadenze per promuovere il programma e annunciare i nomi degli artisti e delle gallerie, che in alcuni casi non erano sicure di quale artista promuovere maggiormente, ed è una loro decisione. Altre avevano delle idee, ma il conto vendita non è andato a buon fine, di conseguenza non sono riuscite a rispettare la scadenza. Quindi, le motivazioni erano varie. Qualcuno ha anche detto: «Ho tanti clienti dall’altra parte del mondo e voglio che siano a conoscenza di tutto quello che porto. Per me è importante. Continuerò a fare come ho sempre fatto». E noi abbiamo risposto: «Giusto così».

ARTnews Mi sembra che Basel Exclusive e Avant Première puntino a migliorare l’esperienza dei visitatori alle rispettive fiere. C’è una ragione particolare per cui ha scelto di portare Avant Première solo a Parigi?

V.D.B Ogni fiera va letta in modo diverso. Questo è un marchio globale – o, in mancanza di termine migliore, una piattaforma –, ma con cinque contesti diversi, ciascuno dei quali richiede un’attenzione specifica. La fiera di Basilea è la più grande. È quella con la più ampia varietà di linguaggi artistici e dove storicamente, e ancora oggi, ogni stand ha una qualità e un approccio di livello museale. Quindi l’esclusività – riservare certe opere solo a chi si reca in fiera – rispondeva proprio a questa specificità.
A Parigi abbiamo una sede molto importante, che presenta delle sfide legate alle sue dimensioni; Avant Première è stata pensata per questo. Se si ricorda le edizioni precedenti, tutti tendevano a concentrarsi negli stessi momenti, e dovevamo gestire la situazione per offrire la migliore esperienza possibile alle gallerie e ai loro clienti. Ogni fiera richiede quindi un approccio diverso.

ARTnews Sul tema di Art Basel Parigi e Basilea, negli ultimi anni si è molto discusso del fatto che i collezionisti si stiano orientando verso la prima città. Come pensa che la fiera principale possa mantenere la propria centralità nel calendario e il primato in Europa?

V.D.B Dopo cinque anni posso affermare che entrambe le fiere hanno una propria presenza distintiva. Si tengono in momenti diversi: Basilea è a giugno, mentre l’autunno è storicamente diviso tra Parigi e Londra, epicentro della stagione. Per noi le due fiere sono complementari. Potrebbe essere che alcune persone, soprattutto dagli Stati Uniti, si orientino più verso Parigi, ma al tempo stesso la fiera a Basilea adesso ha un approccio più globale – una presenza asiatica più forte, più collezionisti e gallerie dal Sud del mondo. Basilea si è trasformata nella più globale delle cinque fiere, per le sue dimensioni e per il modo in cui dialoga con la città.
Parigi è molto Parigi-centrica. Risponde a un contesto molto specifico, che è al tempo stesso storico e contemporaneo, straordinario. È una città fenomenale sotto molti aspetti ed è stata al centro del mondo dell’arte per secoli, ma è anche vero che parla a una cultura francese molto specifica. Ci sono molte gallerie che vengono dal contesto francese e che non troviamo necessariamente alle altre fiere. La distinzione è sufficiente. Sono entrambe in Europa, ma dopo cinque anni possiamo affermare con sicurezza che esistono ciascuna in modo autonomo. Naturalmente ci sono momenti in cui le persone scelgono di andare all’una o all’altra, o si spera, a entrambe.

Benoît Piéron per Sultana. Art Basel, Basilea. Courtesy di Art Basel

ARTnews La fiera di Basilea, come ha detto, è ben nota per presentare opere di qualità museale e lavori di altissimo livello provenienti dal mercato secondario. Le ultime due stagioni d’asta sembrano aver confermato questo desiderio di opere trofeo. Questo rafforza ulteriormente la posizione di Basilea? Cambiano il modo in cui cura la fiera e i consigli che dà alle gallerie su cosa portare?

V.D.B Le vendite recenti – ma anche le fiere recenti – confermano una polarizzazione molto netta tra il segmento alto del mercato e la scena più sperimentale ed emergente. Tutto ciò che sta nel mezzo è strutturalmente un po’ compresso, o vive una certa tensione. Al tempo stesso, quando parlo di opere di qualità museale, non mi riferisco necessariamente solo alla fascia alta. C’è una grande produzione artistica d’alta qualità a ogni livello, e la maggior parte delle gallerie di Art Basel si colloca nella fascia media del mercato. È la fascia più consistente non solo delle fiere di Art Basel, ma di quasi tutte le fiere del mondo, ed è fondamentale in quello che facciamo.
Alcune delle misure che abbiamo adottato negli ultimi mesi vanno proprio a sostegno di quella fascia media. Per l’edizione 2026 di Basilea, abbiamo introdotto un blocco dei prezzi e ampliato il nostro programma di ingresso agevolato, che prevede riduzioni del 25% per le gallerie al primo anno e del 10% per quelle al secondo. La fiera ha inoltre introdotto tariffe forfettarie più basse per molti settori speciali come Statements e Feature, e un modello di prezzi a scaglioni per il settore principale Galleries, dove gli stand più grandi pagano una tariffa al metro quadro più alta rispetto a quelli più piccoli.
Abbiamo adottato tutte queste misure per ribadire l’importanza di questi soggetti per la nostra piattaforma, e anche per alimentare il futuro della storia dell’arte. Senza queste gallerie non c’è un domani per ciò che un giorno diventerà storia. Questa è la nostra intenzione, pur riconoscendo che le due fasce del mercato che oggi ricevono maggiore attenzione dai collezionisti sono anch’esse molto importanti per noi: nessuno dimentica che la fascia alta del mercato va coltivata e sostenuta nelle nostre fiere, così come le gallerie più giovani. Dobbiamo rispecchiare le diverse componenti del mercato che rappresentiamo, ma voglio anche sottolineare che, poiché la parte più consistente è quella della fascia media, vogliamo assicurarci che queste gallerie – e i collezionisti che invitiamo – rispondano a questa esigenza specifica.

ARTnews A proposito, il più recente Art Basel & UBS Art Market Report ha registrato una forte crescita nei mercati degli Old Masters e dell’impressionismo. Sente il bisogno di rispondere a quell’interesse dei collezionisti? Cosa significherebbe per la fiera?

V.D.B I miei predecessori erano soliti dire che Art Basel è un riflesso del mercato e sul mercato. La risposta breve è che dobbiamo assolutamente essere molto reattivi a quello che succede. Sarebbe un errore il contrario. Al tempo stesso, dobbiamo trovare la modalità giusta che rispecchi l’identità di Art Basel e la sua storia, e che non replichi quello che altri stanno facendo in modo eccellente. Siamo attenti, osserviamo ogni sviluppo, e attraverso il rapporto sul mercato dell’arte abbiamo ottimi strumenti di analisi. Non posso dirle nulla di preciso adesso, ma le assicuro che ci stiamo lavorando.

ARTnews Ripensando ad Art Basel Qatar a febbraio, quella è stata una scelta abbastanza deliberata di discostarsi dalla struttura delle altre fiere, con un layout aperto, presentazioni monografiche e un tema centrale molto forte. Immagina che questo approccio possa influenzare anche le altre edizioni, sia a Basilea che a Parigi, o altrove? Vede la fiera del Qatar come una sorta di laboratorio per sperimentare soluzioni nuove?

V.D.B Sì e no. Come ho detto, ogni contesto richiede un approccio mirato. Partire da zero è un conto; partire da cinquantasei anni di storia a cui dover rispondere è un altro. C’è un’eredità che bisogna riconoscere e rispettare.
Se posso parlare in prima persona – perché è anche la mia storia – con presentazioni più mirate, scelte più intenzionali su chi coinvolgiamo come curatori per le fiere, per i settori, o in alcuni casi come in Qatar per l’intera fiera, stiamo lavorando in una direzione ben definita. Il modello di Art Basel Qatar ci sta aiutando in questo senso a essere un po’ più liberi di sperimentare, e ad approcciare le collaborazioni con maggiore sicurezza. Quella di affidare un ruolo a qualcuno come Wael Shawky in Qatar, o Trevor Paglen per Zero 10 a Basilea, è una scelta intenzionale. Probabilmente senza l’esperienza del Qatar non avremmo imboccato quella strada. Quindi avere altre piattaforme in cui esplorare metodologie diverse ci aiuta a riflettere su come fare degli aggiustamenti alle fiere. Ma mentirei se dicessi che stiamo pianificando di replicare quel modello in tutti gli altri quattro contesti. Non è così. Certi aspetti possono sicuramente essere utili per cambiamenti o aggiunte alle nostre piattaforme.

Kader Attia per Nagel Draxler, Regen Projects. Art Basel, Basilea. Courtesy di Art Basel

ARTnews La settimana scorsa Pace ha annunciato pubblicamente licenziamenti e ha tagliato cinquanta artisti dalla propria scuderia, e il CEO Marc Glimcher ha detto che stanno facendo una «correzione di modello». Una delle cose che ha evidenziato è stato il peso dei costi legati alla partecipazione a un numero eccessivo fiere. Pace è ovviamente uno dei vostri espositori più importanti. La colpisce la sua critica al mercato dell’arte nel suo insieme? Come si posiziona Art Basel in questo contesto, e qual è il vostro contributo per rendere il mercato sostenibile in modo che le gallerie possano sopravvivere?

V.D.B Non posso commentare sulla galleria in sé, naturalmente, ma posso commentare quello che Marc ha detto sul mercato – su «come il sistema sia rotto», se lo cito correttamente. Il concetto è che è in corso una correzione. In generale, c’è stata una crescita costante che ha portato l’intero mercato dell’arte ad espandersi in molte direzioni, e penso sia giusto per tutti noi fare il punto della situazione attuale.
Credo che le fiere facciano certamente parte dell’equazione, ma sono appunto solo una parte. Ci sono molti altri elementi da considerare nel loro insieme… Quello che Art Basel può fare è riflettere su come il proprio modello di fiera possa essere più in linea con la situazione attuale, e su come rispondere ai cambiamenti del mercato nel più breve tempo possibile. Il punto è che rispondere rapidamente non è semplice, perché pianifichiamo con un anno di anticipo. Quindi, quando succede qualcosa, è possibile fare dei cambiamenti solo dopo sei mesi o più. Le misure di ingresso agevolato, il blocco dei prezzi, il lancio di una fiera diversa con un nuovo modello – sono tutte risposte che abbiamo già dato. È tutto ciò che possiamo fare? Certamente no. Dobbiamo continuamente valutare misure diverse. Abbiamo anche ampliato alcuni settori che hanno aiutato delle gallerie – Premiere a Basilea, ad esempio, o Echoes a Hong Kong. In una certa misura, Zero 10 è anche un’evoluzione di qualcosa che stiamo testando ed esplorando. Ci stiamo muovendo in questa direzione, e stiamo valutando molte altre soluzioni.

ARTnews Qual è per lei il rapporto ideale tra Art Basel e la Biennale di Venezia, inaugurata il mese scorso?

V.D.B È una domanda che mi sta a cuore, perché vengo dal mondo dei musei. In un certo senso, il modello biennale è un’evoluzione di quello museale – chiaramente con una componente commerciale molto marcata. Non credo sia un segreto, ma le biennali sono cambiate moltissimo con l’arrivo degli strumenti digitali che tutti noi usiamo. Prendiamo la Biennale di Venezia come esempio specifico, perché penso si possa usare come metafora per tutte le altre. Sono diventate molto più simili a mostre museali – molto più retrospettive – che riscrivono la storia, come nelle ultime due edizioni, o che quantomeno la narrano attraverso una prospettiva diversa. È una riflessione su un arco temporale molto più lungo. Un tempo era la vetrina di ciò che era fresco e nuovo degli ultimi anni.
In questo senso, le fiere sono diventate il luogo in cui vengono presentati i nuovi artisti e i loro lavori. Quello che voglio dire è che prima andavamo a Venezia per vedere le novità artistiche, mentre alle fiere si facevano gli affari. C’erano molte meno fiere, e lì si vedevano cose nuove, ma altrettante che non lo erano. Più di recente, padiglioni a parte, le mostre principali della Biennale sono state per lo più retrospettive. Si vedono cose che forse non si conoscevano, e artisti dimenticati che necessitano di una ricollocazione storica per costruire nuove narrazioni. Svolgendosi ogni trimestre o ogni due mesi, le fiere sono diventate il luogo in cui vengono presentati i nuovi artisti. Come curatore, andrei alle fiere per vedere cosa hanno prodotto gli emergenti, e alla Biennale per capire come la novità viene interpretata e assorbita dalla storia dell’arte. Sotto molti aspetti, per via dei loro ritmi diversi sono più complementari di quanto non fossero prima.
Pensando esclusivamente al mio piacere personale, ma forse molti americani sarebbero d’accordo con me, vorrei che la fiera di Basilea e la Biennale di Venezia si tenessero in date più vicine, come in passato, così da poter fare un solo viaggio e visitare entrambe.

Da «ARTnews US»